Il 17 Aprile noi votiamo e votiamo sì

13001039_10207790138505929_8835986815220131762_nIl 17 Aprile si vota: c’è il referendum popolare abrogativo per fermare definitivamente le trivellazioni in mare entro le dodici miglia di distanza dalla costa.
Nello specifico si chiede ai cittadini italiani di esprimersi rispetto all’abrogazione di una parte dell’articolo 1 della Legge di Stabilità 2016 che allunga la vita delle concessioni per le trivellazioni fino alla durata naturale del giacimento. Cioè: se al referendum non si raggiunge il quorum, o se vince il no, le compagnie che stanno trivellando nel nostro mare potranno continuare a sfruttare i giacimenti ben oltre la fine delle concessioni oggi in essere, e per la precisione fino a quando ci sarà ancora qualcosa da estrarre. Se invece vince il sì, quando finisce la concessione finisce anche il loro diritto di sfruttarli.
Una cosa è sicura, anche se poco conosciuta: la ricerca e l’estrazione di petrolio e gas naturale in mare sono già state valutate pericolose dal punto di vista ambientale e sociale, tanto che già oggi non è più possibile richiedere nuove concessioni.

L’abrogazione dell’articolo in questione è dunque necessaria per compiere il passo definitivo necessario a mettere i nostri mari al riparo dalle attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi.
Domenica prossima quindi si vota, e si vota in tutta Italia. Mancano ormai pochi giorni ma c’è bisogno di ribadirlo per provare a far fronte ai tanti tentativi di depistaggio messi in campo dal governo e dalla maggior parte dei media mainstream. Poche settimane fa il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi ha invitato i cittadini a non esprimersi e andare al mare piuttosto che a votare, mentre in televisione e sui giornali il tema del referendum compare poco e male, tanto che sulle reti nazionali abbiamo assistito a scorrettezze e trucchetti di tutti i tipi: dai conduttori che dicevano che si vota solo in 8 regioni ai grafici falsati che indicavano percentuali più alte con porzioni minori.

La strategia del governo dello scandalo Eni e dei favori ai fidanzati, ai parenti e agli amici petrolieri è chiara: incoraggiare l’astensionismo invitando i cittadini a starsene zitti e provare ad azzerare il dibattito pubblico sul tema è l’unica carta da giocare per portare a casa il referendum e perseverare nell’applicazione di un modello energetico che inquina i territori e distribuisce ricchezza solo tra lobbisti e faccendieri di palazzo. Del resto questa campagna referendaria rivela in maniera chiara la tendenza che il governo stesso sta assumendo anche negli altri aspetti della vita politica del Paese: confondere, stancare e disinformare è la strada più semplice per chi vuole accentrare poteri, sottrarre spazi di decisione politica ai cittadini e aumentare la distanza tra i territori e i luoghi in cui si decide dei loro destini. Tutto questo ci dà una misura dell’importanza della posta in gioco. Non si tratta semplicemente di decidere la scadenza delle autorizzazioni per una parte molto marginale delle attività estrattive in Italia, ma piuttosto di dare un’indicazione precisa e complessiva rispetto alla direzione della ricerca e dello sviluppo energetico del Paese. Pochi mesi fa in occasione di COP 21 la maggior parte degli stati mondiali si sono detti impegnati a ridurre l’impatto delle attività antropiche sull’ambiente, siglando accordi che non avevano però alcuna concretezza: oggi sono i cittadini italiani a essere chiamati in causa per costruire nel Paese qualcosa che renda quegli accordi in qualche modo vincolanti, che renda concrete le intenzioni e le affermazioni sul rispetto del pianeta.

La necessità di cambiare direzione rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili è ormai lampante e riconosciuta sia a livello scientifico che politico, ma l’esecutivo Renzi ancora oggi pare non voler rinunciare all’affannosa e famelica corsa al petrolio, e continua a offrire anche i fondali delle coste italiane al saccheggio delle compagnie del petrolio e del gas.

