Governo Draghi? No grazie, ci è bastato Monti

L’ultima moda è chiamarlo Governo di scopo. Quello che un tempo è stato il Governo di unità (o solidarietà) nazionale e successivamente il Governo tecnico, in questi giorni ha cambiato definizione. La sostanza è sempre la stessa però.

Dietro un nobile appello agli “interessi del paese” o agli “interessi nazionali” (che, nei fatti, non esistono) si nasconde sempre un’ammucchiata di forze politiche tra loro, a parole, nemiche, che garantiscono l’esistenza a un governo per difendere gli interessi dei soliti noti (quello che un tempo si sarebbe chiamato, marxisticamente, il grande capitale). E, per essere chiari, tra gli interessi dei soliti noti non ci sono i nostri! Ovvero quelli di precari e precarie, working poor, studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici dello spettacolo e della cultura, partite IVA e altri a noi affini.

Se dovesse prendere forma il tanto citato Governo Draghi lo scopo sarebbe semplicemente gestire i miliardi del Recovery Fund distribuendoli ai vari gruppi di interesse rappresentati dalle varie forze politiche che ne farebbero parte. Campione assoluto del Governo di scopo sarebbe Matteo Renzi, con il suo piccolo partito di grandi interessi.

Noi che abbiamo la memoria lunga ci permettiamo di dubitare che un governo del genere possa fare gli interessi delle classi deboli uscite ulteriormente prostrate dalla pandemia e lo diciamo chiaro in anticipo: per noi un governo del genere sarà nemico. È la storia italiana del resto a parlare chiaro e a darci la convinzione di opporci a qualsiasi sviluppo in questo senso.

Facciamo un rapido excursus nella storia del Belpaese degli ultimi 40 anni per spiegare la nostra posizione.

Il primo Governo di solidarietà nazionale fu il terzo Governo Andreotti durato dal 30 luglio 1976 al 13 marzo 1978. Si trattava di un governo di transizione figlio del risultato delle elezioni politiche dell’estate ’76. Il PCI non era riuscito nel sorpasso alla DC pur prendendo circa il 34% dei voti. L’appello di Montanelli a “turarsi il naso e votare DC” era servito. Il risultato era un vicolo cieco, vista l’indisponibilità di Berlinguer di valutare la possibilità di un governo delle sinistre. Come conseguenza, il Partito Comunista Italiano garantì per due anni la “non sfiducia” a un governo a trazione democristiana in attesa di un accordo di potere più sostanziale. Il risultato immediato di quella decisione fu il muro eretto dal PCI nei confronti dei movimenti sociali della seconda metà degli anni Settanta, additati come nemici a sinistra. Una chiusura molto diversa dal dialogo del 1968 voluto da Luigi Longo e che porterà alla progressiva radicalizzazione di grandi frange giovanili.

Dopo mesi di estenuanti trattative, arrivò il quarto Governo Andreotti che ricevette una rapidissima fiducia il 16 marzo 1978, il giorno del sequestro Moro e della strage di via Fani da parte delle Brigate Rosse. Il PCI garantì la fiducia nonostante quasi nessuna delle sue richieste fosse stata esaudita, nonostante la mancanza di suoi ministri all’interno della compagine governativa e nonostante il Governo avesse al suo interno alcune delle figure più screditate degli allora ras democristiani. La motivazione che guidò questo direttivo fu “combattere l’emergenza terroristica”, ma in realtà il vero scopo fu raffreddare la conflittualità del mondo del lavoro con la politica dei sacrifici voluta Berlinguer e il leader della CGIL Luciano Lama.

La prima pagina dell’Unità del 17 marzo 1978 il giorno dopo il sequestro Moro e la strage di via Fani

17 marzo 1978, l’Unità annuncia la rapida fiducia al governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti

Il PCI rimase al governo per un anno, logorandosi. Quando il “compito” fu portato a casa, i democristiani scaricarono i comunisti senza neanche un grazie e alle elezioni anticipate del ’79 il Partito Comunista Italiano andò incontro alla prima perdita di voti della sua storia, perdendo circa il 4% del suo elettorato soprattutto tra giovani e operai delle metropoli. Sintomo che in molti non avevano né capito né sostenuto l’idea del “compromesso storico”. Da quel momento i comunisti italiani furono allontanati per sempre dalla sfera di governo e la DC iniziò un decennio di rapporto col PSI di Craxi. Altra conseguenza degli anni di tregua sociale regalati a Confindustria fu l’offensiva padronale dell’autunno ’80 alla FIAT, che porto alla sconfitta del movimento operai, del partito e del sindacato.

Passano 13 anni e ci risiamo. Di fronte allo sfascio della Prima Repubblica e al ciclone “Mani Pulite” e in base ai risultati delle elezioni del ’92, che vedono i vecchi partiti seppur in drammatica crisi reggere ancora, è incaricato di governare il socialista Giuliano Amato. Nel giro di pochissimi mesi la situazione precipita, e di fronte all’implodere delle forze politiche del pentapartito (DC, PSI, PRI, PLI, PSDI) Amato diventa “politicamente autonomo”, instaurando a tutti gli effetti un Governo tecnico.

