Tifiamo default

Ei fu.
Sabato 12 novembre Berlusconi ha rassegnato le dimissioni da presidente del consiglio. Sicuramente la fine di un’era. Un’era iniziata molto prima di 17 anni fa, il 26 gennaio 1994, data della sua “discesa in campo”, con la costruzione del suo impero economico e finanziario, con le sue relazioni con Craxi e la P2 e con i suoi legami con la mafia. Tutti elementi che saranno determinanti nelle vittorie elettorali di Berlusconi e nella sua gestione del potere politico ed economico dal 1994 ad oggi.

Di fronte ai 17 anni di onnipresenza berlusconiana sulla scena, è facilmente comprensibile la gioia di migliaia di persone sabato sera che festeggiavano la “liberazione”, ma vogliamo qui invece spiegare perchè secondo noi il 12 novembre non solo non può essere inteso come un 25 aprile, ma neanche ci si avvicina. Certo, è caduto il lupo cattivo (e ancora dovremo vedere che condizioni ha negoziato per uscire di uscire di scena e quanto quest’ultima è veramente definitiva), ma ciò che ci aspetta è peggio. Allo stesso modo non vogliamo neanche essere miopi e non vedere che sabato potrebbe essersi conclusa una fase politica che di certo non ha ridotto le disuguaglianze di reddito e sicuramente non poteva essere l’incubatrice di un modello di sviluppo alternativo imperniato sui beni comuni, materiali ed immateriali.

Ma andiamo con ordine. Le dimissioni di Berlusconi sono sicuramente da accogliere come un fatto positivo. E’ innegabile che in questi anni, sfruttando il potere politico, Berlusconi e la sua cricca hanno diffuso e reso capillare a tutti i livelli la corruzione e l’utilizzo privato della “cosa pubblica”. Dalla gestione del terremoto che ha colpito l’Aquila, allo spostamento del G8 sempre all’Aquila, allo scandalo dell’eolico in Sardegna, agli appalti per le “grandi opere”, dal TAV al ponte sullo stretto di Messina (solo per elencare alcuni esempi). Una rete di collusione fra poteri forti (politici, economici, mediatici, finanziari) sintetizzata solo parzialmente nelle sigle P3, P4, Pn …
Per non parlare dello svilimento del ruolo della donna, ormai ridotta ad un mero oggetto sessuale e simbolo di un potere machista. L’utilizzo strumentale dei mezzi di informazione monopolizzati, e ormai intesi come mezzi di propaganda per battaglie politiche, di cui Minzolini e Fede sono soltanto le punte dell’Iceberg di un sistema che ormai comprende quasi tutti i media mainstream. I tagli fatti al mondo dell’istruzione, ben prima che si parlasse di crisi, e lo spostamento di fondi alle scuole private. Ciliegina sulla torta lo sdoganamento dei gruppi neofascisti, e dei suoi militanti, che in versione riciclata siedono adesso sulle poltrone del parlamento o sindaci di qualche comune.

Tuttavia, è bene notare che con un governo di colore diverso, in questi ultimi dieci anni l’orizzonte politico sarebbe stato esattamente lo stesso, in quanto dietro ai governi, e sarebbe ingenuo non osservarlo, vi sono sempre gli stessi registi che scrivono il canovaccio. I singoli attori protagonisti, i dettagli più o meno importanti della trama e l’ambientazione delle scene o gli aneddoti possono poi cambiare di volta in volta, ma a grandi linee il finale, con vincitori e vinti è sempre lo stesso. Qualche esempio, en passant, per argomentare quella che da molti viene criticata come posizione “contro” a priori.

