Attacco all’articolo 18!

“…il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro…”.

Come previsto, dopo l’attacco alle pensioni, il governo Monti sta scatenando (in base anche alle direttive di Bruxelles) l’attacco al mercato del lavoro. L’obiettivo primario da colpire è l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ovvero, l’articolo che garantisce ai lavoratori licenziati ingiustamente il diritto di essere reintegati nel loro posto di lavoro.

Ma facciamo qualche passo indietro…
Il primo attacco all’articolo 18 viene lanciato nel 2002.
Al governo siede l’immancabile Silvio Berlusconi. Roberto Maroni è il Ministro del Welfare mentre al timone di Confindustria si trova il “falco” Antonio D’Amato.
Il mercato del lavoro è già stato devastato negli anni precedenti dall’introduzione del “famigerato” Pacchetto Treu ovvero l’iniziativa di legge voluta dal centro-sinistra di Prodi che a metà anni ’90 dischiude le porte al dilagare della precarietà.
Il centro-destra seguirà la strada intrapresa da Treu e raddoppierà il colpo con la Legge Biagi (il giuslavorista ucciso a Bologna dalle Brigate Rosse nel 2002) del 2003.

Con queste due leggi il precariato diventa un vero e proprio soggetto sociale che vede tra le sue fila milioni di persone.
All’epoca cercavano di convincerci che bisognava essere flessibili ed adattarsi alle sfide del nuovo millennio. “Flessibile è bello!” era la parola d’ordine di quegli anni. Poveri noi!
La realtà è stata un po’ diversa ed ha presto presentato il suo tributo. In Italia si è assisto ad un moltiplicarsi continuo di forme di contratto atipiche. Si parla di decine e decine di figure contrattuali precarie. Dai famigerati co.co.co.  (poi collaboratori a progetto) fino al lavoro a chiamata.
Per non parlare degli stage ovvero della schiavitù legalizzata.
La base comune è la totale ricattabilità di milioni di lavoratori.
Stipendi bassissimi, niente malattia, niente ferie, niente maternità, contributi irrisori, nessun diritto sindacale e così via.
Un esempio di scuola del precario tipo è quella legata al mutuo. Molti precari, racatisi in banca per chiedere un mutuo per la casa, si sono letteralmente visti ridere in faccia dopo aver mostrato il loro contratto…

Il sindacato confederale fatica a cogliere i mutamenti del mondo del lavoro ancora ancorato alle posizioni lavorative classiche. Cgil-Cisl-Uil faticano ad incrociare i nuovi soggetti sociali emersi dalle trasformazioni del mondo del lavoro di quegli anni.
In questo riesce invece la Mayday Parade lanciata a Milano già nel Maggio del 2001 e precursore di tutte le lotte precarie del decennio. Lotte anche molto dure e vincenti come quella “storica” del call-center Atesia di Roma capace di aprire la strada alla regolarizzazione di decine di migliaia di lavoratori.

Ma torniamo al 2002.
Quasi tutti i media scatenano una campagna stampa tentando di convincere l’opinione pubblica che l’articolo 18 è una cosa antiquata. Una cosa da anni ’70…
Si cerca di far ricadere sui padri “garantiti” la colpa della precarietà dei figli.
Nonostante questa poderosa mobilitazione mediatica gli Italiani, per una volta, non ci cascano.

I primi scioperi sono del Gennaio 2002. E gli stesso Confederali rimangono stupidi dall’ampiezza della partecipazione.
Poi, per breve tempo, il fronte sindacale si spacca e Cisl e Uil accettano la corte del Governo (anticipando di qualche anno lo squallido collateralismo degli ultimi anni). A modificare completamente i rapporti di forza nel paese è la famosissima manifestazione dei 3 milioni indetta dalla Cgil a Roma il 23 Marzo 2002. Uno dei cortei più immensi della storia della Repubblica (in accoppiata con quello contro la Guerra in Irak del 15 Febbraio 2003) che riempie Roma di milioni di manifestanti per ore ed ore.

La Cgil di Cofferati ed il mondo dell’autorganizzazione e dei movimenti riescono a rispostare Cisl e Uil sul fronte della lotta ed un mese dopo si assiste allo sciopero generale del 16 Aprile. Probabilmente si tratta dell’ultimo vero sciopero generale di questo paese con punte di adesioni altissime ovunque.
Chi scrive ricorda ancora il diluvio di quel giorno ed una Milano attraversata da due cortei con centinaia di migliaia di persone.

Il Governo, anche con un occhio ai sondaggi, deve battere in ritirata.
L’anno successivo si assiste al fallito referendum per estendere le garanzie dell’articolo 18 alle aziende sotto i 15 dipendenti. Un referendum sconfitto dall’astensione ma che, nonostante tutto, vide 10 milioni di persone votare per l’estensione delle tutele.

Ora ci risiamo.
La Ministra Fornero ci vuole convincere che la causa della crisi economica è la presunta difficoltà delle aziende a licenziare. “Ci vuole flessibilità in uscita!” è il mantra delle ultime ore.
La bugie è lampante. Enorme come una casa.
A parte il fatto che tra piccole aziende (la maggior parte in Italia) e lavoratori precari la maggior parte del mondo del lavoro italiano non gode dell’articolo 18. La verità sta nel fatto che le aziende sopra i 15 dipendenti possono tranquillamente licenziare quando vogliono. Lo hanno sempre fatto. Basta che ci siano adeguati motivi.
Ed in questo periodo di crisi i motivi certamente non mancano… Basta chiedere ai lavoratori della Eutelia, dei cantieri navali di Finmeccanica, di Termini Imerese, della Metalli Preziosi, di Pomigliano, della Mangiarotti e via con la lista (interminabile).

Ci viene detto che in cambio dell’abolizione dell’articolo 18 il Governo è pronto a concedere alle parti sociali l’istituzione di abbondanti ammortizzatori sociali (un vero sussidio di disoccupazione) che ora in Italia mancano.
Una domanda però sorge spontanea in questi tempi di crisi…
Con che soldi?
Qualcuno parla di un contratto unico per tutti con l’abolizione delle decine di contratti atipici esistenti. Ma un progetto reale, in materia non esiste.
Tanto fumo e poco arrosto insomma…
Come al solito.

Un altra domanda sorge spontanea.
Ma se togliessimo l’articolo 18 e le aziende iniziassero, approfittando della recessione, a licenziare in massa i lavoratori di 60 anni…questi che fine farebbero?
Chiedetelo alla Ministra Fornero.
Ed alle sue lacrime da coccodrillo.

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