Tifiamo post default ma senza default. Cioè costruiamo un’alternativa strutturale di sistema.

 

Lo sapevamo tutti che non sarebbe cambiato nulla.

Certo la gioia per la caduta di un inetto uomo politico capace di governare un paese per 17 anni grazie alla trasformazione della politica in show televisivo, grazie al supporto della malavita organizzata, dei fascisti e soprattutto dei mercati economici mondiali,e diciamo anche sui suoi miliardi, era necessaria e dovuta.

Peccato che un secondo dopo pensavi al futuro e ti dovevi dire che non sarebbe cambiato nulla. Anzi le cose sarebbe solo peggiorate.

Peggiorate per due motivi concatenati:il primo è che la crisi strutturale del sistema capitalistico non si ferma, il secondo è che il governo Monti è strumentale alla crisi del capitalismo finanziario ed il suo ruolo è quello di provare a dare in pasto diritti, welfare, beni comuni e soldi di chi subisce la crisi per arginare la crisi.

Uso le parole del Subcomandante Marcos usate il 18 ottobre del 2007 a Vicam in Messico durante l’incontro internazionale dei Popoli Indigeni:

“I falsi capi, i malgoverni, sono idioti che adorano gli anelli della catena che li soggioga. Ogni volta che un governo riceve un prestito dal capitale finanziario internazionale, lo mostra come un trionfo, il pubblicizza su giornali, riviste, radio e televisione. I nostri attuali governi sono gli unici, in tutta la storia, che festeggiano la loro schiavitú, la ringraziano e la benedicono. E si dice che è democrazia il fatto che il Comando della distruzione sia a disposizione di partiti politici e caudillos.

«Democrazia elettorale» è come i prepotenti chiamano la lotta per entrare nell’affare di vendere la dignità e portare avanti la catastrofe mondiale. Là in alto, nei governi, non c’è speranza alcuna. Né per i nostri popoli indios, né per i lavoratori della campagna e della città, né per la natura. E per accompagnare questa guerra contro l’umanità, si è costruita una gigantesca bugia. “

Una gigantesca bugia potrebbe essere partenza e fine del mio discorso. La bugia della crescita infinita, la bugia del volere è potere, la bugia del “Yes, we can” e tutte le altre bugie sul poter vivere al di fuori delle proprie possibilità e soprattutto al di sopra delle possibilità strutturali (con il conseguente sfruttamento intensivo dei territori e dei beni naturali) del nostro paese e del “primo mondo”.

Si perchè questa crisi è si globale e strutturale ma è anche incentrata tra Stati Uniti d’America ed Europa . I paesi del BR.I.C. hanno un PIL cresceste ed economie interne in crescita, altri paesi non sentono la differenza, sfruttati barbaramente per i profitti di pochissimi erano e rimangono.

Insomma una crisi legata ai paesi più ricchi del globo terracqueo.

Una crisi che espandendosi colpirà tutti, ma sicuramente c’è chi ha più da perdere di altri.

Il debito pubblico e privato nasce da una bugia, la crisi globale è stata coperta da bugie durate anni.

Gran parte di quello che abbiamo è legato ad un debito dal finanziamento per la macchina al mutuo per la casa passando per il pagamento a rate di computer, televisore e telefonino. Molti degli oggetti citati sono i beni considerati di lusso ma anche necessari per sentirsi accettati dalla nostra società creata e basata sull’apparenze e sul possesso. Bisogni indotti che si tramutano in necessità questa è una scelta operata e costruita negli anni.

Questa cosa l’abbiamo vista in maniera dirompente e drammatica nei riots di agosto in Inghilterra dove il saccheggio dei negozi era legato all’approvvigionamento non di beni primari ma di altro tipo e per questo in molti lati del globo stigmatizzato con troppa leggerezza da una parte e con incredibile scaltrezza dal lato di chi prima crea il bisogno e poi non è più in grado di soddisfare l’esigenza perchè il sistema da lui creato è al baratro.

Chi sta più in basso forse ha potuto vedere prima le avvisaglie oppure al di là dell’oceano i sentori della fine del sogno della finanza erano ben più evidenti come evidenziato dalla citazione del Sub Marcos 11 mesi prima del fallimento di Lehman and Brothers (15 settembre 2008).

Una bugia sono stati tutti i 17 del Berlusconi uomo politico. Già altri hanno con dovizia di particolari parlato della discesa in campo di Silvio, delle sue amicizie, dei suoi rapporti con Craxi e con la P2. Inutile stare qui a ripeterli.