Del primo Governo Amato ricordiamo la terribile manovra economica lacrime e sangue dell’autunno ’92 (100.000 miliardi di lire) che scatenò l’ira dei lavoratori, con le bullonate ai palchi dei sindacalisti confederali e il prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani del 6 per mille effettuato nella notte tra il 10 e l’11 luglio 1992. Altro aspetto caratterizzante di quel periodo è l’inizio di una scriteriata politica di privatizzazioni, ma sarebbe meglio dire svendita del patrimonio pubblico italiano.

Autunno ’92, si susseguono gli scioperi e le tensioni sociali conseguenza della manovra finanziaria durissima voluta dal Governo Amato

L’Unità, 2 ottobre 1992

Bulloni contro il palco sindacale in piazza Duomo a Milano, ottobre 1992

Subito dopo Amato venne il Governo Ciampi, guidato dall’ex-Governatore della Banca d’Italia e futuro Presidente della Repubblica.

La scelta più dirompente per la forza dei lavoratori avvenuta sotto Ciampi fu l’accordo sul costo del lavoro del 3 luglio 1993. Di fatto fu deciso che i salari non potevano superare il tetto dell’inflazione programmata (dove l’attenzione del lettore deve andare sulla parola “programmata”). Questa scelta, insieme ad altre, renderà nel giro di qualche decennio gli stipendi italiani tra i più bassi in Europa.

L’accordo del luglio ’93 sul costo del lavoro

Dopo la breve parentesi del primo Governo Berlusconi, ecco arrivare al potere Lamberto Dini, ex-Ministro del Tesoro di Berlusconi, arrivato al potere grazie a una vera e propria “congiura di palazzo” messa in atto dalla Lega di Bossi (fino a quel momento alleato di Berlusconi), dal PDS di D’Alema e dal Partito Popolare Italiano (gli eredi della DC).

La più importante decisione in campo economico del Governo Dini è la riforma delle pensioni del 1995, nella quale si passò da sistema retributivo (la pensione erogata in base agli ultimi stipendi) a quello contributivo (la pensione erogata in base ai contributi versati). Giova ricordare che il Governo Berlusconi era caduto proprio sulla riforma delle pensioni, grazie a una gigantesca mobilitazione sociale nell’autunno ’94. Quello che era stato evitato nel ’94 perché proposto dalla destra sarà attuato qualche mese dopo con il sostegno della sinistra in quella che diventerà una costante degli anni successivi.

La Riforma Dini delle pensioni del 1995

Passano una quindicina d’anni, quelli del trionfo del berlusconismo. Arriviamo dunque al fatidico 2011, con un Paese prostrato dalla crisi economica iniziata nel 2008 e con uno spread (differenziale tra il tasso italiano e quello tedesco) altissimo.

Va ricordato che nel dicembre 2010, nonostante la vera e propria insurrezione giovanile di piazza del Popolo, Berlusconi era riuscito a farsi votare ancora una volta la fiducia, prolungando la sua agonia per un altro anno.

12 novembre 2011, Berlusconi si dimette

Fu nominato a furor di popolo e di establishment, come ennesimo salvatore della Patria, Mario Monti, ex-Preside della Bocconi e commissario europeo, fautore da sempre delle politiche neo-liberiste.

L’entusiasmo dell’Unità per il nuovo premier Monti

Noi già ai tempi criticammo duramente la scelta di Monti e documentammo, sostenendolo con la massima simpatia, il corteo studentesco che, il giorno della fiducia, cercò di raggiungere la Bocconi venendo caricato dalla Polizia.

“Salvare la scuola, non le banche”, lo slogan profetico degli studenti nel novembre 2012

Il Governo Monti ebbe una maggioranza parlamentare ampissima, che vedeva come oppositori solo la Lega e l’Italia dei Valori (le forze a sinistra del PD non erano rappresentate in Parlamento in quella legislatura).

Il Governo Monti è ricordato per la politica di durissima austerità messa in atto nei suoi 17 mesi di durata. Si va dalla Riforma Fornero delle pensioni (quella del disastro degli esodati) alle prime martellate all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

L’andamento del PIL italiano dal 2008. Prima dell’attuale tracollo dovuto alla pandemia globale si nota il crollo del 2012-2013 proprio sotto il Governo Monti

Capendo che il Monti era in rapida crisi di popolarità, Berlusconi gli tolse la fiducia passando all’opposizione e lasciando il cerino in mano a Bersani e al Partito Democratico. I risultati sono fin troppo noti: l’esplosione di Grillo e dei 5 Stelle, l’incredibile recupero di Berlusconi (nonostante anni di disastri) e la mancata vittoria del centro-sinistra nelle politiche del 2013.

La costante di questi “Governi di unità nazionale” è dunque una serie di politiche anti-popolari giustificate dall’interesse generale, quando poi i grandi gruppi di potere economico continuano a farsi, in tutti i sensi, gli affari propri.

Scontata quindi la nostra avversità a una simile progettualità, anche se a guidarla dovesse essere una personalità indubbiamente capace come Mario Draghi, ex-Governatore della Banca d’Italia ed ex-Presidente della Banca Centrale Europea. Una figura che, proprio perché capace, estremamente insidiosa ed espressione di tutto ciò contro cui lottiamo dai tempi del G8 di Genova.

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