Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (prima parte)

Il 25 Novembre è la giornata contro la violenza di genere e la violenza maschile sulle donne.
Come collettiva transfemminista queer partecipiamo e contribuiamo come ogni anno alle iniziative, azioni e moblitazioni messe in campo dal Movimento di NUDM e del nodo milanese.
Quest’anno abbiamo deciso di fare un passo oltre e unire le nostre voci, raccontarci.
La pagina ospiterà riflessioni e racconti riguardo la violenza di genere e tutti i modi in cui si manifesta e le conseguenze che può avere, in modo diverso, su ognun* di noi.
Partiamo da noi perché non ci arroghiamo il diritto di parlare per altr* ma con l’auspicio che questo permetta a chi è sopravvissut* di sentirsi legittimat* a narrarsi.
Crediamo che la condivisione sia strumento per svelare la realtà sommersa delle violenze e trasformare la percezione spesso sminuente e minimizzante che si ha delle stesse.
Crediamo anche che siano strumento utile per creare alleanze ed empowerment.
Invitiamo chiunque voglia a partecipare, scrivendoci un messaggio alla pagina, perché tutte le storie possano avere spazio e la libertà di essere raccontate.
P.S.  Questo è uno spazio safe e di rispetto.
Qualsiasi commento giudicante, stereotipo, pregiudizio, qualsiasi hater verrà bannat* senza pietà, perché con certa gente non si discute neanche.
Consigliamo nel caso di seguire gruppi come Maschile Plurale o di rivolgersi a Centri d’ ascolto per persone maltrattanti.

De Gener Azione


Una sera di quasi un anno fa stavo tornando in bicicletta dopo una serata trascorsa con le mie amiche e compagne. Una serata come tante.
Mentre mi dirigevo verso casa, tra le macchine che mi sfrecciavano vicine, ho notato un ragazzo in bici con le infradito arancioni. Tra me e me ho pensato che fosse abbastanza bizzarro andare in giro a piedi nudi a fine dicembre, soprattutto in una notte fredda come quella. Quel particolare evidentemente mi aveva stupita, per questo ho fatto caso alla sua presenza per un bel pezzo di strada, fino a perderlo di vista ad un certo punto.
Arrivata alla fine del vialone pieno di macchine, ho deciso di girare per una via che costeggia i campi. Una strada che avevo fatto mille volte, anche di sera. Una strada silenziosa e poco trafficata.
Mi ero fermata al semaforo per attraversare le strisce pedonali, quando mi sono accorta che il ragazzo era un po’ più avanti a me e girava in tondo. Sembrava stesse aspettando qualcuno.
Ho continuato per la via, pensando ancora a quel ragazzo con le infradito a dicembre.
Quando ero quasi arrivata a metà della strada ho avvertito un senso di pericolo che mi ha fatto girare di scatto. Dietro di me c’era il ragazzo con le infradito arancioni.
Per lo spavento improvviso ho perso per un momento il controllo della bici, a quel punto il ragazzo mi ha chiesto se stessi bene. Ho risposto di sì, scusandomi per la reazione. Ero più tranquilla e senza volerlo ho rallentato la corsa, tanto da permettergli di affiancarmi.
Un attimo dopo essermi sentita più sicura, il ragazzo mi ha chiesto un favore, di dargli un bacio. Dopo il mio deciso NO, ha deciso di diventare più esplicito nel suo approccio, allungando il braccio fino a toccarmi la vagina. In preda al panico gli ho urlato se volesse un calcio nei coglioni e la sua risposta è stata un secco ma inquietante sì.
Ho immediatamente aumentato la velocità, così però ha fatto anche lui, rincorrendomi e provando più volte a farmi cadere dalla bici.
In quei secondi interminabili ho pensato a mille cose, ma soprattutto agli inseguimenti nei film e a come mi fossi sempre chiesta perché la macchina inseguita anziché rallentare continuasse ad accelerare fino allo scontro inevitabile. Ho pensato anche che se fossi caduta sarebbe stata la fine. Mi avrebbe stuprata, o comunque avrebbe provato a farlo.
La via era deserta, non c’era anima viva, nessuno a cui chiedere aiuto. Con tutta la razionalità che avevo in corpo ho pensato che dovevo togliermi dalla pista ciclabile che limitava la mia fuga. Ho deciso allora di fare quello che le macchine nei film non fanno mai e mi sono fermata di colpo, e lui preso di sprovvista mi ha superato. Sono scesa in strada e col cuore a mille ho iniziato a pedalare con tutta l’energia che avevo. Il ragazzo con le infradito arancioni ha continuato a inseguirmi per un bel pezzo ma senza riuscire a raggiungermi. Sono tornata a casa fradicia di sudore e sotto shock.
Per mesi da quel giorno ho fatto fatica a muovermi in bici, ricercavo compulsivamente in ogni passante maschio il ragazzo con le infradito arancioni. Per ogni ciclista che mi ritrovavo dietro mentre andavo in bicicletta mi mettevo a piangere. Per 4 mesi non ho più preso quella strada. Una strada che avevo percorso centinaia di volte.
Ho deciso di scrivere la mia testimonianza, a pochi giorni dal 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere, per alcuni semplici motivi: per esorcizzare ed elaborare quello che mi è successo, che per timore e vergogna ho raccontato a pochissime persone, ma anche perché vorrei far comprendere agli uomini che leggeranno quanto scrivo come il poter tornare a casa incolumi, senza aver subito aggressioni verbali e fisiche, sia uno degli elementi che costruiscono il loro privilegio. Un privilegio secolare e strutturale in questa società patriarcale.
Spesso anche gli uomini più sensibili alle ingiustizie, tremano o si offendono quando tiriamo fuori il concetto di privilegio e mi domando sempre cosa ci sia di così complesso da comprendere e metabolizzare. Probabilmente il privilegio diventa evidente solo quando sai di non averlo, oppure è più semplice non porsi mai il quesito di quali e quanti siano i nostri privilegi rispetto alle oppressioni che ogni giorno questa società sessista, razzista, classista e normodotata ci impone.
Avere un privilegio e non problematizzarlo mai non è però come contribuire indirettamente alle violenze che quel privilegio produce?? Perché non posso tornare a casa da sola la sera senza avere paura mentre un uomo si? Perché sono quasi sempre solo le donne ad attivarsi per far si che episodi simili non accadano più?
Il concetto di privilegio non è un insulto, è un dato di fatto. Accettarlo potrebbe essere il primo passo verso la consapevolezza e magari l’emancipazione da un sistema sessista che opprime anche l’uomo eterosessuale, cisgender e padre di famiglia, anche se in maniera estremamente diversa rispetto alle donne e alla comunità LGBTQIA+.
Io sono bianca, etero, europea, normodotata e so di avere dei privilegi che altre persone non hanno. Vivo però sulla mia pelle oppressioni in quanto donna. Gli uomini hanno dei privilegi che io non ho e questi privilegi tessono una rete quotidiana di violenze, grandi o piccole, che esercitano un potere escludente, prevaricatorio, svilente che ogni donna conosce da quando è nata.
E’ importante ricordarci che Nessun* di noi sarà mai liber* fino a che non saremo Liber* tutt*.


