Trent’anni fa ruggiva la Pantera

Nel 1990 nasce inatteso (o forse no) un poderoso movimento universitario di massa come non si vedeva dal 1977.

Si tratta del movimento della Pantera, che prendeva il suo nome dall’avvistamento, a Roma a fine dicembre ’89, di una bellissima pantera che si aggirava per le strade della capitale e che non venne mai ritrovata. Questo avvistamento ispirò il celebre slogan: “La Pantera siamo noi”.

Il movimento nacque in verità a Palermo nel 1989. È infatti del 5 dicembre l’occupazione della Facoltà di Lettere del capoluogo siciliano, cui seguiranno a ruota quelle di altre facoltà. Il 20 dicembre si svolse in città la prima grande manifestazione del movimento.

Ma fu a metà gennaio che la mobilitazione deflagrò in tutta la sua potenza.

È del 15 infatti la grande assemblea a Lettere che darà il via all’effetto domino che porterà all’occupazione dell’intera Sapienza.

Ma facciamo qualche passo indietro e cerchiamo di raccontare qualcosa della società italiana del 1990.

Si era nientemeno che al sesto governo Andreotti (cui seguirà anche un settimo…), che era sostenuto da quello che all’epoca veniva chiamato il pentapartito e cioè un’alleanza di potere che teneva insieme Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Repubblicano, Partito Socialdemocratico e Partito Liberale. I due attori principali erano la DC e il PSI di Bettino Craxi uscito ancora una volta trionfatore dal Congresso di Milano del 1989.

Le elezioni più recenti erano state le europee del giugno ’89, che avevano visto la Democrazia Cristiana al 33%, il Partito Comunista al 27% e i socialisti circa al 15%.

Il PCI, dopo aver raggiunto il suo massimo storico alle europee del 1984 (anche grazie all’emozione popolare suscitata dalla morte di Berlinguer durante un comizio a pochissimi giorni dalle elezioni), aveva intrapreso la sua parabola discendente già dall’anno successivo con la sconfitta al referendum sulla scala mobile, continuando a perdere voti per tutta la seconda metà degli anni ’80. Un partito dunque in crisi, che conservava comunque un poderoso bacino elettorale e organizzativo e che tra la fine dell’89 e l’inizio del 1991 sarebbe stato scosso dalla “svolta della Bolognina”, con il cambiamento del nome (da PCI a PDS), la scissione e la successiva nascita di Rifondazione Comunista e la definitiva ubriacatura neo-liberista degli anni ’90 di cui ancora paghiamo le conseguenze.

Il grande dominus della politica italiana sembrava essere Bettino Craxi, capace di essere ago della bilancia con il suo 15% di voti e che (ma allora non lo si sapeva) nel giro di meno di tre anni sarebbe stato spazzato via dalla scena politica insieme al suo partito travolto dallo scandalo di Tangentopoli. Il suo grande amico Berlusconi dominava il mondo della comunicazione con l’impero Fininvest e proprio nel 1990 sarebbe riuscito ad accaparrarsi la Mondadori, per poi riempire il vuoto politico causato dal crollo dell’area moderata dopo il ’92. Proprio in quegli anni cresceva con forza e sottovalutato da molti il fenomeno politico delle leghe di cui la più nota sarebbe diventata la Lega Lombarda di Bossi. Quella Lega che, proprio alle comunali del 1990 a Milano, avrebbe avuto un exploit notevole prendendo il 13% dei voti per poi fare il boom a livello nazionale alle politiche di due anni dopo e conquistare Milano nel ’93.

L’Italia era ancora in preda alla sbornia degli anni ’80: quelli della “Milano da bere”, del rampatismo e dello yuppismo, dei paninari e dell’ascesa del gioco in Borsa, dell’Italia “grande potenza mondiale” e dell’aumento a dismisura del debito pubblico. Di lì a poco il Belpaese avrebbe ospitato i Mondiali di calcio, quelli delle “Notti magiche”, caratterizzati da enormi ruberie su tutti gli appalti legati a stadi e altre opere e vinti dalla Germania contro l’Argentina di Maradona. Ma gli scricchiolii sarebbero risultati evidenti a chi li avesse saputi cogliere e il risveglio, già solo nel 1992, sarebbe stato amarissimo.

La corruzione dilagava allegramente, tutti lo sapevano e lo scandalo sarebbe esploso da lì a poco con Mani Pulite. Le organizzazioni mafiose raggiungevano il loro apice di potenza, anche militare, e il crollo del sistema di potere garantito dalla Guerra Fredda e dalla Prima Repubblica avrebbe portato allo sconvolgimento degli equilibri e alla campagna di terrore mafioso del 1992-93. L’eroina mieteva centinaia di vittime ogni anno e, in aggiunta, si era sviluppata una vera e propria psicosi per il diffondersi dell’AIDS. Le fabbriche chiudevano una dietro l’altra lasciando immense aree all’abbandono, migliaia di famiglie in difficoltà economica e la classe operaia italiana completamente devastata.