Per capire la situazione del nostro paese (logicamente inserita nella complessità globale sopra accennata) è anche impossibile non parlare degli ultimi anni di gestione politica (intesa come gestione della politica istituzionale, precisazione per me fondamentale da fare perchè troppo spesso si confonde la politica istituzionale e legata al mondo dei partiti con il termine “politica” che è cosa più ampia e complessa. Così come è necessario ricordare che il termine democrazia non è legato a stretto filo con la democrazia rappresentativa e quindi legata alla rappresentanza anche qui si parla di una questione molto più larga e nobile.) che ci stanno portando al così detto “default”.

Partirei dall’ultimo discorso video registrato dell’ex presidente del consiglio. Berlusconi ricorda che la crisi non è iniziata in Italia ma ha colpito l’Italia e ricorda che lui non è mai stato sfiduciato ne dal parlamento ne dal senato (certo si potrebbe parlare lungamente della compravendita parlamentare avvenuta poco meno di un anno fa per far si che tenesse la maggioranza).

L’ex governo italiano ed il suo primo ministro sono stati sconfitti non dalla politica (nella sua accezione più ampia) ma dai mercati. Il commissariamento d’agosto, la borsa in picchiata e la crescita dello spread sono state le armi usate dal potere economico per sfiduciarlo. Napolitano il fedele alleato di BCE, FMI e di tutte le istituzioni trans-nazionali che hanno chiesto la testa di Mr. B..

Le due precisazioni dell’ex Premier sono piccole ma fondamentali.

La prima che è quella di maggior rilevanza per provare a capire e affrontare la questione crisi “globale” è appunto la provenienza della crisi, i tempi di questa crisi e la mancanza di soluzioni che il sistema capitalistico da.

Siamo entrati nel quarto anno di sconvolgimento economico globale. In questi quattro non si sono trovate soluzioni adeguate e sembrerebbe che queste soluzioni non esistano visto che come tante tessere del domino un paese dopo un altro inizia ad essere messo sotto osservazione dalle grandi corporation economiche e dalle borse. Non è immune dalle critiche e dalle difficoltà nemmeno la Germania. Nemmeno la crisi del ’29 ha avuto tempi tanto lunghi e soprattutto il vuoto di idee e iniziative per uscirne. Anche Barroso ha dovuto ammettere che si tratta di una crisi strutturale. Insomma cose forti.

Con il 1929 c’è anche una forte differenza: 82 anni fa il potere economico e quello politico erano secanti ma non coincidenti, o meglio il potere politico aveva netta autonomia da quello economico, non lo subiva o non del tutto. 82 anni dopo la storia è diversa. E’ l’economia che determina e guida la politica. La crisi della rappresentanza ha fatto l’ultimo scalino. Se già nel 1994 sempre Marcos scriveva nel suo libro purtroppo forse profetito “La quarta guerra mondiale è iniziata” “Ora la politica è solo una organizzatrice economica e i politici sono moderni amministratoridi impresa.… “ nel 2011 vediamo come l’economia si riesca ad impossessare della politica laddove i politici sono talmente incompetenti da non riuscire nemmeno ad eseguire ordini e li sostituisca con governi tecnici (Italia e Grecia) .

Una situazione veramente complessa.

Berlusconi e in alternanza i governi di centro sinistra hanno seguito le regole neoliberiste senza battere ciglio. Privatizzazioni, liberalizzazioni, distruzione del welfare, smantellamento dei diritti sul lavoro per favorire la flessibilità e la precarietà, guerre per ottenere la gestione di petrolio, gas e acqua, svendita della cultura e dei beni comuni sono state le norme negli ultimi anni.

Il pacchetto Treu e la riforma della scuola targata Berlinguer sono figlie del centro sinista così come i grandi sacrifici per entrare nell’euro sono stati chiesti e fatti dal governo Prodi. Questi tre esempi ci danno la dimensione di asservimento dell’intero panorama governativo italiano alle volontà trans nazionali dell’economia.

Berlusconi in primis è stato l’esplicitazione fatta persona delle peggiori tesi sulla glocalizzazione fatte da Bauman. Per questo è sempre stato appoggiato e spinto dai mercati, dalla confindustria, dal Vaticano e da tutti i potentati economico/sociali nazionali e trans-nazionali.

Basti pensare alla gestione della prima parte della crisi. Ancora non si parlava di bolla legata al debito pubblico (ma forse già qualcuno sapeva) ma il pesante taglio alla spesa pubblica del paese è iniziato nel 2008. La “riforma” Gelmini e i decreti di svendita dell’acqua, per esempio, nascono in quel periodo e mostrano le volontà politiche di quel governo che vuole recuperare denaro andando ad inficiare e toccare il futuro delle nuove generazioni rendendo classista l’istruzione, distruggendo lo stato sociale ed i diritti e/o vendendo tutto ai privati. La drammatica gestione politica del governo Berlusconi è molto più complessa e meriterebbe altri spazi, uso semplicemente alcuni esempi che considero calzanti per aiutarmi nell’inquadrare le problematiche in dibattito.

