“Big Government”: la monotonia e i licenziamenti facili

Con questo governo sembra davvero di guardare un reality comico.

Non basta il fatto che vogliano far passare il contratto unico come la salvezza del secolo, ora ci prendono direttamente e letteralmente per il culo.

Abbiamo già sviscerato le fantasticherie del CUI, ma, per chi si fosse perso qualche puntata di “Big Government” facciamo il riassunto.

Grazie al CUI si dice che non saremmo più precari…

Se si vuole chiamare non precaria una persona che per i  primi tre famigerati anni di assunzione potrebbe essere licenziata comunque in qualsiasi momento grazie alla deroga all’articolo 18, alias articolo 8 emanato nello scorso patto di stabilità, allora è meglio che correggiamo la definizione nelle prossime versione dei dizionari di italiano 2013/2014.

Secondo il CUI, inoltre, saremo fortunatissimi, perché al termine di questi “non precari” tre anni forse forse abbiamo la possibilità di essere assunti a tempo indeterminato…

Ah ah ah ah ah…magari una persona tra tante che lavorano in un posto si..e le altre? Tutti a tirarsi i capelli?? (e comunque non dimentichiamoci che il suddetto articolo 8 vale anche quando hai l’indeterminato).

Chi non riuscirà a far diventare calvi i colleghi o le colleghe (o i concorrenti?) sarà mandato o mandata a casa e potrà auspicare ad avere un altro CUI da qualcuno…certo..sempre che a 38, 41 e così via anni qualcuno ti apra le porte e le chiuda a dei neo – (non)precari.

Ok, il groppone è rimasto lì…

Ma almeno la decenza di non prenderci in giro!

Si, perché il “nonno Mario” ha ben pensato, qualche giorno fa, di sdrammatizzare il DRAMMA che un giovane o una giovane precaria vive dicendo:

“Il posto fisso? Che monotonia!”

Ora, questo è davvero offensivo.

Dall’alto delle sue gloriose posizioni tra banche e banchine permettersi di dire che il posto fisso è noioso e che i giovani si devono abituare a non averlo è davvero troppo.
Certo, sapevamo che l’ennesimo vecchio non avrebbe minimamente inteso quali fossero le condizioni in cui versiamo..ma arrivare a tanto per un professore universitario non ce lo saremmo mai aspettati.

Ma la commedia non finisce qui…pare che Bonanni stia dimostrando una certa apertura a  mettere mano ufficialmente alla “giusta causa”: per la Cisl, quindi, si può toccare l’articolo 18, a patto che il licenziamento non sia dovuto a cause di tipo economico.

Stiamo andando al contrario. Stiamo prendendo una gomma e cancellando la storia, e lo stiamo facendo con tanta leggerezza solo perché tutto viene reso estremamente necessario e irrevocabile.

Continuano a dirci di avere coraggio, e forse è vero, perché ci vuole davvero il pelo sullo stomaco per rimettere mano a ciò che è stato guadagnato con tanta fatica. Forse non dovremmo nemmeno biasimare la Cisl…tanto che alle parti sociali piaccia o meno , la riforma sul lavoro si farà.

L’operazione è sottile quanto straconosciuta.

Vorrebbero far passare la precarietà come la possibilità di sentirsi liberi di cambiare lavoro, fare domanda per nuovi impieghi, non sentirsi vincolati né oppressi dalle responsabilità che un singolo impiego chiede. Vorrebbero farci credere che così ci salviamo dall’essere trasformati in uno dei personaggi del film Metropolis, senza una mente, senza un obiettivo.

La libertà non è la possibilità di scegliere o essere scelti al supermercato del lavoro. Non siamo merce di scambio, non siamo un prodotto, non dobbiamo ridurci a pubblicizzare la nostra faccia o svenderci al migliore offerente, o a quello che “ci si piglia”.

Il pericolo è di essere divorati dalle fauci di chi sta salvando le banche e il mercato neo liberista.
Il pericolo è accettare di essere divorati perché è necessario.

La libertà di cui parlano, la non monotonia tutto questo richiamo all’orgoglio di essere italiani, alla libertà e dinamismo che può dare un impiego non fisso, tutta questa voglia di far vedere che l’Italia è un grande paese dove non ci sono solo problemi è nient’altro che una subdola operazione per celare le possibilità e alternativa che si potrebbero tenere in considerazione se solo volessimo.

Poco tempo fa abbiamo pubblicato un articolo sul reddito di formazione, un progetto realizzato nel comune di Barletta e che permette ai giovani fino ai 26 anni di usufruire di un reddito minimo che permetta loro di rendere gli studi sostenibili.

Questo piccolo esempio dimostra come le strade da esplorare sono numerose e molte di esse mettono al centro il benessere sociale delle persone, prima che il sistema economico e finanziario fallito.

Reddito di formazione e nella sua misura più generale, reddito di cittadinanza sono forme possibili e realizzabili soprattutto oggi e in un paese come l’Italia dove il surplus generato è in mano ad una piccolissima percentuale di abitanti.
Secondo le ultime stime, infatti, il 10% della popolazione italiana detiene il 47% della ricchezza.

Perché all’accumulazione di ricchezza non deve corrispondere una redistribuzione della stessa?
Perché non vengono prese in esame altre soluzioni?

Stare a leggere i giornali mentre disegnano il futuro del lavoro è davvero frustrante. Come precari di oggi dobbiamo assolutamente trovare quel punto di ricomposizione colto il 14 dicembre 2010.
E’ nostro compito non far affondare quella barca in cui eravamo saliti e salitè combattivi e pieni di aspettative. Non lasciamo che la riaggregazione trovata si sciolga e ci faccia ridiventare dei soggetti liquidi isolati incapaci di stare insieme e avere uno scopo comune.

Riflettiamo su quanto sta accadendo. E mobilitiamoci.

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Una replica a ““Big Government”: la monotonia e i licenziamenti facili”

  1. Seven_oig ha detto:

    Più precari, più ricattabili = meno pericolosi

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