[DallaRete] Il feticismo dell’amore

Image1Quando ero piccola in macchina ascoltavamo spesso una cassetta di tributo a Tenco. Tra le altre c’era Loredana Bertè che cantava Ragazzo mio, che per gli imperscrutabili motivi della memoria mi è rimasta sempre impressa, in particolare questa strofa: “Ragazzo mio, un giorno i tuoi amici ti diranno/che basterà trovare un grande amore/e poi voltar le spalle a tutto il mondo/no, no, non credere, no, non metterti a sognare/lontane isole che non esistono/non devi credere, ma se vuoi amare l’amore/tu, non gli chiedere quello che non può dare”. Ed è su queste note che vorrei iniziare la mia, parziale e precaria, riflessione sul femminicidio, ricordando che, mentre scrivo, dall’inizio del 2016 sono 62 le donne uccise da uomini con cui avevano o avevano avuto una relazione e che in qualche modo si sono sentiti rifiutati.

Questo è il punto di partenza per le mie riflessioni che, però, hanno bisogno di tre premesse. La prima: sono stata fortunata e non mi è mai capitato di subire una forma di violenza così estrema, questo non vuol dire che io non subisca e non abbia subito violenze maschili più sottili e più comuni, ma significa che parlerò di qualcosa che non ho vissuto e per questo procederò con cautela. La seconda: mi piacerebbe che questo continuo dibattere sul femminicidio stimolasse voci maschili, ma allo stesso tempo credo che chiedere troppo insistentemente di parlare non possa che portare a prese di posizione stereotipate. Perciò attendo e nel frattempo scrivo dalla mia posizione di donna. La terza premessa: vorrei provare ad affrontare l’humus in cui i femminicidi crescono, pur senza dimenticare che a questo sguardo critico vanno accompagnate richieste concrete come quelle dei fondi ai centri antiviolenza. Ma spero che questo sguardo più ampio, e quindi in parte più superficiale, possa aiutarci a sfuggire dalla trappola della risposta puramente giustizialista di nuove e maggiori pene. Fatti questi tre grossi respiri, procedo.

Il femminicidio viene quasi sempre presentato come un’emergenza, che affonda le sue radici nella fragilità degli uomini che deflagra in dei raptus di violenza. Io vorrei provare a ribaltare questo assunto, proponendo l’idea che il femminicidio non sia altro che la forma più estrema di una struttura delle relazioni che intreccia capitalismo e patriarcato e che si fonda su una pervasiva ideologia dell’amore romantico.

Come sostiene Eva Illouz, infatti: “Così come era audace, alla fine del diciannovesimo secolo, affermare che la povertà non era il frutto di scarsa moralità o di una debolezza del carattere, ma il risultato di un sistema di sfruttamento economico, è diventato ora urgente affermare che i fallimenti delle nostre vite private non sono, – o non sono solo – il risultato di psiche vacillanti, ma che le vicissitudini e le infelicità della nostra vita amorosa sono il prodotto delle nostre istituzioni […] di cui deve essere trovata l’origine nell’insieme delle tensioni e delle contraddizioni sociali e culturali che strutturano ormai l’io e le identità moderne”[1]. Ma potremmo anche dirla con la mia amica C., che discutendo di persone che si stanno lasciando risponde: “Per forza, facciamo delle vite di merda”. Cercare di indagare questa merda, o le condizioni strutturali che danno forma alle nostre relazioni, non significa creare un alibi per gli assassini, ma provare a capire come uscire da questa emergenza che emergenza non è.

Viviamo in tempi di capitalismo omnipervasivo, capace di sussumere tutte le nostre vite, ed in tempi di crisi economica, che ridisegna i confini del successo e del fallimento. Capitalismo e crisi si incontrano e si intrecciano nel paradigma dell’autorealizzazione: abbandonate, apparentemente, le forme di lavoro più classiche ognuna e ognuno di noi dovrebbe investire tutta se stessa in un’attività che non solo gli permetta di sopravvivere, ma che gli dia anche soddisfazione. Questo sarebbe anche un obiettivo auspicabile, ma si scontra con le condizioni materiali che relegano sempre più persone ai margini, schiacciate da promesse che non vengono mai mantenute ma che continuano a illudere. Ed è qui che il fallimento diventa individuale e solitario e le condizioni generali di oppressione e sfruttamento diventano invisibili, mascherate da un’autorealizzazione mancata che colpevolizza ogni soggetto, continuando a isolarlo sempre più.

Scompaiono così le identità forti e collettive (e potrebbe anche essere un bene) lasciando tutti e tutte segretamente convinte di essere l’eccezione, fino a quando non si scopre di essere la regola, ma a quel punto una regola solitaria, senza più compagni nei quali riconoscersi. Ma questo capitalismo che si presenta gioioso e pieno di speranze, nonostante anni di austerity e precarizzazione sempre maggiore, è ancora pronto a illudere che basterà trovare l’idea geniale per svoltare e vincere. E se non si hanno idee? Si potrà sempre trovare “il grande amore” di cui canta Tenco.