La scusa della crisi economica è per Berlusconi e la sua cricca un opportunità per andare ad attaccare e toccare tutto quello che in una normale situazione avrebbe mosso contro di lui aspre critiche e movimenti popolari. La crisi diventa il brodo migliore per acuire le differenze tra i pochi ricchi ed i sempre più poveri o quasi poveri. Per l’ennesima volta una gestione quasi privatistica della “res pubblica” che di fatto ha solo accentuato le problematicità.

Sia chiaro che a conti fatti non penso che un governo di centro sinistra avrebbe avuto ricette migliori, forse differenti sicuramente nella prima fase, ma nella sostanza la nostra economia oggi non starebbe meglio, forse a livello sociale ci sarebbe la parvenza di qualche possibilità in più, ma solo la parvenza.

Così l’incapacità del governo di centro destra di anticipare i tempi della crisi (in maniera tale che l’esplosione della bolla legata al debito pubblico fosse meno pesante) si mescola con la grandissima incapacità del centro sinistra di essere alternativa credibile sia per il sistema economico vigente sia alternativa per un superamento della crisi e del capitalismo finanziario. Certo è anche impossibile chiedere a qualcuno di essere quello che non è, il centro sinistra Italiano, ed europeo, sono schiavi e collusi con il capitalismo e con la finanza come dimostrano anche Grecia e Spagna.

Qui veniamo a noi. I movimenti che in questi anni si stanno mobilitando contro la crisi e che prima si sono opposti alla deriva della globalizzazione neoliberista e alle sue conseguenti guerre non riescono nemmeno loro ad immaginare e creare un’alternativa. Questo è il problema. Vediamo i sintomi ma dobbiamo combattere le cause.

Chiariamo subito: essere e creare alternativa non significa entrare nel gioco dell’alternanza elettorale. Può essere che l’alternativa immaginata e proposta dialoghi con il mondo politico istituzionale e lo ibridi andando così a modificarlo. Se questo accadrà la politica istituzionale farà sue le istanze dei movimenti e le userà nel suo campo d’intervento.

L’obiettivo non può essere creare un nuovo soggetto istituzionale che parli con il vuoto del partitismo Italiano ed internazionale. L’alternativa deve essere qualcosa di più ampia, larga e radicale. Bisogna pensare, immaginare e creare un’alternativa al sistema capitalismo capace di ri-organizzare in maniera sostenibile la società. Un qualcosa di talmente ampio che coinvolge politica/economia/ecologia/struttura e sistema.

Senza questa fantasia non si potrà andare lontano e al limite si potrà tentare di gestire al meglio la fine di un sistema economico che non ha più possibilità di crescita e di durata, contrattando al meglio possibile la diminuzione del debito da pagare.

Ma quindi cosa fare? Aspettare silenti che quest’alternativa si materializzi?Provare a costruirla? E nel frattempo?

Non lo so. Se lo sapessi sarebbe una buona cosa e concorrei alla costruzione di un nuovo mondo e di un nuovo ordine.

C’è chi dice che un default controllato potrebbe essere la soluzione.

Devo dire che l’idea del default un po’ mi appassiona e mi fa sognare. Se ripenso a quello che è successo in Argentina a cavallo tra il 2001 ed il 2002 mi vengono i brividi. Brividi positivi ma anche molto negativi. Sentire i drammatici racconti di persone conosciute in giro per il mondo che ti parlano dell’impossibilità di comprare i viveri, che ti dicono che non c’erano più soldi nel senso fisico del termine, che narrano di un aumento vertiginoso di atti di prevaricazione tra pari mi fanno rabbrividire. Nello stesso tempo pensare alle campagne “que se vadan todos”, ai cazerolasos, alle fabbriche occupate, ai quartieri autogestiti e alla creazione del mercato del baratto mi fa pensare che poi nelle situazione drammatiche ci si organizza per risalire la china.

Però se vedo la situazione odierna di uno dei paesi simbolo del fallimento delle politiche neoliberiste vedo come l’economia ed il paese si sia rialzato e ora la fase è migliore di quella pre-default, ma non ottimale, e dove gli squilibri tra ricchi e poveri sono ancora evidenti ma, bisogna anche ammettere che le lotte del 2001 sono ancora vive nella testa del popolo Argentino e le scelte sono soppesate per non ricreare tensione sociale, cioè a dire che gli squilibri ci sono ma c’è un attenzione maggiore nei confronti della maggioranza della popolazione.Il default ha avuto un grande pregio per il paese Sud Americano ovvero quello di allontanarsi dalle ricette neoliberali legate alle privatizzazioni e liberalizzazioni, all’abbandono della parità tra Peso e Dollaro e al non pagamento del debito contratto con il Fondo Monetario Internazionale.