L’invito è rivolto a tutti e tutte ed è quello di andare a votare e votare SI’.
Votare SI’ perché le priorità che riconosciamo rispetto allo sviluppo economico del paese sono quelle della tutela dell’ambiente, del paesaggio, della salute, del turismo e della biodiversità e non quelle individuate nelle stanze dei palazzi del Ministero allo sviluppo economico tra corruzione e regalini agli amici petrolieri.
Votare SI’ perché la ricerca e l’estrazione di idrocarburi è un’attività inquinante cronica e costante nel tempo così come lo sono le attività di produzione energetica da questo tipo di fonti. Per scegliere cosa votare al referendum quindi, è necessario allargare lo sguardo e non limitarsi a valutare esclusivamente i danni dell’estrazione in sé (che già di loro sarebbero sufficienti a farci andare in massa a scegliere il SI’ domenica prossima e fermare le trivelle) ma guardare anche ai rischi e ai danni connessi all’utilizzo di quanto estratto. A chi racconta che è da folli non recuperare tutto l’estraibile dai pozzi già in attività rispondiamo che abbiamo già emesso abbastanza inquinanti nell’aria, nei suoli e nelle acque anche sia durante che a valle dell’estrazione per continuare a basare la nostra produzione energetico sulla combustione del petrolio.
A rispondere invece alle falsità rispetto alla sicurezza ambientale di questo tipo di attività nel Mediterraneo ci hanno pensato le immagini degli ultimi disastri delle isole Kerkennah, nella regione di Sfax in Tunisia e di Tragouët, comune di Sainte-Anne-sur-Brivet in Francia dove, a causa di una rottura di una condotta, sono stati sversati 550mila litri di greggio.
Votare SI’ quindi, perché il Mar Mediterraneo è un sistema “chiuso” ed incidenti come quello della Total in Francia di poche settimane fa, ci sottrarrebbero di fatto la possibilità di godere di una delle nostre più grandi risorse.
Votare SI’ perché l’estrazione di petrolio e gas naturale ha un impatto ambientale fortissimo sugli ecosistemi marini e non è in alcun modo collegato alle necessità energetiche nazionali: le risorse di greggio e gas naturale disponibili basterebbero a soddisfare rispettivamente solo 7 settimane e 6 mesi del fabbisogno energetico nazionale. Ma soprattutto è il modo in cui è organizzato il sistema italiano di gestione delle concessioni ad essere pazzesco: i giacimenti scoperti appartengono allo stato italiano che però cede la proprietà delle risorse estratte alla compagnia petrolifera che ha ottenuto la concessione. In cambio la società paga allo stato una percentuale del valore di quanto estratto, la “royalty”. Ma solo se la quantità di risorsa estratta in un anno supera una certa soglia, chiamata franchigia. Secondo la disciplina italiana delle royalties e delle franchigie in caso di estrazioni in mare le percentuali da restituire al pubblico sono del 10% per il petrolio e del 7% per il gas naturale e le franchigie sono di 50mila tonnellate di greggio e di 80 milioni di metri cubi di gas. Avere dunque concessioni illimitate nel tempo rappresenta un bel regalo alle compagnie petrolifere che possono ridurre i tassi di attività e “spalmare” l’estrazione nel tempo evitando così di pagare le royalties allo stato. Infine, le royalties nella maggior parte degli altri Paesi del mondo non scendono mai sotto il 30%. Questo spiega l’accanimento del governo rispetto all’abrogazione dell’articolo oggetto del referendum e l’interesse delle compagnie nei confronti delle risorse fossili del nostro Paese nonostante i quantitativi relativi e la qualità scadente. Votare SI’ domenica significa quindi contribuire a invertire questa dinamica perversa di devastazione delle nostre coste e di corruzione politica ed evitare l’ennesimo regalo del governo Renzi agli amici petrolieri.
Votare SI’ perché è possibile immaginare schemi nuovi e differenti che rimettano al centro le vite dei cittadini e dei territori tutelandone la salute e la salubrità. Modelli differenti che non contemplino lo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali ma che guardino ad energie sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale prima di tutto.
Votare SI’ perché questo modello differente che ci liberi dal ricatto della dipendenza dalla fossili non ce lo regaleranno né il governo delle lobby né i grandi colossi multinazionali del petrolio ma va conquistato e imposto dal basso con il coinvolgimento di tutte le forze sane che non hanno più intenzione di compromettere le proprie vite in nome del guadagno di qualcun altro.

Per la natura del quesito referendario in sé, il risultato delle votazioni non sarà sufficiente a imporre il passaggio immediato a un modello energetico complessivo pulito, democratico, distribuito e basato su fonti di energia sostenibili, ma votare SI’ significa dare un segnale politico che vuole da un lato imporre un ragionamento rispetto a scelte e a strategie energetiche sostenibili nel medio-lungo termine che tutelino i territori e la salute dei cittadini, dall’altro dare una risposta al governo sui temi della corruzione e della partecipazione democratica.

Raniero

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