Afghanistan, storia di un disastro annunciato

Talebani a 60 chilometri da Kabul.

Era il 7 ottobre 2001, l’inizio dell’operazione militare Enduring Freedom contro il regime dei talebani in Afghanistan.

Era passato meno di un mese dal terribile attacco terroristico dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono che aveva provocato circa 3.000 morti sul suolo americano. La responsabilità del network terroristico di Al Qaida guidata da Osama Bin Laden negli attentati era sembrata immediatamente chiara, dal momento che il commando suicida era composto, per la stragrande maggioranza, da cittadini della stessa nazionalità di Bin Laden, quella saudita. All’epoca, e ancora oggi, l’Arabia Saudita rimane uno dei più solidi alleati degli States in Medio Oriente.

Il regime afghano non era accusato direttamente dell’attentato, ma di dare ospitalità alle basi di Al Qaida e al loro leader.

Pochi giorni prima dell’inizio dei bombardamenti americani, il Presidente George W. Bush aveva posto un ultimatum ai talebani chiedendo la consegna dei militanti di Al Qaida, la chiusura dei campi di addestramento terroristici e libero accesso al Paese. Il regime di Kabul aveva dato una risposta interlocutoria immediatamente rigettata dagli Stati Uniti, dichiarando che la consegna di Bin Laden avrebbe violato le leggi dell’ospitalità afghane e che sarebbero stati disposti a consegnare il leader di Al Qaida a un Paese terzo.

Il 7 ottobre ebbero dunque inizio pesanti bombardamenti sul territorio afghano, mentre l’offensiva via terra fu fondamentalmente condotta dall’Alleanza del Nord, una coalizione locale da sempre acerrima nemica del potere teocratico dei talebani, con il sostegno delle forze speciali americane. Kabul cadde a metà novembre 2001. Nei primi dieci giorni di dicembre capitolò anche l’ultima roccaforte talebana di Kandahar. Iniziarono a quel punto i pesantissimi bombardamenti delle grotte di Tora Bora, dove si pensava si fosse rifugiata la leadership di Al Qaida, ma senza alcun risultato (Bin Laden sarebbe stato rintracciato in Pakistan e ucciso dieci anni dopo…). Durante l’invasione, gran parte delle forze talebane si erano disperse nelle zone tribali e nelle zone montuose. Molti altri si erano rifugiati in Pakistan, da sempre uno degli sponsor degli studenti islamici (nonché, con notevole equilibrismo, alleato degli States nella regione). Si persero in quei giorni anche le tracce di quella che sarebbe divenuta una figura “mitica”: il Mullah Omar, leader dei guerriglieri afghani.

La strada sembrava in discesa per portare, come diceva allora Bush, “democrazia e libertà” in Afghanistan. Ma non sarebbe andata così.

Per ricostruire gli eventi bisogna però fare non uno, ma molti passi indietro. L’Afghanistan, come Nazione, nasce nel 1747 e per un lungo periodo si scontra con il potentissimo Impero Britannico che non riuscirà mai ad avere ragione della resistenza di quel popolo. Di quelle vicende scrivono sia Ruyard Kipling che Arthur Conan Doyle: il celebre dottor Watson, famoso collaboratore di Sharlock Holmes, è infatti un reduce dai conflitti in quelle terre. Nel 1919, dopo la terza guerra anglo-afghana, il Paese ritorna indipendente. Il 1973 è un vero anno di svolta per quella terra martoriata. Quell’anno, infatti, è fatta cadere la monarchia. Pochi anni dopo, nel 1978, prende il potere il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, di ispirazione marxista e vicino ai sovietici. Il PDPA inizia una serie di riforme che, a prima vista, parrebbero di buon senso, come la riforma agraria, il voto e l’istruzione alle donne, il divieto di matrimoni forzati, l’abolizione dei tribunali tribali, la sostituzione della legge islamica con leggi laiche. Ma queste riforme non facevano i conti con la tradizione e la cultura afghane, specie quelle delle provincie, dove inizia a dilagare il malcontento. In quei mesi di tensione e rivolte l’Unione Sovietica prende la sciagurata decisione di invadere il Paese, cosa che avviene il 27 dicembre 1979.