Arriviamo al default: Non posso tifare default, tifare default significherebbe accettare che uno stato possa fallire, significa assecondare chi considera un paese un azienda. Non si può. Forse è un discorso ideologico, ma è il mio dato di partenza. Accettare il gioco al default vuol dire accettare il gioco di BCE e FMI. Penso sia necessità concordare che stiamo giocando una partita diversa fatta di bisogni, diritti e necessità collettive e questa partita si gioca con un lessico ed un immaginario diverso.

Il default controllato mi sembra una cosa utopica.

Chi dovrebbe controllarlo? Se c’è la volontà e la capacità di controllarlo perchè non prevenirlo operando le stesse scelte che si dovrebbero operare una volta raggiunto?

Non si potrebbero abbandonare le ricette neoliberiste e ripartire dalla sovranità nazionale?

Non potremmo cancellare le privatizzazioni e ripartire dai beni comuni?

Non potremmo rifiutarci di pagare il debito e quindi ridividere le ricchezze e ricreare uno stato sociale all’altezza di permettere a tutti un esistenza degna ed un futuro?

Default significa uscire dall’euro e ripartire da una moneta nazionale debole, non possiamo dopo non aver pagato il debito fare questo passaggio?

Non potremmo senza pagare il debito usare quei soldi per finanziare la formazione e la ricerca e quindi diventare competitivi nel campo dei saperi?

Se si ha la forza di controllare il default perchè non prevenirlo?Così ci evitiamo di dover gestire la follia del default con gli innumerevoli problemi che si porterà dietro?

Perchè solo l’Italia. Dovremmo farlo tutti. Come insegna l’Islanda?

Rimettere al centro la democrazia intesa come partecipazione attiva mettendo in discussione l’ordine caotico della finanza che ha cancellato il concetto stesso di democrazia?

Monti ci ha parlato di lacrime e sangue così come la BCE. Se lacrime e sangue devono essere, e mi sa che dovranno esserlo, allora facciamo che le spendiamo non per dare gli ultimi soldi e gli ultimi diritti ai banchieri ma per costruire una nuova società e un futuro.

Ho paura però che come non si abbia la forza di praticare un attacco alla governance della finanza così non si abbia nemmeno la forza di controllare il default.

Perchè se si avesse la forza di farlo penso sia stupido arrivare fino a li perchè avremmo la possibilità di fare prima quello che va fatto.
Stando male, ma non toccando il fondo.

Ho paura che se il default arriverà arriverà senza che noi lo vogliamo e/o controlliamo. Arriverà e saremo noi il 99% della popolazione italiana che ne subirà maggiormente le conseguenze e ho il terrore che il giorno che ci arriveremo chi ci ha portato fino a li avrà raggiunto il suo scopo di aver accumulato beni e ricchezza per sopravvivere alle difficoltà e in periodo di ripresa essere nuovamente tranquillo ed un gradino sopra la massa.

Per di più penso che il default Italiano da solo non basti. Rischia di far pagare doppiamente la crisi a questo paese ed ai suoi abitanti. E dalle ceneri del nostro defualt chi ci guadagnerà?
Il default, controllato o no, porterebbe una discontinuità sociale molto accesa e creerebbe forti paure, ansie e preoccupazioni. Da una situazione limite non è detto che si esca nella migliore delle maniere possibili.

Si darebbe spazio ai furbi e ai prepotenti. La politica diventerebbe guerra e forse nuovamente una grande bugia.

Nella crisi sociale creata dal default non si sa chi ne uscirebbe vincitore. Soprattutto se in quel momento, così come oggi, non abbiamo una proposta reale alternativa da portare sul piatto.

L’alternativa è il centro del contendere, la sfida è aperta e lanciata ai movimenti. Se sapremo accettare la sfida potremo attaccare l’ordine caotico della finanza.

No non tifo defualt. Tifo per una consapevolezza comune e movimenti capaci di imporre le ricette anti-liberiste e post defualtine prima della fine, ma non solo in Italia. La nostra forza sono le eccedenze sociali che si sommano ai movimenti in opposizione al modello economico/politico imposto. Potrebbe essere l’inizio della pratica di ricerca di un alternativa reale e vincente capace di cancellare dalle nostre vite questo schifo basato sulle disparità chiamato capitalismo con tutte le sue appendici e variabili di nome. In Italia e nel mondo.

Immaginare e creare un alternativa che ambisca ad essere maggioritaria obbligando il mondo della politica e dell’economia a realizzarla è il nostro obiettivo, la partenza il rifiuto del pagamento del debito pubblico.

Il futuro non è scritto e lo costruiamo tutti assieme con coraggio e determinazione, forze ed intelligenza.

Andrea Cegna

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