Il giorno dopo

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Intervista sulla vicenda dell’omicidio di Davide Cesare e del massacro del San Paolo effettuata a dieci anni dai fatti. L’intervistato, all’epoca, era uno studente delle superiori e racconta la sua percezione dell’intera vicenda.

-Quanti anni hai?
25.
-Che fai nella vita?
Assistente di produzione televisiva e cinematografica.
-Quanti anni avevi nel 2003?
14, andavo per i 15.
-Cosa facevi all’epoca?
Studente.
-Che ricordi hai della vicenda?
Io all’epoca ero in quarta ginnasio al Manzoni classico, iniziavo a frequentare il collettivo e mi ricordo che il lunedì 17 arrivai a scuola ignaro di quello che era successo la sera prima in via Brioschi e trovai i compagni più grandi del collettivo che picchettavano la scuola e spiegavano al megafono quello che era successo: le lame, il San Paolo e un compagno morto, ucciso dai fascisti. Mi ricordo veramente tutto, anche il primo pensiero che feci: “Un compagno morto? Ucciso dai fascisti? I fascisti? Io credevo che esistessero solo nei racconti di mio zio partigiano e di mio padre convinto comunista o in un capitolo del programma di storia di terza media. Ma davvero quei mostri esistevano ancora? Ma davvero potevano ancora fare del male? Ma scusate lo zio non mi ha sempre raccontato che da giovane è andato in montagna per combatterli e li ha sconfitti? Perché esistono ancora?”. Senza pensarci mi unii al picchetto, cercando di fare domande per capirne di più. Finito uno dei picchetti più efficaci di cui abbia memoria, tornai a casa e iniziai a leggere il giornale, la Repubblica per la precisione e continuavo a non capire, perché si parlava di una rissa tra spacciatori e di un assalto a un ospedale? Capii abbastanza in fretta che quella notte era successo qualcosa di terribile, qualcosa che mi disgustava e mi stava facendo crescere dentro una grande rabbia. Con il passare dei giorni iniziò a essere più chiaro a tutti, anche ai giornali, quello che era successo e si arrivò al sabato dopo. Appuntamento per il picchetto al Manzoni e poi tutti a Rozzano al funerale con il tram, tutta via dei Missaglia fino a Rozzano e poi un pezzo a piedi. Quel giorno per me è stato importantissimo. Mi ricordo che arrivato al funerale mille pensieri mi occupavano la testa. I compagni, nonostante il dolore, dimostravano di avere dignità da vendere….La cosa che non mi dimenticherò mai fu quando iniziò a parlare il fratello di Dax , mi ricordo ogni parola…. “A nome di mio fratello, sia io, sia la mia famiglia vogliamo ringraziare tutti i ragazzi che sono qua oggi, in particolare tutti i ragazzi di Rozzano. Perché di che se ne dica, Dax, o meglio Davide era soprattutto un ragazzo di Rozzano, nato e cresciuto in questo paese di cui conosceva le regole, le gioie e i dolori. Davide è spirato tragicamente, come purtroppo tanti altri ragazzi di questo paese..La nostra più grande speranza è che questa assurda morte possa far pensare Rozzano. Possa far dire ai suoi abitanti che Rozzano i suoi figli non li vuole seppellire giovani, che Rozzano i suoi figli non li vuole più in galera, che Rozzano i suoi figli non li vuole più sbattuti su i giornali, che Rozzano i suoi figli li vuole felici, felici. Perché , compagne e compagni, di che se ne dica, mio fratello lottava anche e soprattutto per questo…”.
Non lo dico per mitomania, ma credo che quella vicenda mi abbia fatto avvicinare ancora di più al movimento….se è vero che se uccidono un compagno ne nascono altri cento, beh…io sicuramente sono uno di quei cento.
-Quali pensi siano i temi e gli strumenti adatti a continuare a far vivere la memoria di Davide?
Penso che contrastare il fascismo sia un dovere e la storia di Davide deve continuare a girare nelle scuole, per creare gli anticorpi che facciano sì che tutto questo non accada mai più. Mi piace pensare che se a Milano non esistono fasci nelle scuole è anche perchè abbiamo fatto girare questa storia. Il lavoro fatto e la presenza all’interno dei luoghi del sapere in questa città ha fatto sì che solo quest’anno Casapound sia stata cacciata dagli studenti e basta ben due volte. Costruire conflitto facendo circolare i saperi, essere presenti all’interno delle lotte e soprattutto uscire dalla logica autoreferenziale dell’antifascismo militante che ha prodotto una visione all’esterno dei nostri ambiti di una bieca guerra fra bande…e poi ogni tanto bisogna ricordargli che essere fascisti comporta dei rischi e bisogna anche alle volte usare la forza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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