Migranti – Como/Chiasso: dai “bunker” alla dignità

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Al di là della frontiera, a Chiasso, tutto pare tranquillo. Solo attorno alla stazione ci si accorge di numeri importanti di poliziotti. Tanti. Dentro alla stazione, vicino ai binari, soprattutto a quelli con i treni che arrivano dall’Italia. I poliziotti parlano tante lingue, il tedesco è molto in voga, pare.
Poi esci e tutto è tranquillo. Non ci si accorge nemmeno dei pulmini “in borghese” parcheggiati e presidiati. Forse sono quelli i mezzi che conduco i migranti ai “bunker”. Fermati mentre provano a varcare il confine.

I “bunker” sono quei luoghi che da tempo sono destinati all’accoglienza breve dei migranti. Non dovrebbero servire a quello. Ma tornano utili. Stanzoni sotterranei, non celle. Dovrebbero essere gestiti dalla protezione civile, invece sono le diverse forze di polizia a gestirli durante “l’emergenza dei migranti”. Capita così che se ci sono in custodia 50 uomini e donne per 24 ore ma arrivano solo 46 pasti si faccia finta di nulla. Può succedere che non vengano distribuite le lenzuola per coprire i materassi per la notte. Possono succedere tante cose, al limite della correttezza, dell’accoglienza e della dignità umana.

Forse è un caso, o forse uno dei tanti modi per far girare la voce che in Svizzera non si viene accolti. Già, perché molti migranti denunciano come nel paese elvetico non gli sia stato chiesto nulla, tanto meno se avessero la volontà di chiedere asilo. Un po’ perché chi arriva non sempre parla e capisce la lingua del luogo. Un po’ non pare che la polizia svizzera abbia molta voglia di raccontare e spiegare. Fermati in stazione si viene identificati, poi mandati nei “bunker” e quindi passati alla polizia italiana. Anche se si ha intenzione di chiedere asilo. Perché? Perché se ritorni in Svizzera e vieni identificato ancora non puoi più chiedere asilo, perché sei recidivo. E’ un caso? Una delle tante casualità che accadono in giro per l’europa, con la e minuscola.

Il flusso è diminuito. Ora sono solo uno o due i “bunker” aperti. Nei giorni caldi di Agosto erano quattro o cinque almeno. Sarà che con l’idea di creare il campo d’accoglienza a Como si stanno moltiplicando i controlli di polizia sulle tratte ferroviarie che portano a Como. Sarà che con la frontiera bloccata qualcuno sta provando a cercare altre strade. Sarà che chi viene fermato a Chiasso viene spedito a Sud, e non nuovamente a Como. Saranno tante cose che si sommano e che cambiano la realtà di Como, di Chiasso e di chissà quante altre città. Ma non cambiano le necessità.

Poi in uno dei “bunker” capita di trovare un cartone che è stato usato da un uomo o una donna per scrivere un disperato appello di salvezza, probabilmente ignorato, e che mostra la distanza tra l’essere umano e la fredda gestione di numeri con cui il mondo del capitale governa i territori:

“Ma vie a toujours été compliqué, pourtant j’ai des capacités physique, morales et intellectuelles.
D’abords je suis orphelin de père, de ma mère en suite, de mon grand frère âgée seulement de trente-cinq ans, mais qui représentait déjà formellement notre papa décède, ma grand sœur décède aussi alors qu’elle était celle qui avait décidé de s’occuper de mon petit frère et moi. Je tiens a préciser que toute ma famille mourait atteinte de la même maladie et mourait de la même façon (tué par mon oncle pour un motif dont selon moi été et est la ‘jalousie’).
Il voulait aussi nous tuer, nous (mon petit frère et moi) étaient que des adolescents, qui n’avaient pas demande à naitre, mais nous mettions au point de laisser sans persécutions. Nous prîmes alors la fuite vers une destination inconnue, juste pour un et unique bout, de reste en vie. [mois: NYEE, IKEL, RYAN, PABLO].
Nous arrivons alors, comme par magie, mais selon moi par grâce divine en Algérie. Nous avons eu et reçu un accueil chaleureux par une minorité des personnes d’un pays qui selon moi, reste le pays le plus raciste du monde. Persécutés encore là-bas, par des propos injurieux et racistes, nous primes la décision d’aller s’installer en Lybie. Ce serait jusqu’aujourd’hui l’une des pire décisions prises dans notre vie. La suite vous fera certaiment couler des larmes car il est difficile pour mois de continuer”.

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“La mia vita è sempre stata complicata, pertanto ho delle capacità fisiche, morali e intellettuali. Come prima cosa devo dire che sono orfano: di mio padre, poi di mia madre e del mio fratello più grande, che aveva solo 35 anni, ma che rappresentava già formalmente nostro padre morto. La mia sorella maggiore è morta quando ha deciso di occuparsi di me e del mio fratello piccolo. Ci tengo a precisare che la mia famiglia è morta nello stesso modo, tutta colpita dalla stessa malattia (uccisa da mio zio per un motivo che secondo me era ed è la gelosia). Voleva uccidere anche noi (me e il mio fratello minore), noi eravamo dei ragazzini e non avevamo certo chiesto di nascere così abbiamo deciso di partire per fuggire alla persecuzione. Noi siamo quindi partiti per una destinazione sconosciuta, con un unico scopo: quello di restare in vita. Noi siamo allora arrivati, come per magia, ma secondo me per grazia divina in Algeria. Noi siamo stati accolti calorosamente da una minoranza di persone di un paese che, secondo me, resta il paese più razzista del mondo. Perseguitati anche lì per dei fini ingiuriosi e razzisti, abbiamo deciso di spostarci in Libia. Si sarebbe dimostrata una delle peggiori decisioni della nostra vita. Il seguito farà sicuramente piangere perché è difficile per me continuare…”.

Andera Cegna

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