Sicilia 1998: la mia risata di bimba riempie l’aria, sotto il controllo amorevole di mia madre saltello di qua e di là, i boccoli mi solleticano il viso, i miei grandi occhi neri scrutano il mondo. Attraggo l’attenzione di un signore, che si ferma, si inginocchia, mi bacia il dorso della mano e dice “pica pica saporita”. Me lo racconta mia madre, ogni volta che nel corso della mia vita esprimo la mia esuberanza. Crescendo questa immagine l’ho trovata sempre più disturbante, chissà perché.
Piemonte 2004: Sono in montagna, come tutte le estati, con i miei familiari, ho tanti amici e nonostante i miei dieci anni, uno di loro ne ha ben tre più di me. A quell’età si sentono. Si gioca come giocano i bambini, a me son sempre piaciuti i giochi di ruolo quindi acconsento ogni volta che mi propone di essere un’attrice di qualche film romantico, finchè non inizio a provare lieve fastidio notando che ogni volta cerca di starmi più vicino, di toccarmi e baciarmi. Un fastidio che aumenta di giorno in giorno, alimentato da commenti quali “Hai un bel davanzale per la tua età” o tentativi di palparmi attraverso il “gioco”, tipo “Se prendi quella palla ti tocco il culo”. Io mi ritiro, mi spaventa, mi disgusta. Un giorno, si presenta con due rose, dice di essere innamorato e che io infondo lo avevo lasciato fare, dimostravo interesse, feci un sorriso mentre dentro morivo, le presi e le diedi a mia zia, tanto felice di quel gesto così romantico. Che schifo. Pregai, senza credere in dio, ma pregai con tutta me stessa che non tornasse più in quella casa l’anno successivo.
Milano 2008-2012: Sono in seconda media e difendo una di terza, la bullizzano dicendo che si fa i ditalini, ma mi guardo bene dal dire che lo faccio anch’io perché “le femmine non si masturbano”. In terza ho già un ragazzo, due anni più grande, quando mi bacia la pancia, quando gli faccio una sega, non so se mi piaccia o no. Quello che ha in mezzo alle gambe mi intimorisce. Le mie amiche si prendono gioco di me, ma io voglio essere grande. Alle superiori faccio casini, bacio tutti, mia madre mi prende amorevolmente in giro, a scuola mi chiamano puttana.
Milano 2013: Sono innamorata, persa. Lui ha bisogno di me, io voglio salvarlo. Per quattro anni sto zitta. Zitta quando mi dice “puttana lesbica”, zitta quando mi tira uno schiaffo, zitta quando si incazza per quel che condivido su Facebook, zitta mentre perdo tutti i miei amici, zitta mentre mi scopa e non mi piace, zitta quando mi chiama frigida. Non vengo mai quando mi penetra, questo diventerà un problema per diversi anni, nella mia testa. Perdo chili su chili, arrivo a 48, non ragiono nemmeno più. La droga e l’amore tossico mi hanno consumata. Mia sorella dice che son cambiata da quando sto con lui e in peggio. Lo lascio. Mi sento vuota, non ho più voglia di mangiarmi il mondo.
Milano 2014: Lei è un’amica, non mi farà del male. Eppure vuole sempre che risponda subito ai suoi messaggi, dobbiamo vederci tutti i giorni, è gelosa di tutti, giudica il mio corpo, i miei comportamenti disinvolti con i ragazzi, odia la mia facilità nel creare relazioni, si arrabbia se non faccio come dice lei. Io sto zitta, perché ha bisogno di me, perché è debole e sola. Voglio prendere le distanze, mi insulta, mi minaccia, chiama mia madre per sapere dove sono mentre non le rispondo. Mi sento sola, repressa e stupida.
