La diossina e l’aborto – di Carlotta Cossutta

Disastri ambientali e guerre sui corpi delle donne.

Stacy Alaimo, in Trans-Corporeal Feminism and the Ethical Space of Nature, ci parla della dimensione trans-corporea come di “spazio-tempo in cui la corporeità umana, nel suo essere carnale e materiale, è inseparabile dalla ‘natura’ e dall’‘ambiente’” (1). Si tratta di una descrizione dei corpi, umani e non umani, come sistemi aperti, porosi, in cui convergono e coesistono effetti materiali provocati da agenti diversi, che sfumano i confini tra naturale e artificiale, tra interno ed esterno, tra autentico e costruito. Questa compenetrazione di corpi, agenti ed effetti è estremamente visibile nei cosiddetti “disastri ambientali”, che diventano momenti in cui la pretesa autonomia dei corpi umani, la loro fissità e la loro astrazione dalla natura salta. Nei disastri ambientali difficile separare ciò che è naturale da ciò che non lo è, e lo si vede nei tanti disastri che costellano l’Italia: dal cantiere del Tav, alla “Terra dei Fuochi”, dalle frane ai terremoti, dall’Ilva di Taranto al Petrolchimico di Marghera. Luoghi dove la natura viene modificata dagli esseri umani e li modifica a sua volta, senza per questo che le responsabilità di ciò che accade non siano chiare. Come sottolinea Serenella Iocovino, infatti, vediamo la “combinazione di agenti diversi, ognuno con la sua concreta, efficace, corporeità: l’incremento delle malattie tumorali in persone e animali, la contaminazione di mare, fiumi e falde acquifere, gli aborti “spontanei,” la biodiversità a rischio, la scomparsa dei paesaggi, nuove o vecchie questioni di cittadinanza mancata e di politiche socio- ambientali insufficienti” (2).

Nei luoghi in cui questi intrecci si rendono visibili sono spesso le donne a trovarsi in prima fila per mostrarne gli effetti sui propri corpi e su quelli altrui. Una diffusissima retorica vuole che lo facciano perché madri, capaci di dare la vita e quindi naturalmente portate a difenderla, a sostenerla, a curarla. Paradossalmente anche io credo che lo facciano perché madri: la maternità, soltanto la sua possibilità in realtà, fa sì che i corpi delle donne siano costantemente dei luoghi pubblici e proprio per questo, forse, per le donne è più immediato sentire e vedere i corpi come spazi politici, su cui agiscono diversi agenti. I corpi delle donne, e di tutti i soggetti così esposti a dispositivi biopolitici, ben prima dei disastri ambientali sanno che non esiste una purezza dei corpi e che non esistono umani fuori dalla natura culturale che abbiamo costruito. E sanno che i disastri ambientali non avvengono fuori dalla società e che, sconquassando il territorio, spesso rafforzano le gerarchie sociali e le oppressioni. Ed è per questo che buona parte dell’ecofemminismo materialista non ritiene che le donne siano soggetti privilegiati dell’ecologia perché capaci di cura, ma perché intenzionate a sovvertire l’ordine sociale che produce i disastri.

Degli effetti, politici oltre che sanitari, dei disastri sui corpi delle donne ne è un esempio fondamentale quello che viene considerato il primo: la contaminazione da diossina a Seveso nel 1976. La storia è nota e in parte, sia per gli effetti dell’inquinamento che continuano che di un processo partito nel 2015, è ancora in corso: sabato 10 luglio 1976, alle 12.37, il disco della valvola di sicurezza del reattore B dell’Icmesa cede e lascia fuoriuscire diossina, più precisamente tetraclorodibenzoparadiossina, o TCDD, che è la più nociva di tutte, perché può causare persistenti effetti cancerogeni, teratogeni e tossici. La nube contamina 1.810 ettari e prima che l’area venga evacuata uccide 80.000 animali non umani. Inoltre la nube colpisce soprattutto i nuovi quartieri sorti vicino alla fabbrica e abitati per la maggior parte da immigrati, soprattutto dal Veneto e dalle regioni del Sud (3). La diossina, e lo vedremo meglio tra poco, invisibile ma tossica, possiede lo strano potere di mettere in luce le pratiche di controllo, oppressione e discriminazione sociale già presenti sul territorio. E non solo, perché alcune inchieste hanno ipotizzato che con molta probabilità il materiale chimico dell’Icmesa, passando per la Svizzera, finisse in Usa dove diventava un composto del terribile defogliante Agent Orange: il diserbante con cui l’esercito americano ha distrutto tanta parte delle foreste del Vietnam.