Il via alla trasformazione radicale (in peggio) delle Università secondo le linee guida del Bologna Process è stato dato dalla Riforma Berlinguer- Zecchino del 1999. Da quell’istante, con l’introduzione dei crediti formativi e con la retorica dell’armonizzazione europea, abbiamo assistito ad uno smantellamento dell’Università degna di questo nome (dequalifica della didattica, normalizzazione del sapere, entrata massiccia dei privati, solo per citare degli esempi) . Così come l’introduzione dei contratti di lavoro precari sono stati introdotti con D’Alema Presidente del Consiglio, ed ora uno dei massimi esponenti della distruzione dei diritti sul lavoro è il senatore del Pd Pietro Ichino.
Senza dimenticare che il primo disegno di legge che istituiva la possibilità di privatizzare l’acqua fu firmato proprio da Bersani, Prodi e Di Pietro (ddl 772 del 7 luglio 2006).

In questo scenario politico istituzionale deprimente che rende evidente la crisi globale della rappresentanza, non si può non sottolineare che Berlusconi non è caduto per divergenze di vedute politiche o perché una forza politica abbia esercitato una reale opposizione al governo. E’ caduto perché ha subito un attacco senza precedenti dei mercati, un vero e proprio commissariamento finanziario, accolto con sorrisi e “rivendicazioni” da parte della maggior parte della sinistra istituzionale interessata unicamente alla caduta di Berlusconi e il conseguente varo di un governo tecnico per non doversi addossare le responsabilità di ulteriori manovre di macelleria sociale. Perfino la Bce ha partecipato a questo golpe diminuendo drasticamente l’acquisto dei BTP la settimana precedente la caduta di Berlusconi per far impennare lo spread e quindi screditare il governo dandogli la spallata finale.

Si dice che il fine giustifica i mezzi, e a prima vista il fine poteva sembrare anche nobile. Ma in realtà è chiaro che i mercati hanno destituito Berlusconi perché non aveva più la credibiltà necessaria per far accettare socialmente le misure che i mercati avrebbero voluto imporre. Ed inoltre adesso dobbiamo fare i conti con i mezzi, con lo strapotere finanziario.

I mercati finanziari, da moltissimo tempo in maniera implicita e recentemente anche in maniera molto esplicita (a dimostrazione della loro forza e sicurezza), stanno dettando i tempi e i modi della politica italiana; la prima avvisaglia la si ha avuta quest’estate con la lettera a doppia firma Draghi&Trichet indirizzata al governo italiano. Questo atto passato quasi in sordina, rappresenta un primo punto gravissimo, per di più esplicito, del “commissariamento finanziario della politica”.
Con l’avvento del governo Monti si rende ancora più evidente questa connivenza. Mario Monti non è un uomo politico della vita italiana, ma un “tecnico” di banche ed economia e dal 2005 è International Advisor di Goldman Sachs (la potentissima banca d’investimenti mondiale che ha giocato un ruolo da protagonista nell’esplosione della crisi del 2008 e che oggi governa la crisi globale attuale), ma anche questa non è una novità. Già Prodi fu consulente per questa agenzia, e come lui Gianni Letta, a dimostrazione del fatto che la politica è quindi più che collusa con il mondo della finanza, e dunque, come illustrato in precedenza, per quanto possano esserci sfumature da uno schieramento all’altro, gli interessi perseguiti sono sempre gli stessi. Questa situazione ha come diretta conseguenza che una crisi della finanza porta necessiariamente a una crisi degli Stati. Grecia, Spagna, Irlanda, Italia pagano il prezzo di attacchi speculativi della finanza mondiale a quella europea, e vengono fatti pesare sulle popolazioni i prezzi di una guerra virtuale combattuta nelle borse mondiali che non li dovrebbe riguardare, che i grandi finanzieri utilizzano sempre come bacino di profitto economico. La fiducia record (556 sì alla Camera, 281 al Senato) del governo Monti è solo l’esplicitazione di questo sistema di potere, decretando il fallimento della democrazia rappresentativa. Quest’ultima, infatti, in una società caratterizzata da rapporti di forza economici e sociali così diseguali, non è altro che la faccia pubblica rassicurante di una vera e propria oligarchia finanziaria mondiale.

