La rassegnazione cancella il presente. Il disagio giovanile ai tempi del Covid

Trigger warning: suicidio, ansia, autolesionismo, depressione, dca.

È passato più di un anno dall’inizio della pandemia. Siamo costantemente distratt* dai notiziari con le statistiche sui morti, sugli ospedali, e le interviste a* “sopravvisut*” alla malattia. Ma esiste anche un altro risvolto della situazione pandemica, o meglio, della gestione della stessa. Si tratta di una condizione in cui si è maggiormente ritrovata la fascia d’età più abituata a stare in mezzo alla gente, i/le giovani che, in quanto tali, hanno un bisogno fisico ed esistenziale di vivere immers* in micro-società, aggregarsi in comunità: un immobilismo e una solitudine perpetui, privi di impulsi esterni a cui aggrapparsi.
È stata proprio la comunità a subire per prima un declino durante la scorsa primavera. Ci siamo dovut* rinchiudere in casa e, se dapprima la mutua solidarietà tipica di piccoli gruppi di amici e famiglie, è sembrato che si fosse estesa alle città intere per fronteggiare la minaccia della malattia, la lontananza e la segregazione forzata la hanno presto portata verso uno sfaldamento progressivo, fino alla quasi totale perdita di coesione che stiamo vivendo adesso. E infatti questa si tira necessariamente dietro molte altre piccole perdite, buchi dentro di noi che si allargano fino a farci sprofondare in essi. Eravamo abituat* alle luci lampeggianti e i ritmi frenetici di città che ci assorbivano, ed è per questo che inizialmente alcun* hanno tirato un sospiro di sollievo: avevano del tempo per sé stess*. Poi è passato troppo tempo, abbiamo iniziato ad accusare l’assenza di stimoli esterni, la vicinanza con noi stess* ha assorbito tutto ciò che rimaneva, ciò che stava al di fuori ha iniziato ad impallidire, ci siamo ritrovat* intrappolat* nei nostri stessi corpi, chiuso dall’autorità tutto ciò che andava oltre noi. Ora ci è spesso difficile fantasticare, dialogare persino “tra noi e noi” e riuscire a produrre qualcosa, una nostra arte, quando l’arte che ci veniva presentata ogni giorno ha cessato di esistere.
Le relazioni con gli/le altr* hanno iniziato a sfaldarsi, ormai troppo saltuarie, e se prima eravamo uniti da molti fili spessi che ci legavano, ora questi si sfilacciano e talvolta si rompono, ci disgreghiamo, ci perdiamo, dopo un anno ci dimentichiamo di alcune persone. Rischiamo di disimparare a vivere all’interno di un gruppo, di una società, a rapportarci in un dato contesto con svariate individualità. Noi, che di esperienza ne abbiamo maturata troppo poca, rischiamo di disimparare a relazionarci.
Ci è stata proibita l’attività forse più antica: la festa, la gioia della celebrazione, che da sempre, persino nella guerra (parola di cui si è tanto abusato in questi mesi), tiene saldi gli uomini alla vita. Le celebrazioni mescolano gli uomini, li intersecano e li rendono un tutt’uno, proprio per questo saranno l’ultima abitudine che riprenderemo.
Non abbiamo più la possibilità di sentire, di toccare gli altri esseri umani, di imparare a conoscerne di nuovi, abbiamo perso la fisicità, la carne, tanto essenziale per sentirci viv*. Se manca sia il pensiero che il sentire la pelle e il calore altrui, cosa si diventa?
Ci è stata rubata la possibilità d’istruirci, perché (lo abbiamo ripetuto fino a stancarcene) gli schermi fanno male agli occhi e alla testa, spossano, e la didattica a distanza, unilaterale, non si può definire istruzione. Ma soprattutto ci è stata rubata la possibilità d’imparare, ci è stato rubato quell’apprendimento che andava al di là delle aule di scuola, un apprendimento inteso come creazione di nuovi pensieri tramite un umano e reciproco scambio d’idee. Rischiamo di disimparare a pensare in relazione al mondo poiché del mondo non facciamo esperienza. Si tratta di una terrificante perdita di ricchezza culturale per la generazione a venire.
Abituandoci al confronto forzatamente egoistico, o meglio alla mancanza di questo, viene meno anche una caratteristica tipica di noi giovani: la curiosità, che si manifestava nel viaggio, sia figurato che reale. Sentiamo di avere ancora tanto (tutto) da scoprire, ma non possiamo farlo. È triste perdere una cosa tanto preziosa, la più preziosa tra tutte le curiosità, quella ancora vivida ed inesperta, che dava origine ad un atteggiamento e comportamento non completamente stabilito e strettamente regolamentato dal sistema.