A livello internazionale l’autunno ’89 aveva visto lo spettacolare e velocissimo crollo dei regimi dell’Est con la caduta del Muro di Berlino il 9 novembre e la fucilazione di Ceausescu in Romania il giorno di Natale. L’Unione Sovietica, in grave crisi economica, si avviava verso la sua disgregazione che avrebbe portato al crollo del 1991. A brevissimo Saddam Hussein avrebbe invaso il Kuwait portando all’intervento americano e alla prima Guerra del Golfo.

E i movimenti? Qual era lo stato dei movimenti sociali?

I movimenti si erano presentati all’inizio degli ’80 in pieno disfacimento. Le quattro parole che potrebbero definire quell’epoca sono: lotta armata, repressione, eroina e riflusso. Migliaia i militanti in carcere, tantissimi sprofondati nel tunnel della droga e ancora di più i “tornati a casa sconfitti”.

La narrazione dominante racconta degli anni ’80 come un periodo privo di impegno politico, ma non è proprio così. Quel decennio fu attraversato da un grande movimento pacifista contro la proliferazione nucleare  e fu proprio la coda di quel movimento a condurre le battaglie contro l’energia nucleare a vincere il referendum del 1987. Il mondo della scuola era stato scosso dall’inaspettato movimento dei medi del 1985 e all’interno del mondo del lavoro si erano sviluppati i Cobas. Proprio nell’estate 1989 poi, a Milano, lo scalpore suscitato dalla resistenza allo sgombero da parte del Leoncavallo aveva fatto da volano a quello che sarebbe stato il movimento dei centri sociali che avrebbe caratterizzato tutti gli anni ’90.

Ma torniamo al mondo dell’università italiana.

Di quell’anno è la riforma dell’università voluta dall’allora ministro socialista Ruberti. Una riforma preceduta da quella Malfatti nel ’77 e seguita da quella Gelmini nel 2008, che introduceva l’autonomia delle singole università permettendo un massiccio ingresso dei privati nelle strutture di finanziamento e gestione degli atenei ed emarginando la componente studentesca. “Privato” come parola d’ordine insomma. Nulla è cambiato rispetto ad allora.

Le occupazioni si diffusero a macchia d’olio in tutta Italia con una quantità di facoltà occupate superiore a quelle del “mitico” ’77.

Il 3 febbraio sfilò a Roma un grande corteo che vide la partecipazione di più di 100.000 tra studenti e studentesse mentre l’assemblea nazionale si era tenuta a Palermo, dove il movimento era nato.

I vari nodi della rete di mobilitazioni erano in contatto l’una con l’altra con l’utilizzo massiccio dei fax che anticiperà l’introduzione della rete come strumento di comunicazione all’interno del movimento.

I media mainstream furono sostanzialmente ostili agli studenti, costantemente intenti a sventolare lo spettro del ’77 e a cercare qualsiasi pretesto per associare le mobilitazioni di quei mesi a quella che era stata la lotta armata e la violenza (ridicole, in tal senso, le affermazione dell’allora ministro Gava) degli anni ’70. Il tutto per uno dei movimenti universitari più pacifici della storia italiana!

Da metà febbraio iniziò l’oggettiva difficoltà a tenere alta la partecipazione all’interno delle occupazioni. In generale, a Milano il movimento fu meno forte rispetto all’esperienza di altre città. Questo perché, probabilmente, il ciclo di mobilitazione era in qualche modo stato anticipato da una serie di lotte che avevano attraversato la Statale nella seconda metà degli anni ’80 portando anche a una sua occupazione nel 1987. Importanti furono le nuove pratiche artistiche espresse durante quei giorni e la riapertura dell’Aula Magna di Festa del Perdono agli studenti che era rimasta off-limits per molto tempo. Entrato nella leggenda un toga party svoltasi proprio in Aula Magna. Da segnalare anche la convergenza antifascista tra studenti e militanti dei centri sociali che portò a una movimentata contestazione del comizio dell’allora segretario del MSI Pino Rauti al Lirico.

Ai primi di marzo si tenne una nuova assemblea nazionale a Firenze. Nonostante le difficoltà, le occupazioni reggevano e il 17 marzo si riuscì a portare in piazza a Napoli circa 100.000 ragazzi e ragazze.

La parabola discendente era però inesorabilmente cominciata proprio sulla piazza di Palermo dove tutto era cominciato. Ci sarebbero voluti altri vent’anni perché l’università italiana venisse attraversata da una mobilitazione altrettanto imponente e dirompente: l’Onda del 2008. Il movimento fu presto dimenticato e rimosso dalla memoria collettiva, ma non era passato invano.

La Pantera ebbe la capacità di avviare una politicizzazione di massa per una generazione che veniva da un decennio nel quale la politica era ritenuta una questione di second’ordine.

In secondo luogo, da quel movimento nacque una vera e propria infornata di militanti che si è dimostrata capace di agire i conflitti dei quindici anni successivi, spesso all’interno dei centri sociali che vivranno la loro epopea nel decennio che condurrà al G8 di Genova del luglio 2001.

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