L’Unità del 28 dicembre 1979

L’URSS trova così il suo Vietnam, impantanandosi in un confitto lunghissimo. L’opposizione a quelli che sono visti come degli invasori senza Dio è molto dura e il Paese, tranne nei primissimi mesi, non sarà mai sotto controllo effettivo dei russi. A opporsi all’Armata Rossa sono i mujaheddin, pesantemente sostenuti sia dal Pakistan che dagli Stati Uniti, che si sarebbero allevati una vera e propria serpe in seno. Le stime sui costi umani dell’invasione sovietica sono molto vaghe. Si parla di circa 15.000 caduti per l’Armata Rossa e di un numero variabile di morti civili tra il mezzo e i due milioni. L’Afghanistan, nel frattempo, diventa un vero e proprio laboratorio di un Islam radicale che si sarebbe diffuso a livello globale nel decennio successivo, calcando diversi campi di battaglia: dalla Bosnia all’Algeria, dal Kosovo alla Cecenia, per finire con l’esperimento dello Stato Islamico nei nostri anni. I sovietici si ritirano nel 1989, ma il governo filo-russo messo in piedi da Mosca resiste più del previsto, fino al 1992. Alla caduta del filo-russo Najibullah il potere è preso dalle varie fazioni di mujaheddin, i cui esponenti più noti sono al momento Massud, Dostum e Hekmatyar. Ben presto l’alleanza anti-sovietica deflagra per dissidi su base etnica  e politica. L’Afghanistan precipita in una terribile guerra civile tra le varie fazioni guidate dai “signori della guerra”. Il frutto avvelenato di quella guerra civile sono proprio gli studenti del Corano, i talebani di etnia pashtun (maggioritaria nel Paese), che sostenuti dal Pakistan attuano una vera e propria conquista del territorio imponendo una versione oscurantista e reazionaria dell’Islam e prendendo Kabul nel 1996. A loro si oppone l’Alleanza del Nord, guidata da Massud, altro eroe della resistenza anti-sovietica e ucciso in un attentato pochi giorni prima degli attacchi dell’11 settembre.

E ritorniamo a vent’anni fa. In pochissimo tempo si assistette al rapido cambiamento di raffigurazione degli afghani: dagli eroici combattenti per la libertà di Rambo III (incontrati addirittura dal Presidente Reagan) ai mostri sanguinari e fanatici del 2001. Non tutti però erano arruolati per la Guerra Globale al Terrorismo. Il movimento No-Global, uscito ferito dalle giornate di Genova, ebbe il coraggio di urlare il suo NO alla guerra, prevedendo il suo futuro fallimento. Il 10 novembre 2001, a Roma, scesero in piazza più di 100.000 persone che sarebbero diventate 3 milioni nel febbraio 2003 contro la nuova avventura bellica di Bush jr., quella contro l’Iraq. Come per le giornate di Genova, a vent’anni di distanza, si può affermare con amarezza che, ancora una volta, i movimenti avevano visto giusto, non essendo, al solito, ascoltati.

L’Unità dell’8 ottobre 2001

La politica italiana diede invece il solito spettacolo imbarazzante. Mentre la destra, al governo con Berlusconi, in un impeto di servilismo scattava sull’attenti, la sinistra, come sempre, balbettava tra mille distinguo. Dopo la caduta del regime dei talebani la vicenda afghana passò abbastanza rapidamente in secondo piano, sostituita nel marzo 2003 dall’invasione dell’Iraq alla ricerca delle fantomatiche e mai trovate armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Mentre gli americani si impantanavano in quel Paese perdendo più di 4.500 uomini, i talebani riprendevano la guerriglia con un vero e proprio stillicidio di attacchi e attentati riguadagnando lentamente, ma costantemente, il controllo di fette del territorio nonostante le continue operazioni di contro-guerriglia della coalizione.

A Doha, nel 2020, sotto l’amministrazione Trump, è stato firmato un accordo con i talebani per un progressivo ritiro americano dal Paese. I mostri sanguinari del 2001 erano diventati, a vent’anni di distanza, una parte con cui trattare ufficialmente. Del resto, nel nuovo quadro geopolitico gli Stati Uniti avevano ben poco interesse tanto per il Medio Oriente (dove l’obiettivo geopolitico di Washington è che non si affermi nessuna potenza egemone e quindi il caos perpetuo è conveniente) che per l’Afghanistan, concentrati come sono nel contenimento della Cina, nell’ondivaga relazione con la Russia e nel rapporto problematico con la vecchia (l’Ovest) e nuova (l’Est) Europa. Biden ha accelerato il ritiro americano cui è seguito un sostanziale “si salvi chi può” delle Nazioni alleate (anche gli italiani, che hanno perso in Afghanistan 53 uomini, si sono frettolosamente ritirati).

Di fronte al ritiro americano, le strutture messe in piedi dagli occidentali si stanno squagliando come neve al sole, dimostrandosi ancor meno durature di quelle messe in piedi dai sovietici negli anni Ottanta.

I talebani, che stanno dilagando e che nella giornata di ieri, 13 agosto, hanno preso Herat (dove era collocato il contingente italiano) e Kandahar, sembrano militarmente più forti di vent’anni fa e politicamente più preparati e rodati, tanto da promettere amnistie per i “collaborazionisti” e rispetto per i diplomatici occidentali. In preda al panico per la velocità dell’avanzata, tra le cancellerie occidentali continuano convulse le consultazioni in uno scenario che sembra quello della fuga dal Vietnam dopo il crollo del Sud nella primavera del ’75.

A pagare, come sempre, saranno le fasce più deboli della popolazione afghana. Ma di loro a chi interessa? E suona ancora più triste che, proprio nella giornata di ieri, sia mancato Gino Strada, che già vent’anni fa ci aveva messo in guardia su quanto fosse folle l’avventura afghana, territorio sul quale era presente con Emergency già dal 1999.

A un costo umano terrificante, dopo Impero britannico e Unione Sovietica l’Afghanistan si è dimostrato un Paese “maledetto” anche per gli Stati Uniti. Chi sarà il prossimo? La Cina?

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