Milano 2015: Un’amica mi convince ad andare a casa di un quarantenne, non ho mai preso tanta coca come quella sera. Sono fatta, ubriaca e confusa. Lei vuole fare sesso con me, lui vuole fare sesso con noi. Lei sta messa come me, ma insiste e io la accontento, ma a lui non permetto di toccarmi, ma lo lascio guardare e lei si lascia toccare. Lei viene, io mi tolgo, loro scopano, io guardo. Torno a casa, mi giro nel letto piena di sensi di colpa. Entrambe viviamo mesi di disagio, terrorizzate all’idea di incontrarlo.
Milano 2019: il cuoco, nonchè capo, con cui lavoro mi tira una pacca sul culo, io sto zitta. Il giorno dopo gli scrivo che mi licenzio e il motivo, risponde che non se lo ricordava e anche se fosse, era un gesto amichevole.
Milano 2019: due mie care amiche sono arrabbiate con me, sono convinte non abbia rispetto per le persone che frequento, questa diventa la ragione principale che le spinge a scrivere alla ragazza che sto frequentando mettendola all’erta. A quanto dicono sono pericolosa, seduco e inganno, seguo solo la mia vagina e scopo con più persone contemporaneamente. Sono persino una tossica. Le dicono di non frequentarmi.
Perché racconto questo? Perché sono sopravvissuta alla sessualizzazione continua e al tentativo sistematico di essere dominata, svilita, umiliata. Perché sono tornata a credere in me stessa, perché non mi sono adeguata. Ho lasciato le mie gambe spalancate al mondo anche se hanno tentato di chiuderle. Perché dopotutto sono riuscita a costruire relazioni sane anche se con fatica. Perché ho incontrato chi mi ha aiutata a capire che nome dare a ciò che avevo vissuto e a sentirmi potente nella mia fragilità.
Mi racconto perché voglio che tu, che stai leggendo e vivendo situazioni simili, ti senta legittimata a raccontarti, non sei sola. Mi racconto perché tu, che stai leggendo, ti ponga delle domande: forse stai limitando le possibilità di chi ti sta accanto di esprimersi, di vivere, di godere. Mi racconto perché tu, che stai solo a guardare, ti muova per creare solidarietà con la persona colpita, anche se questo significa affrontare un parente, un amic_, un compagn_.
Siamo tutte e tutti vittime di una mentalità cattolica, sessista, omofoba che venga agita o subita abbiamo il potere di cambiarla con la messa in discussione e la costruzione di narrazioni differenti, costruendo cura e alleanze.
Siate ribelli.

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Una risposta a “Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (prima parte)”

  1. Olmo ha detto:

    Il primo sbirro è l’industria del porno, l’attaccamento alla società degli schermi.
    Le gambe aperte e le 12 ore di lavoro cui ogni giovane professionista senza il culo parato va incontro.
    E allora un giovane maschio si trova ad “esistere” ad esistersi. Una cara amica mi ha detto: “quanto lotti con te stesso?” e si trova a dover scegliere: mettersi in discussione o tirare dritto. Ho letto di tutto: da Lonzi a Irigaray a Luisa Muraro. Ma la rabbia continua a pulsare e la voglia di sprofondare, di aprire ani permane.
    Perchè non un massaggio collettivo? Perchè dobbiamo costringerci in questi campi di sterminio light che chiamiamo posti di lavoro?
    Per anni ho tirato dritto. Alla soglia dei trenta inizio a capire che le narrative egemoni sono davvero egemoni. E che anche la condivisione non basta. Bisogna bruciare. Rivoltarsi. Assetarsi. Leccarsi

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