Nella retorica del grande amore sono capitalismo e patriarcato ad incontrarsi e farsi alleati, strutturando la nostra società in modo profondo e pervasivo. Uccidere la propria compagna sentendo di perderla, infatti, non è un gesto folle e imprevedibile, ma l’esplosione, nuda e cruda, di questo intreccio che permette di spostare la propria realizzazione dal mondo del lavoro, dove appare quasi impossibile o dove viene costantemente frustrata, alla coppia perfetta, che volta le spalle a tutto il mondo, e che crea quell’isola di felicità che si vorrebbe inscalfibile. E questo tipo di amore è certamente un amore malato, ma è una patologia patriarcale che si rinforza nella crisi economica e in un capitalismo che fa anche dei sentimenti una merce funzionale e, allo stesso tempo, un altro banco di prova dell’autorealizzazione. La disgregazione progressiva di ogni dimensione collettiva, infatti, non fa che spostare il riconoscimento nel rapporto a due, occhi negli occhi mani nelle mani, che dovrebbe appagare difendendoci da ogni male del mondo.

Questa forma di amore viene costantemente riprodotta nonostante sia denunciata, da Mary Wollostonecraft in avanti, come la catena di rose che tiene legate le donne alla loro sottomissione – è molto difficile ribellarsi ad un padrone che si ama. Il femminismo ha molto lottato per contrastare l’idea che amare significhi appartenere a qualcuno urlando con forza “io sono mia”, una dichiarazione di indipendenza difficile e spesso dolorosa, ma potente come un incantesimo se accompagnata da una lotta politica fatta insieme. E non è un caso che una delle più potenti forme di backlash sia proprio quella del ritorno del romanticismo più stantio come di una possibilità di dare senso alle nostre vite incerte. Romanticismo che immagina l’amore come una passione a cui tutto è concesso, che annulla ogni distanza, che cancella i confini dei corpi per mettere confini alle identità, che finiscono per esistere solo in relazione l’una all’altra. Romanticismo che diventa anche economia quando da vita al ritorno di sfarzosi matrimoni in bianco che testimoniano prima di tutto il proprio successo. Ma l’amore è un prodotto sociale e se arriva ad assumere questa forma non è per caso, ma perché è il risultato di uno sguardo sul mondo orientato al possesso in cui capitalismo e patriarcato corrono paralleli.

È Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sè, a dirci che si è liberata della dipendenza dallo sguardo maschile grazie all’indipendenza economica, ma anche grazie alla possibilità di osservare l’educazione dei maschi con sguardo critico, per vedere a quali condizionamenti sono sottoposti. E scrive così: “La loro educazione, per certi aspetti, non era stata meno manchevole della mia. Aveva dato origine in loro a difetti non minori dei miei. Certo, essi hanno il denaro e il potere, ma in cambio debbono dare alloggio nel loro petto ad un’aquila, a un avvoltoio, che continuamente rode fegato e polmoni: cioè l’istinto del possesso, il furore di acquistare, che li porta a desiderare le terre e i penny degli altri, perpetuamente: a inventare frontiere e bandiere; a creare le corazzate e il gas velenoso; a offrire le loro vite e quelle dei loro figli”[2]. E non posso fare a meno di pensare a che mix letale possa essere questo avvoltoio del possesso unito alla perdita del potere e del denaro. Con questo non voglio dire che i femminicidi siano commessi solo da uomini falliti, ma parlo di una perdita di potere e denaro strutturale, in cui di fronte alle possibilità di libertà offerte dal femminismo si risponde con il perpetuarsi di un’educazione patriarcale immutabile e osservata con sguardo indulgente anche da molte donne.

Per secoli le donne hanno avuto come sola sfera di riconoscimento quella privata dell’amore, o sarebbe meglio dire del matrimonio, mentre gli uomini potevano muoversi fuori e dentro lo spazio pubblico, accedendo a momenti di costruzione della propria identità diversi e sfaccettati, ma che si fondavano sulla certezza di essere sempre riconosciuti dalsecondo sesso. Le donne hanno lottato a lungo per uscire dagli spazi angusti del privato, ridefinendo i confini tra il personale e il politico, per costruire identità più libere – un percorso faticoso e non scontato, che va continuamente ripercorso e per il quale vanno creati sempre nuovi spazi collettivi. A questa ridefinizione risponde il patriarcato, che non è scomparso purtroppo, pronto a rinchiudere ancora una volta le donne nelle catene dorate dell’amore, alleato con un capitalismo che da un lato esalta l’indipendenza degli individui e dall’altro rinforza l’idea che per esserlo veramente dobbiamo trovare qualcuna da chiamare “mia”, qualcuna che sia lì come nostro specchio, a testimoniare la nostra realizzazione. L’amore, così, diventa una sorta di ideologia per mascherare la costruzione di rapporti di potere e di costrizione, reificati in una dimensione di coppia totalizzante.

Ed è in questo senso che le donne uccise non vanno guardate con l’occhio compassionevole di chi le considera vittime indifese o, più spesso, complici della violenza subita, ma andrebbero considerate parte di una lotta politica che ha nel privato il suo terreno di battaglia. E allora bisognerebbe riconoscere che l’amore è politico e osservarlo con gli strumenti critici con cui osserviamo le altre strutture della società e lottare per un amore che sappia essere trampolino di lancio per il mondo, che sappia fare della libertà il suo nutrimento e che sia capace di trasformare la fedeltà del possesso nella fiducia. E per farlo c’è bisogno di lottare sia sul piano dell’immaginario e dell’educazione che su quello molto materiale delle condizioni di esistenza.

NOTE

[1] E. Illouz, Perché l’amore fa soffrire, Bologna, il Mulino, 2013, p. 43.

[2] V. Woolf, Una stanza tutta per sé, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 71.

Immagine in apertura: Marc Chagall, Sulla città, 1918, Galleria Tretyakov, Mosca.

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