Nei giorni successivi, mentre gli animali non umani muoiono, la fabbrica rimane aperta e attiva e verrà chiusa soltanto il 19 luglio, dopo che il 16 luglio operai e operaie hanno fermato la produzione per protestare contro l’assenza di informazioni. La diossina, così, mette in luce ancora un altro aspetto: il nesso sapere/potere che proprio gli abitanti delle zone colpite, in lotta, proveranno a scardinare con inchieste, autoformazione e costruzione di conoscenza dal basso.

Quello che però, oltre a tutto questo, mi interessa sottolineare è una vicenda che nasce come parallela e che ben presto diventerà centrale. Il 29 luglio, infatti, Emma Bonino e Susanna Agnelli chiedono in Parlamento alle donne delle aree colpite venga consentito di abortire. Siamo nel ’76, nel pieno del dibattito che porterà alla legge 194 e che ha già ottenuto un primo, piccolo, successo. Nel 1975, infatti, la Corte Costituzionale, con la sentenza 27 del 18 febbraio, per permettere l’aborto terapeutico in caso di rischio per la vita della gestante. A questo fanno appello Bonino e Agnelli, ma anche l’assessore alla sanità in Lombardia, Vittorio Rivolta (DC), che il 30 luglio dichiara: “Per quanto riguarda il problema delle gestanti, le donne verranno esaminate presso la clinica Mangiagalli [e] verranno svolti tutti gli esami e i controlli possibili […]. In base ai risultati di questi esami ogni decisione verrà lasciata alla libera determinazione delle interessate. Per libera determinazione intendo anche la possibilità di interrompere la gravidanza, in base ai risultati emersi e nel rispetto dei singoli problemi di coscienza” (4). Da qui inizierà quella che verrà chiamata “la guerra dell’aborto”, in cui i corpi delle donne nelle zone intossicate diventeranno luoghi pubblici a tutti gli effetti.

Il 2 agosto, infatti, la commissione medico-epidemiologica consiglia alla popolazione di astenersi dalla procreazione per almeno sei mesi (ricordando che la legge che permette la contraccezione è del 1975) e una settimana dopo pubblica una valutazione sugli effetti della diossina che ammetteva la possibilità di un aumento delle malformazioni entro i primi tre mesi di gravidanza. A seguito di questa relazione aumentano le parlamentari che chiedono che sia concesso l’aborto terapeutico, mentre Comunione e Liberazione vi si oppone strenuamente e il Vescovo di Milano chiede alle famiglie della diocesi di impegnarsi ad adottare eventuali bambin* che dovessero nascere con malformazioni. In quei giorni, sul Giornale di Indro Montanelli si leggeva: “Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico”, mentre Nicola Adelfi su La Stampa proponeva addirittura di rendere l’aborto coatto, così “si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate” (5). Nel silenzio, costruito, delle donne interessate l’11 agosto il Ministero di Grazia e Giustizia riconosce che le donne contaminate da diossina rientrano nei casi di aborto terapeutico e Andreotti dichiara che “si trovano nella esigenza terapeutica chiaramente riconosciuta dalla Corte costituzionale”.

Vengono scelti come ospedali a cui indirizzare le donne che volessero abortire la Mangiagalli a Milano e l’ospedale di Desio. Proprio in quest’ultimo, però, i medici non solo rifiutano di praticare aborti, ma operano vere e proprie violenze psicologiche: in particolare, uno psichiatra avrebbe domandato a due genitori se davvero volessero “ammazzare il loro bambino”. Avrebbe detto loro che la diossina non era dannosa, che il bambino sarebbe nato sano (rifiutandosi però di metterlo per iscritto) ad ascoltare il battito cardiaco del feto, per vincere le residue resistenze (6). La conferenza episcopale si schiera coi medici di Desio sostenendo che: “Di fronte ai gravi episodi verificatesi all’ospedale di Desio riaffermiamo la nostra posizione: ogni attentato alla vita della piccola creatura che la madre porta in grembo è una grave violazione della legge naturale e della volontà di Dio, che nessuna legge umana potrà mai legittimare. Non intendiamo fare crociate ma nemmeno ammettiamo che altri le facciano. Noi pure, come cittadini e come cristiani, rivendichiamo il diritto di difendere ed esporre il nostro pensiero” (7). Come sottolinea Diego Colombo le donne esposte alla diossina si trovano esposte tra notizie e informazioni contraddittorie (8), private della possibilità di autodeterminazione perché con gli occhi puntati addosso.

