Rinvio a giudizio per 7 carabinieri coinvolti nella morte di Ramy ElGaml
A distanza di un anno e mezzo dalla morte di Ramy ElGaml, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio — quindi la richiesta al giudice di avviare un processo — per il carabiniere Antonio Lenoci, alla guida dell’auto che inseguiva lo scooter, e per Fares Bouzidi, che guidava il mezzo in fuga.
L’incidente mortale è avvenuto all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, dove l’auto dei carabinieri ha urtato lo scooter guidato da Fares. Nell’impatto, Ramy è stato sbalzato contro un palo del semaforo ed è stato poi travolto dalla vettura dei carabinieri che li tampinavano.
Secondo i magistrati, durante l’inseguimento Lenoci “avrebbe mantenuto una velocità e una distanza non adeguate a evitare un impatto, compiendo una manovra ritenuta imprudente, pur svolgendo un’azione legata al proprio dovere”, adottando una guida sproporzionata rispetto alla situazione. Anche perché la targa dello scooter, precisano, era già stata comunicata via radio. Gli vengono contestate anche le lesioni nei confronti di Fares.
Anche Fares è accusato di omicidio stradale in concorso. Secondo l’accusa, avrebbe contribuito all’incidente con una fuga pericolosa durata circa 8 chilometri, “senza patente, in alcuni tratti contromano e con velocità superiori ai 120 km/h”.
Nell’inchiesta risultano coinvolti anche altri sei militari, accusati — a vario titolo — di favoreggiamento, depistaggio e falso. In particolare ai due che hanno forzato un testimone a cancellare ben 8 video dell’accaduto.
Inoltre, si denunciano le falsificazioni nel verbale di arresto di Bouzidi. Secondo l’accusa, alcuni militari avrebbero omesso di indicare l’urto tra i veicoli, attribuendo invece la caduta dello scooter a una perdita di controllo. Questa versione sarebbe stata smentita dalle ricostruzioni della Polizia Locale, dalle consulenze tecniche e soprattutto dalle immagini e dalle testimonianze disponibili. Sempre secondo i PM, non sarebbero stati riportati nemmeno dettagli rilevanti, come lo schiacciamento del corpo di Ramy, la presenza di un testimone oculare e le registrazioni effettuate da dashcam e bodycam durante l’inseguimento.
La morte di Ramy, il 24 novembre 2024, ha segnato un’intera comunità che sta ancora aspettando di avere giustizia. La profilazione razziale perpetrata dalle forze dell’ordine uccide, e non è solo la storia di Ramy a ricordarcelo. Al banco degli imputati, sono più di 50 solo a Milano i servitori dello Stato a processo per violenze perpetrate ai danni di giovani con background migratorio, precarietà di vita e vulnerabili. Basta pensare alla quarantina di agenti e personale medico accusati di torture al carcere minorile Beccaria, agli agenti di polizia coinvolti nell’omicidio di Zack Mansouri e il “Caso Cinturrino”, a quelli coinvolti nella morte di Ramy.
E questi sono solo i casi che a Milano hanno sfondato l’omertà presente non solo tra chi indossa la divisa, ma anche nei media mainstream. Esprimiamo alle persone sopravvissute e ai familiari delle vittime la nostra vicinanza e solidarietà.