Forse sarebbe potuto andare tutto diversamente, ma noi – la società italiana tutta – abbiamo deciso di rassegnarci e accettare passivamente le regole imposte, senza domandarci se fossero giuste o sbagliate, non bastevoli o eccessive, non siamo riuscit* a criticarle, sottomess* allo stato attuale delle cose, ritenendolo, a lungo andare, immutabile. Abbiamo rinunciato a sognare, ci siamo appiattit* nella nostra unica dimensione, non potendoci riconoscere negli/nelle altr* siccome tanto disgregat*: non ci riconosciamo neppure in noi stess*, il nostro passato appare troppo lontano ed il futuro inarrivabile. Giorno dopo giorno, la rassegnazione di tant* cancella il presente.
Paiono essere sparit* (o quasi) i/le classici adolescenti ribelli, essenziali per la propria indipendenza futura. Non sembra esistere neppure più l’idea di una ribellione in potenza: non riusciamo a pensare che, qualora ritenessimo una certa imposizione ingiusta, potremmo non sottostarle; non riusciamo a sorpassare con l’immaginazione la nostra condizione attuale, il/la singol* si è rassegnat* ad un’individualità chiusa ed egoista, come se, pur incontrando la gente, non potesse presentarsi, stringere una mano, ad aspettare all’infinito perdendo la propria potenzialità di vita.
Proviamo così un senso di sconfitta, non riuscendo a delineare i contorni di aspirazioni a cui non sappiamo quando potremo provare ad avvicinarci, e di abbandono: molt* lasciano gli studi (il 30% de* ragazz* ha almeno un* compagn* che ha smesso di frequentare quest’anno), ma non perché abbiano deciso di estraniarsi dalla spirale unidirezionale e prestabilita del sistema, quanto per un’impossibilità fisica o emotiva di proseguirli, o di disposizione ad ascoltare discorsi (ma senza apprenderli) innanzi a uno schermo. Ci si ritrova emarginat* rispetto al proprio contesto sociale, ma, se prima gli/le emarginat* erano riconosciut* come tali poiché gli/le unic* ad esserlo, e tendevano a “fare gruppo”; ora, essendo tutt* quant* emarginat* l’uno rispetto all’altra, non viene più riconosciuto il concetto d’emarginazione, impedendo, di fatto, la tipica solidarietà di fronte agli/alle esclus*. Il 35% degli/delle adolescenti afferma di essere sempre connesso, ma il 75% percepisce un forte senso di solitudine.
E dove vado, e perché ci vado, se non c’è nessun* con cui condividere il benefici del mio movimento? Tendiamo ad evitare lo sport, le gite (quindi la novità, la scoperta), ci stabilizziamo nella staticità, non abbiamo motivi per uscire di casa per lungo tempo, complice il timore causato da genitori protettivi e dai media. Ci abituiamo a questa staticità, al contesto chiuso, solitario, esso diventa una condizione di vita dalla quale è (letteralmente) difficile uscire.
Siamo finit* in uno stato bestiale, poiché è forse possibile l’umanità al di fuori della relazione con gli/le altr*?, in uno stato di pura sopravvivenza: dov’è finita la ricerca della felicità, se non possiamo sognarne una ideale?
I segni dell’estraniazione, del conseguente malessere tra* giovani, negli ultimi giorni stanno venendo fuori sotto forma di dati, e spaventano. Disturbi alimentari che diventano virali e si diffondono, vere e proprie malattie e stati emotivi che arrecano disagio, ansia, depressione, stress, attacchi di panico… la tristezza ci accomuna senza avvicinarci, è aggravata dalla sconfitta che pare inevitabile e dal nostro faticare a credere che questo nuovo (ma non poi tanto) “modo di vivere” possa giungere al termine.
Tra ottobre 2020 e gennaio 2021 i tentativi di suicidio sono aumentati del 50%;
Durante la pandemia i disturbi alimentari tra gli/le adolescenti sono aumentati del 30%;
Il 70% degli/delle adolescenti soffre di insonnia e disturbi d’ansia;
Uno/a su tre adolescenti ha accusato sintomi depressivi a causa dei lockdown;
Nell’ultimo anno le richieste di ricovero per autolesionismo sono aumentate del 50%
L’acquisto di alcolici dopo il lockdown è aumentato del 200%.
La condizione temporanea che prospettavano i mass media un anno fa, si è trasformata nel nostro mondo presente.

La pandemia esiste, certamente porta con sé dolore. Tuttavia non è colpa sua ciò che ci sta accadendo, è colpa della gestione di essa. Il governo non è santo, non sta cercando di fare il possibile. È da sempre schiavo dei grandi interessi economici, e questa volta non ne è venuto meno (si veda la battaglia dei vaccini tra le varie case farmaceutiche che, dall’esterno, pare una disputa tra capi di stato intenti a contrattare con le carte di un monopoly umano). Ricordiamoci che è la cura, non la prevenzione, a fatturare. Ricordiamoci che è nell’interesse di ogni governo, al fine di preservare le calde poltrone in parlamento, estinguere l’umano fuocherello ribelle che dovrebbe bruciare in ognun* di noi; ricordiamoci che quando non è più la malattia a fare abbastanza paura, l’arma impugnata sta nelle sanzioni economiche e nella povertà dilagante.

Rete Student_ Milano

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