I Patachitra del Bengala

Patachitra: dal sanscrito patta “pezzo di tessuto”,  chitra “dipinto”.

India. West Bengal. Villaggio Naya.

Una tradizione risalente a più di 2500 anni fa è arrivata al mondo femminile: oggi sono le donne dei villaggi a esserne portatrici, dette appunto Patua e Chitrakar. Dipinti cantati: questa forma artistica è caratterizzata dall’associazione del canto alla pittura. Le donne cantastorie accompagnano lo srotolamento dei loro dipinti su tessuti (scroll) con il canto, potendo raggiungere così anche un pubblico analfabeta.

Tradizionalmente erano infatti gli uomini a praticare questa forma d’arte, in cui venivano veicolati messaggi e insegnamenti ancestrali: dai poemi classici come il Mahabharata e il Ramayana alle gesta e le qualità delle numerosi divinità che compongono il Pantheon indiano. Sia i dipinti che le canzoni erano frutto di una millenaria tradizione orale tramandata di generazione in generazione.

L’evoluzione di questa tradizione ha portato a un parziale cambiamento dei soggetti rappresentati e l’ingresso nel mondo femminile, con tutto ciò che esso comporta. Gli scopi odierni non sono più solo di insegnamento e intrattenimento, ma soprattutto di denuncia sociale dei problemi che affliggono le fasce più basse del mondo indiano con particolare enfasi su quelli al femminile. Per cui oggi , oltre a scroll classici sulle divinità, abbiamo scroll che affrontano temi politici e d’attualità quali il disboscamento per l’industrializzazione, il relativo rimboschimento da parte della gente dei villaggi e l’attentato alle World Trade Center dell’11 settembre. Ma soprattutto scroll che denunciano il problema dell’HIV com’è vissuto della comunità femminile, la violenza sulle donne, lo sfruttamento della prostituzione forzata, il dramma degli aborti di feti di sesso femminile. Già, perché in India il fatto che sia illegale per i medici svelare il sesso del nascituro, anziché prevenire, alimenta soltanto il mercato nero delle ecografie e gli aborti clandestini di feti femminili

. Soprattutto tra le fasce più povere della popolazione.

Maschio è meglio. Oltre a una lunga tradizione di prevaricazione maschile, come in tutto il mondo del resto, esistono anche motivi “religiosi”: il figlio maschio è infatti colui che officia il rito funebre dei genitori nella tradizione hindu.

Così le donne Patua si trovano a raccontare come viene vissuto il dramma della prevaricazione, tentano di ostacolarlo mandando un messaggio che risiede nella loro stessa figura di artiste: donna non è meglio o peggio. Non deve essere assolutamente un ostacolo alla propria emancipazione. Possiamo essere artiste, possiamo cantare, dipingere, viaggiare e conoscere chi e cosa vogliamo. Cosa non affatto scontata in una società dove la situazione delle donne è tuttora molto delicata. Soprattutto tra i più poveri, che continuano ad essere quasi la metà della popolazione, non è ancora minimamente pensabile affrontare le odierne questioni di genere che affrontiamo in occidente.

È necessario estirpare cancri come gli aborti forzati di feti femminili, la prostituzione forzata tra le più povere, l’assenza di un’educazione alla prevenzione medica e sessuale e molto altro ancora.

Laddove lo Stato è assente, nel tentativo quasi impotente di assistere più di un miliardo di persone su un territorio dall’estensione di un continente, sono le attività come quelle delle Patua bengalesi a colmare questa lacuna, girando e informando le altre donne, curandone l’educazione civica. Il processo è lungo e doloroso, ma è almeno avviato. Questo tipo di attività sociale e culturale sta infatti avendo il riconoscimento che si merita. L’associazione “Banglanatak” che opera in West Bengal e in altri 23 Stati indiani nella tutela dei diritti delle donne e dei bambini, tramite finanziamenti governativi è riuscita ad alzare il volume delle nostre Chitrakar. Da qualche anno ormai stanno girando le città del mondo e in questi giorni sono a Milano. Il 26 settembre al Museo del fumetto in viale Campania 12 è stata inaugurata la mostra “Dipinti cantati – le singing women della tradizione indiana”. Swarna e Mamouni, due donne Patua madre e figlia, hanno cantato una delle loro canzoni srotolando il relativo dipinto. A dir poco emozionante. Voci cariche di emozioni e dolori, di un portato culturale enorme.

 

Sarà possibile visitare l’esposizione di dipinti al museo fino al 14 ottobre e nel frattempo ci saranno altri appuntamenti per conoscere Swarna e Mamouni personalmente e apprezzare con loro questa forma d’arte: martedì 2 ottobre alla libreria Azalai in via Gian Giacomo Mora alle 18.30 ci sarà un’altra performance prima che le artiste ritornino in patria. L’ultimo momento per vedere e conoscere un esempio di coloro che stanno tentando di scardinare i meccanismi di prevaricazione e violenza sulle donne. Per constatare con il cuore che queste donne lottano per la propria emancipazione. Che a violenza loro rispondono con arte e cultura, portando a casa ottimi risultati.

Nadia Dowlat A.F.

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