Délit de solidarité

La “crisi migratoria” che ha investito l’Europa a partire dal 2015 ha posto le politiche di immigrazione e di asilo al centro dell’agenda europea. L’impressione che si trae dalle recenti misure adottate dall’Unione Europea è quella di azioni volte prevalentemente al controllo del fenomeno migratorio e alla riduzione dell’immigrazione irregolare, piuttosto che alla tutela dei migranti e dei richiedenti asilo.

In un contesto di aspra contrapposizione politica e di crescenti movimenti anti-immigrazione, le tutele dei richiedenti asilo e l’agibilità di chi presta loro soccorso rischiano di essere gravemente ridotte. Recenti decisioni hanno riportato al centro del dibattito il cosiddetto “delitto di solidarietà”, per punire le condotte di coloro che, per scopi umanitari, prestano aiuto ai richiedenti asilo e ai migranti irregolari, assimilandole a quelle dei trafficanti di uomini o delle organizzazioni criminali volte a facilitare l’ingresso irregolare di migranti a scopo di lucro.

Un’analisi approfondita del panorama normativo e giurisprudenziale, relativo alle condotte finalizzate all’aiuto e all’assistenza dei richiedenti asilo, ha però rilevato che non sussiste né in diritto internazionale né in diritto dell’Unione europea alcuna disposizione che imponga di sanzionare l’aiuto altruistico fornito ai richiedenti asilo per entrare e/o soggiornare in uno Stato diverso dal proprio al fine della presentazione della domanda di asilo. Inoltre, non esiste una norma di diritto internazionale che precluda chiaramente agli Stati di sanzionare le condotte di agevolazione all’ingresso e/o al soggiorno dei richiedenti asilo. La condotta di coloro i quali forniscono ai richiedenti asilo assistenza all’ingresso e al transito nel territorio dei Paesi membri dell’Unione, senza scopo di lucro, non è chiaramente scriminata dalle norme pertinenti del diritto dell’Unione europea. In materia vi sono solo due strumenti volti alla repressione del favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno irregolari: la direttiva 2002/90/CE sulla definizione di favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegale e la decisione 2002/946/GAI sul rafforzamento del quadro penale in materia di favoreggiamento dell’ingresso e del soggiorno illegale.
Secondo il Protocollo di Palermo l’aiuto è punito solo se fornito a scopo di lucro. Pertanto, le condotte altruistiche volte ad aiutare i migranti a soggiornare nel territorio di uno Stato membro dell’Unione europea non sono comprese tra le fattispecie di favoreggiamento punibili. Con riguardo all’ingresso o al transito di migranti irregolari, la disposizione, invece, non esclude la punibilità di coloro i quali abbiano prestato aiuto senza ricercare alcun vantaggio materiale, ma lascia agli Stati la facoltà di non sanzionare tali soggetti nel caso in cui i loro comportamenti abbiano avuto “lo scopo di prestare assistenza umanitaria alla persona interessata”. Sia in Italia che in altri paesi dell’UE esistono leggi nazionali che criminalizzano l’agevolazione e il supporto della migrazione “irregolare”; quello che in Francia gli attivisti chiamano “délit de solidarité”, dove la clausola umanitaria che esenta dalle sanzioni i cittadini che sostengono i migranti la cui vita, dignità e integrità è a rischio, viene spesso trascurata.

Nell’espressione “crimini di solidarietà” la parola “crimine” va ben oltre i confini legali della legge e acquisisce una dimensione etica e politica.
Le ricerche condotte dal Transnational Institute (TNI) e dall’Institute of Race Relations evidenziano come il modello di intimidazione e repressione sistematiche si sia ora esteso in tutto il territorio dell’Unione europea. Incoraggiata da leggi europee con ampio raggio di applicazione che criminalizzano il “favoreggiamento” all’ingresso e al soggiorno clandestino, la discrezionalità dell’azione legale è stata ampiamente abusata al fine di ridimensionare le attività legittime delle organizzazioni umanitarie e impaurire chi si occupa di assistenza civile per migranti e rifugiati. Ciò che sta accadendo alle ONG, ai movimenti sociali e agli attivisti è anche direttamente correlato alla politica europea di “esternalizzazione” dei controlli sull’immigrazione, la cui tendenza è passare il “fardello dei rifugiati” alla Turchia e all’Africa settentrionale, dove i finanziamenti dell’Unione europea si riversano nelle mani di milizie e forze di sicurezza a cui è stato affidato il compito di prevenire le partenze dei rifugiati dalla Libia.

Bloccare le ONG operative lungo le coste libiche è un modo per garantire che non ci siano testimoni che possano osservare in che modo la guardia costiera libica tratti i migranti. A questo scopo, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (ECBG, precedentemente nota come Frontex) ha screditato il nome delle imbarcazioni di ricerca e soccorso delle ONG insinuando che fossero colluse con i trafficanti, nonostante che un’inchiesta della Commissione del Senato italiano nell’aprile 2017 non abbia trovato riscontro su tali collegamenti. Queste calunnie hanno preceduto un attacco mediatico più esteso alle stesse ONG attive nel Mediterraneo da parte di un’alleanza formata da agenzie dello stato e attivisti di estrema destra.

Queste fake news sulle ONG e sulla tratta di persone sono state colte al volo da populisti e dai neofascisti; basti pensare alla nave “Defend Europe”, finanziata presumibilmente mediante crowdfunding e salpata nel luglio del 2017 allo scopo di interrompere attivamente le operazioni umanitarie delle ONG. In seguito a una serie di intoppi imbarazzanti, tra cui la richiesta di assistenza a una nave di soccorso di rifugiati per la risoluzione di problemi meccanici, la missione fu abbandonata. Ciò nonostante, la missione venne considerata “compiuta”, sostenendo che i governi italiano e libico avevano risolto la questione al posto loro.

Quanto appena esposto dimostra che mentre una minoranza degli Stati membri dell’UE accoglieva i rifugiati, la maggioranza aveva voltato le spalle ai propri obblighi internazionali. Mentre i politici dell’Europa si defilavano dai loro doveri umanitari, i suoi cittadini dimostravano quella compassione, quella solidarietà, quell’impegno nei confronti della giustizia e dei diritti umani tanto radicati nella tradizione europea.

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