Alla fine le donne che scelsero di abortire in Italia (molte altre scelsero di andare all’estero per sfuggire alla pressione) furono 35 e i feti e il materiale embrionale furono inviati all’Istituto di Patologia dell’Università di Lubecca, affinché fossero sottoposti ad analisi embriologiche e morfologiche. I risultati delle indagini, pur non segnalando malformazioni visibili, non escludevano la possibilità di mutazioni fetali come effetto del contatto con la diossina, anche se segnalavano che per conoscere i danni al cervello fosse troppo presto. Altre donne scelsero invece di portare avanti la gravidanza dando alla luce 76 bambin* san*.

Uno dei risultati di questa pressione fu che molte famiglie di origine veneta o meridionale, che avevano dovuto ricorrere all’aborto terapeutico, ritornarono a vivere nelle regioni di provenienza, proprio per sfuggire allo stigma che le aveva colpite per aver scelto di abortire, stigma aggravato anche dalla sovraesposizione mediatica. Anche le sorelline Alice e Stefania Senno, il cui volto deturpato dalla cloracne fu immortalato da decine di fotografie e divenne il simbolo della tragedia di Seveso, lasciarono la Brianza insieme alla loro famiglia, per tornare in Veneto.

In questo scenario sono utilissime le riflessioni di Laura Conti (a cui non a caso è intitolata la sede di Legambiente di Seveso). Partigiana, comunista, medico, ambientalista, all’epoca Conti è consigliera regionale per il PCI e si batte in prima fila per ottenere giustizia per gli e le abitanti delle zone contaminate. Proprio lei osserva come la relazione della commissione medica non consideri “l’attentato della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice, e non una persona che ha lei stessa una salute da salvaguardare; implicitamente imponeva l’immagine di una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma che ai rischi suoi propri rimane completamente indifferente. Era la conferma – da parte di scienziati! – del vecchio modello tradizionale che obbliga la donna in un ruolo di strumento, privo delle caratteristiche di ‘persona’” (9). Un sapere medico non neutro ma che impone una propria visione al dibattito pubblico e agli stessi soggetti coinvolti. Conti critica l’impianto stesso della possibilità di abortire concessa a queste donne, che le autorizza all’aborto terapeutico solo se contestualmente dichiarano che un ‘parto mostruoso’ può mettere in pericolo la loro salute psichica: “il dibattito ignora l’autodeterminazione, ma svela anche la contraddittorietà bioetica di questa stessa legge che, mentre non consente alla donna di abortire se il bambino che genererà è malato, lo permette invece se il pensiero di “generare un mostro” rischia di far impazzire la madre” (10). La salute delle donne, quindi, non è rilevante di per sé, come soggetti esposti alla diossina, ma lo diventa solo in relazione al feto: per poter abortire bisogna dichiarare di essere a rischio della follia, spostando sulle gestanti il tarlo e allontanando l’immagine della diossina. Sono le donne a non essere in grado di farsi carico della malformazione, quindi, a essere oggetto di stigma, e non l’Icmesa che ha prodotto la contaminazione.

Conti lo sottolinea in maniera molto chiara analizzando il diverso trattamento ricevuto dagli aborti spontanei causati dalla diossina: “non il minimo di collera si sollevava negli ambienti clericali contro l’Icmes per l’eventualità che l’inquinamento avesse provocato […] aborti ‘spontanei’, mentre il furore arrivava a un vero e proprio linciaggio morale nei confronti di [chi] […] aveva proposto che alle donne fosse riconosciuto il diritto di ‘libera determinazione’ […]. Quanto dire che provocare aborti per produrre e vendere triclorofenolo veniva considerato legittimo, provocare aborti per andare incontro al desiderio delle donne di non generare bambini infelici veniva considerato orridamente peccaminoso” (11). Il rischio dell’autodeterminazione delle donne viene ritenuto più grave dello stesso inquinamento e delle modalità di produzione che lo hanno reso possibile e, inoltre, concentrarsi solo sull’aborto mette in ombra ogni altro tentativo di interrogarsi sulla salute e sulle possibilità di sostenere le persone colpite. Non solo, la paura di legittimare gli aborti, spinse una parte della comunità a una negazione generalizzata: “negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica. Spinse la negazione (aiutata in questo dai comportamenti incoerenti e contraddittori della Regione, oltre che dall’irresponsabile campagna minimizzatrice svolta dagli scienziati democristiani) fino a contestare la necessità della bonifica o delle misure di salvaguardia” (12), ancora una volta facendo ricadere sulle sole donne la colpa dell’aborto.