La crisi però c’è ed è incalzante, e bisogna trovarne delle vie che ci permettano di uscirne costruendo collettivamente un altro modello di sviluppo sociale che parta dalla valorizzazione e dalla diffusione capillare della pratica dei beni comuni. Centrale nella costruzione comune di questo percorso è il rafforzamento e la creazione di nuovi spazi di democrazia diretta dal basso, dove la democrazia, intesa come partecipazione collettiva ed orizzontale, è pratica quotidiana. La valorizzazione, il confronto e la messa in rete delle esperienze di resistenza e di lotta che attraversano il nostro paese è la base per la costruzione e per la riappropriazione del futuro che la finanza globale sta ipotecando. Soltanto quei saperi e quelle pratiche che si moltiplicano e si articolano nelle lotte possono, diffondendosi, scardinare questo sistema liberandoci dallo strapotere finanziario.

L’obiettivo finale, quindi, è chiaro, la proposta politica per raggiungerlo non tanto.
In questa fase in cui assistiamo a “cordate” dei poteri in difesa di questo sistema qual’è la soluzione che ci consente di inserici criticamente? Soprattutto considerando che in gioco ci siamo sempre noi, e mai loro.
Potremmo sperare in un sistema di recupero fondi e risanare i conti dello Stato (sicuramente non quello a cui mirano l’attuale governo e i banchieri vari il cui scopo è saccheggiare gli Stati che mettono all’asta i propri beni comuni per due lire per fare cassa), e sperare in una crescita forte che ci metta al sicuro da altri attacchi speculativi. Potremmo dire che i soldi si trovano dai fondi militari di missioni di guerra, tramite la lotta all’evasione fiscale, tramite la lotta alla mafia e alla confisca dei suoi beni e trattando la chiesa cattolica come qualsiasi altra organizzazione, quindi pretendendo un pagamento delle tasse (eventualità quanto mai improbabile vista la forte componente cattolica nel governo Monti). Potremmo dire di investire questi soldi nei mercati, di rivalutare i BTP italiani e di rafforzare la nostra posizione per togliere i pretesti ai vari broker che sul nostro debito stanno guadagnando milioni.
Potremmo tentare di limitare il potere della finanza e salvarci dalla bancarotta.
Tuttavia, oltre alla difficile messa in pratica della ricetta sopra esposta (può la crescita essere illimitata in un mondo che dispone di risorse finite? E’ possibile una crescita “classica” in questa fase di seconda recessione?), nulla sarebbe in ogni caso mutato profondamente. I rapporti di forza sarebbero sempre a favore dei mercati. Vecchi impomatati e incamiciati deciderebbero del nostro futuro in qualche hotel di lusso in America, mentre noi convinti della nostra democrazia rappresentativa crederemmo di cambiare il mondo con un voto al PDL piuttosto che a quelli senza L.

In queste circostanze, l’unica possibilità è “tifare default”. Noi tifiamo bancarotta.
Non è masochismo, o ingenuità. E’ una ponderata prospettiva politica. Gli effetti delle manovre economiche che la troika (BCE, UE, FMI) sta imponendo alla Grecia sono sotto gli occhi di tutti. Manovre una dietro l’altra, una più drastica dell’altra, con un’economia che invece di “rilanciarsi” soccombe sempre di più. Una recessione chiama l’altra, le privatizzazioni, i tagli alla spesa sociale, i licenziamenti di massa del settore pubblico stanno preparando il terreno per il default della Grecia che ormai ha sfondato anche sui media main stream. E in Italia la situazione non è diversa, dopo la manovra di agosto, un’altra manovra è stata imposta dalla Unione Europea con le stesse parole d’ordine. Anche se queste manovre portassero l’effetto sbandierato di “rilancio” da chi le propone, la prospettiva non cambierebbe: ogni hanno l’Italia dovrebbe rimborsare l’8% del Pil (circa 110 miliardi) per coprire gli interessi del debito. Nessuna crescita sarebbe possibile, si arriverebbe comunque al default “di fatto”. Perchè allora non controllare il processo di default?

