Dopo il terrorismo islamico, Washington ha scelto il nuovo nemico e potresti essere tu
Il cosiddetto “anti antifa meeting” promosso a Washington dall’amministrazione statunitense segna un passaggio che sarebbe un errore liquidare come semplice provocazione propagandistica. Dietro il linguaggio esasperato della destra americana si intravede infatti un indirizzo politico preciso: trasferire contro la sinistra radicale, l’anarchismo e il variegato insieme ricondotto all’etichetta “antifa” una parte degli strumenti, delle categorie e delle pratiche costruite dopo il 2001 nel quadro della guerra globale al terrorismo.
Il punto non riguarda soltanto l’eventuale inserimento di alcune organizzazioni nelle liste terroristiche, né il rafforzamento della cooperazione tra apparati di intelligence e forze di polizia. Il dato più rilevante è la costruzione di un nuovo paradigma del nemico. Un campo politico ampio, disomogeneo e spesso privo di strutture unitarie viene rappresentato come una minaccia transnazionale, dotata di reti, finanziatori, fiancheggiatori e ramificazioni da sorvegliare.
È un meccanismo già visto. La guerra al terrorismo ha progressivamente allargato i propri confini, facendo rientrare sotto la stessa categoria organizzazioni armate, movimenti politici, associazioni religiose, comunità, reti di solidarietà e singoli individui. Il sospetto non si è fermato agli autori di reati, ma si è esteso ai contesti nei quali quei soggetti vivevano, parlavano, si organizzavano o erano semplicemente collocati.
Oggi quello stesso dispositivo viene adattato a un nuovo bersaglio.
Per anni la repressione politica ha avuto bisogno almeno del pretesto di una condotta: un’occupazione, uno scontro con la polizia, un danneggiamento, un blocco stradale, un reato reale o presunto. L’atto costituiva il punto di partenza attraverso il quale colpire un movimento, un collettivo o una forma di conflitto sociale.
Il confine si sta ora spostando. Non si tratta più soltanto di reprimere ciò che qualcuno fa, ma di rendere sospetto ciò che pensa, ciò che dice, le relazioni che intrattiene e il campo politico nel quale viene collocato. È il passaggio dalla criminalizzazione di una condotta alla costruzione di un’identità potenzialmente criminale.
La parola “antifa” svolge, da questo punto di vista, una funzione decisiva. Non designa un’organizzazione definita, con un centro, una gerarchia o un programma unitario. È un contenitore sufficientemente vago da poter essere dilatato a seconda delle necessità. Al suo interno possono essere fatti rientrare militanti antifascisti, anarchici, comunisti, movimenti per la casa, collettivi studenteschi, organizzazioni solidali con la Palestina, attivisti climatici o semplicemente soggetti considerati incompatibili con l’ordine politico dominante.
La vaghezza non è un difetto della categoria, ma la sua principale utilità. Più il nemico è indefinito, più è possibile estenderne i confini. E più quei confini vengono estesi, più la repressione può anticipare il reato, intervenendo sulle intenzioni presunte, sulle appartenenze e sulle opinioni.
Quando questo slittamento viene accettato dal senso comune, il diritto smette progressivamente di rappresentare un limite al potere. Diventa uno degli strumenti attraverso cui il potere stabilisce chi possa parlare, organizzarsi, manifestare, raccogliere fondi, attraversare una frontiera o partecipare legittimamente alla vita pubblica.
Non è necessario abolire formalmente le libertà democratiche perché esse vengano svuotate. È sufficiente restringerne gradualmente il perimetro, moltiplicare le eccezioni, normalizzare la sorveglianza e trasformare il dissenso in una questione di sicurezza. Le costituzioni possono continuare a esistere, i parlamenti a riunirsi e le elezioni a svolgersi, mentre intere porzioni della società vengono progressivamente espulse dallo spazio della legittimità politica.
L’errore sarebbe pensare che tutto questo riguardi soltanto gli Stati Uniti. Washington non si limita a definire una propria politica interna, ma tenta di proporre ai governi alleati un modello comune di cooperazione, classificazione e repressione. I Paesi europei dispongono già di legislazioni emergenziali, apparati di controllo e categorie giuridiche che possono essere adattate con relativa facilità a questo nuovo indirizzo.
Il terreno, del resto, è stato preparato da anni. La criminalizzazione delle mobilitazioni, l’estensione dei reati di opinione, l’uso sistematico della nozione di estremismo, le restrizioni al diritto di manifestare e la trasformazione di ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico hanno già indebolito gli anticorpi democratici. Il salto ulteriore consiste nel riunire queste pratiche dentro una cornice ideologica coerente, nella quale l’opposizione radicale all’esistente viene trattata come una forma embrionale di terrorismo.
Di fronte a questa tendenza, non basta affidarsi a una difesa astratta dello stato di diritto né alla speranza che una diversa maggioranza parlamentare possa invertire automaticamente la rotta. Le destre non avanzano soltanto grazie alla propria forza, ma anche dentro le contraddizioni di un ordine sociale segnato da disuguaglianze, precarietà, paura e assenza di futuro.
Per questo non possono essere fermate limitandosi a difendere l’esistente. Una sinistra legata allo status quo, impegnata soprattutto a renderlo più presentabile e a contenerne gli effetti peggiori, può forse rallentare per qualche tempo la marcia del nemico. Non è però in grado di interromperla, perché lascia intatte le condizioni materiali e politiche che ne alimentano la crescita.
Un argine reale può nascere soltanto da un’idea di società radicalmente diversa da quella presentata come inevitabile: una società capace di sottrarre terreno alla paura, restituire forza al conflitto democratico e trasformare il bisogno di protezione in solidarietà, diritti e partecipazione. Senza questa rottura, il massimo a cui si potrà aspirare sarà guadagnare ancora un po’ di tempo, mentre la marea continua a salire.
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