[DallaRete] Thyssen Krupp, tutti condannati

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Strage operaia. A nove anni dal rogo, la Cassazione conferma la seconda sentenza d’appello. Nove anni e otto mesi per l’ex ad della multinazionale Harald Espenhahn, per altri cinque dirigenti Tk pene appena più lievi. Familiari sulle barricate dopo la richiesta del pg di un nuovo, ennesimo processo: “Sarebbe stato scandaloso”. L’ex pm Guariniello: “Processi troppo lunghi”.

Ora la sentenza è definitiva, ma otto lunghi anni di attesa e ben cinque processi hanno rischiato di non bastare, nel caso quanto mai doloroso del rogo che nel dicembre del 2007 provocò la morte di sette operai dello stabilimento torinese della Thyssen Krupp. Una fine straziante: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino e Antonio Schiavone furono investiti da un getto di olio lubrificante incandescente uscito da un grande tubo che si era sfondato durante un inizio di incendio. Ustionati in tutto il corpo, morirono fra enormi sofferenze chi dopo poche ore, chi dopo qualche giorno, chi dopo un’agonia durata quasi un mese.

Ora la Cassazione ha confermato la sentenza emessa lo scorso anno dalla corte d’Appello di Torino. L’ex ad della multinazionale Harald Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi di reclusione; i dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz a sei anni e dieci mesi; il membro del comitato esecutivo dell’azienda Daniele Moroni a sette anni e sei mesi; l’ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno a otto anni e sei mesi; infine il responsabile della sicurezza Cosimo Cafuer a sei anni e otto mesi.
Tutti sono stati condannati per omicidio colposo plurimo aggravato dalla colpa cosciente. Perché in quello stabilimento, che doveva essere chiuso a breve, non solo le misure di sicurezza erano già state ridotte e le manutenzioni erano pressoché inesistenti, ma la fabbrica veniva pulita solo quando arrivava l’Asl, e l’impianto si fermava solo in caso di guasti gravi, altrimenti si interveniva con la linea in movimento. Così come accadde quella notte infernale. Non per caso la procura di Torino – e almeno i giudici di primo grado avevano accolto la richiesta – aveva delineato l’omicidio volontario dietro al rogo.

I quattro condannati italiani, con i loro avvocati, hanno subito comunicato all’autorità giudiziaria che nelle prossime ore si presenteranno ai cancelli del carcere più vicino. Più complesso il caso dei due dirigenti Tk tedeschi: entrambi risiedono in Germania e, in base a una convenzione in materia di cooperazione giudiziaria che ha recepito una direttiva quadro Ue, potranno scontare la pena in patria. “In questo caso – hanno spiegato le difese dei due imputati – l’esecuzione avviene secondo le norme del paese nel quale deve essere espiata la pena”. E nell’ordinamento tedesco il reato di omicidio colposo aggravato, così come ha puntualizzato in aula l’avvocato Ezio Audisio in difesa di Espenhahn e Priegnitz, è al massimo di cinque anni. In altre parole i due condannati avranno comunque uno sconto di pena.

Al di là della decisione della quarta sezione penale della corte di Cassazione, la notizia più discussa della giornata è stata la richiesta della sostituta procuratore generale Paola Filippi di disporre un sesto processo – sarebbe stato il terzo d’appello – per la strage nell’acciaieria. Tecnicamente, la richiesta avanzata alla corte era stata quella di annullare la sentenza per rideterminare le pene per i reati di omicidio colposo plurimo, e per rivalutare il ‘no’ alle attenuanti generiche per i quattro imputati italiani. Di fatto una richiesta, all’ennesima sezione di corte d’Appello, di alleggerire le condanne. Con l’effetto collaterale di altri due processi da fare.

Quanto mai comprensibile la reazione dei familiari delle vittime. Epiteti come “venduti” e “bastardi” sono stati urlati in aula. “La procura generale vuole un altro processo per consentire agli imputati ulteriori sconti di pena – questo lo sfogo della moglie di una delle vittime – non si può più andare avanti così. Nemmeno una parola è stata riservata ai morti. Scandaloso”.

Lucido, e amaro, l’ex procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, che chiuse le indagini in 80 giorni: “Renzi dice che aspetta le sentenze, ma anche noi le aspettiamo. Sono i processi a essere lunghi, in questo lui coglie un aspetto di verità. Questo è un problema di ordine generale che deve far riflettere tutti. I processi sono molto lenti anche quando le indagini preliminari, come nel nostro caso, si sono esaurite in tempi da record. Gli avvocati difensori non c’entrano: è giusto che presentino i loro ricorsi, fa parte del gioco. Solo che il gioco dura troppo”.

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