Un default imposto sposterebbe ulteriormente la ricchezza prodotta a vantaggio della finanza aumentando le disuguaglianze e depredandoci dei beni comuni: l’1% scapperebbe col bottino e il 99% si ammazzerebbe per un tozzo di pane.
Controllare il default significa riconoscere il default prima di esserci, significa trovare un compromesso tra debitori e creditori che porti a tutelare i piccoli risparmiatori a scapito delle banche e dei fondi di investimento. Si avrebbero comunque gravi ripercussioni sul tessuto economico e sociale italiano, ma non graverebbe unicamente sul 99%.La finanza vedrebbe ridotti i suoi poteri economici e politici e pagherebbe finalmente parte della crisi non potendo più trarre profitto dalla speculazione sui titoli di stato (il default tanto paventato dalla finanza per saccheggiare gli Stati è infatti l’ultima cosa che gli stessi mercati si auspicano).

In caso di default, sarebbe difficile mantenere il nostro paese nell’euro (ammesso che la moneta unica non collassi del tutto, subendo un default dietro l’altro), anche se effettivamente non esiste una procedura standard in questi casi non avendo mai considerato l’ipotesi. Sicuramente ci porterebbe ad avere una moneta locale molto debole, implicando quindi una maggiore facilità nelle esportazioni e rendendo, al contrario, proibitive le importazioni da stati con moneta più forte (l’euro stesso, il renminbi, il rublo o il dollaro). I capitali privati fuggirebbero all’estero, per timore di insolvenza, e ci si ritroverebbe senza investimenti privati e con un’impossibilità di fare nuove emissioni.
Naturalmente, questo scenario muterebbe radicalmente nel momento in cui questo processo non fosse limitato ad un unico Stato, ma riuscisse invece ad estendersi a tutti paesi preda della speculazione. Questo dovrebbe essere l’orizzonte politico di una rete europea di movimenti sociali. Ciò che bisogna comprendere è che il default è un passaggio intermedio, non il disastro, e che la vera sfida dei movimenti è costruire il dopo.

A fronte del fallimento, bisognerà aprire nuovi spazi di democrazia e di partecipazione dal basso volti ad elaborare collettivamente un nuovo modello di sviluppo basato sulla valorizzazione del comune. Tornano subito in mente i campi di grano di Sicilia e gli aranceti calabri abbandonati a loro stessi, i monti Liguri che adesso sembrano più un pericolo che una risorsa, la gestione dei rifiuti non solo in Campania, l’arretratezza sul fotovoltaico in nome di un nucleare lontanissimo, e tante piccole cose, che insieme costituiscono la nostra sopravvivenza.

Potremmo svegliarci un giorno accorgendoci che il territorio messo in sicurezza è una risorsa da ammirare e conoscere(invece che distruggerlo con linee ferroviarie o discariche di rifiuti), che l’energia è quasi tutta rinnovabile grazie a pale eoliche e pannelli solari, che la formazione è un bene comune e non un bene di lusso controllato e a disposizione di pochi, che le banche e la finanza non controllano più le nostre vite perchè coscienti che “noi il loro debito non lo paghiamo e non lo pagheremo più”, che gli immigrati sono finalmente integrati e possano partecipare alla vita pubblica essendone parte, che la democrazia, toltasi finalmente la sua veste fallimentare di rappresentanza, diventi una reale democrazia dal basso, partecipata e collettiva.

Questo futuro non ce lo hanno dato Tremonti e Berlusconi, non ce lo darà Monti e sicuramente non è il futuro che la BCE e l’FMI hanno in mente.
Dobbiamo essere capaci di immaginarcelo.
Dobbiamo essere capaci di conquistarcelo, con la lotta quotidiana.

 

Furio Dipoppa (Milano in movimento – Labout)
Luca Galantucci (Labout – ZAM)

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