La stessa Conti osserva, a questo punto, che “forse è un paradosso, ma il solo fatto di aver affrontato il problema dell’aborto per le donne delle zone inquinate, il solo fatto di aver ottenuto a Seveso l’aborto terapeutico, si è risolto in un danno, perché tutta la questione diossina si è ridotta al quesito: le donne, le facciamo abortire o no? È diventato un problema delle donne, quello della diossina, che invece riguarda tutta la popolazione” (13). I corpi delle donne sono diventati, letteralmente, l’unico terreno di bonifica e il luogo dello scontro: un’attenzione morbosa verso i feti e i/le futur* neonat*, mentre poco o nulla veniva fatto per i corpi vivi presenti.

Ho raccontato questa storia perché si avvicina il 28 settembre – Giornata mondiale per il diritto all’aborto in cui Non una di meno lancia mobilitazioni in tutti i territori – e perché, spero, si preannuncia un anno in cui le lotte ambientali avranno spazio e visibilità, pur ricordando tutte le comunità resistenti che in questi anni hanno lottato per i territori in cui vivono, spesso invisibilizzate o derise. E allora mi sembrava interessante tornare a un’origine per ricordarmi, ricordarci, che chiediamo ‘molto più di 194’ non soltanto perché questa legge non ci basta (e ricordare un tassello della sua genesi può aiutarci a capire perché), ma anche perché i diritti riproduttivi e non riproduttivi vanno molto oltre il diritto ad abortire. E per non dimenticare che lottare per l’ambiente significa lottare perché questa società che questa natura – il modo di comprenderla e le gerarchie create in suo nome – ha prodotto venga distrutta.

Carlotta Cossutta

Foto da www.boscodellequerce.it

1) Stacy Alaimo, Trans-Corporeal Feminism and the Ethical Space of Nature, in Stacy Alaimo e Susan Hekman, Material Feminisms, Indiana University Press, 2008, p. 238.
2) I racconti della diossina, CoSMo Comparative Studies in Modernism n. 10, Spring, 2017, p. 192.
3) Un approfondimento sulla vicenda e le sue conseguenze si trova negli atti dell’incontro organizzato dal collettivo MaiStat@Zitt@ a Milano il 14 aprile 2007. L’incontro era dedicato al Topo Seveso (Mus Sevesinus), un topo geneticamente mutato dalla contaminazione da diossina, scoperto nel 1995 da ricercatori che studiavano gli effetti del veleno sugli animali nell’area dell’Icmesa. Gli atti si possono leggere qui: www.nicolettapoidimani.it/wp-content/uploads/2013/06/Atti_TOPO.pdf
4) Andrea Bonanni, Proposto l’aborto terapeutico per le gestanti della zona intossicata, in «Corriere della Sera», 31 luglio 1976
5) La Stampa, 2 agosto 1976
6) Diego Colombo, Quelli della diossina, Roma, Edizioni Lavoro, 2006, pp. 119-123.
7) Ivi, p. 128.
8) Ibidem.
9) Laura Conti, Visto da Seveso. L’evento straordinario e l’ordinaria amministrazione, Feltrinelli, Milano, 1977, p. 75.
10) Ivi, p. 80-81.
11) Ivi, p. 34.
12) Ivi, p. 11.
13) Intervista a Laura Conti, in Marcella Ferrara, Le donne di Seveso, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 209.

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Una replica a “La diossina e l’aborto – di Carlotta Cossutta”

  1. Andrea ha detto:

    Interessante. Non mi è chiara questa narrazione fantastica dell’ “animale non umano”, ma si sposa molto bene come figura retorica alla descrizione di un contesto dove il mutageno e il caos sembrano farla da padrone…..uomini, bestie, psiche, corpo, politica, religione tutti mescolati in una enorme babele tossica che produce come risultato solo macerie ideologiche, sociali e fisiche.

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