I pezzi di carta non bastano! Vogliamo garanzie!

Napolitano si è svegliato e ha ricordato che sarebbe meglio piantarla con lo Ius sanguis e passare allo Ius soli…
In relazione a cosa?
Ah, ma certo…ai figli dei migranti nati in Italia.
E’ una “follia, un’assurdità” che un bambino o una bambina nati in Italia non siano considerati italiani.
Certo che lo è…ma, dico io, smettiamola una volta per tutte di parlare delle questioni in maniera teatrale e andiamo in profondità.
La cittadinanza, lo sappiamo tutti, è fondamentale per vivere nel proprio paese. I bambini nati in Italia di origine straniera sono tantissimi e hanno tutto il diritto di essere considerati italiani.
Ma c’è molto di più.
Prima cosa, ci sono bambini che non sono nati in Italia, ma sono arrivati molto piccoli e che cresceranno con ogni probabilità insieme a tutti gli altri bambini considerati italiani “di sangue” o “di territorio”. Ci sono ragazzini che frequentano le scuole medie inferiori e superiori e che vivono gli stessi spazi e le stesse situazioni dei loro coetanei italiani.
E’ forse accettabile che molti di loro siano costretti a ripetere continuamente la trafila tra permessi di soggiorno che non arrivano, questure intasate, ambasciate, consolati e chi più ne ha più ne metta?
E’ sopportabile che si siano verificati casi in cui ragazzi cresciuti e a volte nati in Italia debbano esser costretti a subire costantemente le loro origini come un peso, un macigno sulle loro spalle?
Siamo nel 2011, e ci sono persone considerate colpevoli solo per il fatto di essere venute da un altro paese, macchiate.
Si, quindi lo affermo convinta…dare loro la cittadinanza è sicuramente un passo nella giusta direzione, ma non è che l’inizio.
Le tremende politiche italiane sull’immigrazione hanno diversi volti e uno di questi volti riguarda l’istruzione.
Le scuole italiane sono lo specchio di quello che è e che sarà la nostra società. Classi di trenta bambini in cui almeno dieci di loro si chiamano Issra, Mohamed, Ahmed, Yang, Radwa, Felipe, Ana, Raissa, Mikhaela…
Entrare in una scuola italiana oggi significa questo. E si apre il cuore. Perché mentre sui giornali escono gli ennesimi slogan di una Lega che afferma oggi più che mai il proprio credo xenofobo, Pietro gioca con Said, Luca studia con Cheng e Fatima e Giada ridono dei primi amori.
La storia però non si ferma qui.
Questi nuovi italiani, infatti, spesso e volentieri necessitano di un supporto in più dal punto di vista linguistico. Pur parlando un italiano colloquiale perfetto, infatti, a volte commettono qualche errore in più dei loro compagni di classe o fanno maggior fatica a riconoscere alcuni suoni. Questo succede per due motivi, o il ricongiungimento familiare è recente, o l’ambiente linguistico a casa è quello del paese d’origine. E davanti a chi storce il naso io dico: “Non è forse vero che fino a pochi anni fa, e in alcuni casi tuttora, i genitori italiani a casa parlano in dialetto anziché in italiano standard?”
Ed ecco che si palesa l’altra faccia della medaglia: i facilitatori linguistici o gli insegnanti di italiano come L2. Sono persone ultraqualificate, costrette al precariato più assoluto, perché, udite udite, lo stato italiano non prevede la necessità di inserire questa figura all’interno del panorama dell’insegnamento statale. Ma certo…a che cosa serve che questi nuovi cittadini si inseriscano a tuti gli effetti nella realtà linguistico – culturale italiana?
Come se il problema non esistesse, come se le classi fossero quelle di 30 anni fa.
Come se la vera integrazione, parola con cui tutti si riempono la bocca, non passasse dal fattore linguistico. La lingua è uno strumento di potere, si sa. Non curarsi di questo aspetto significa non curarsi della questione.
Le politiche d’immigrazione non colpiscono quindi solo il migrante che vive, lavora e manda i figli a scuola in Italia, ma portano con sé il lato oscuro del precariato. Disgregazione etnica e sociale, l’obiettivo perseguito durante i precedenti 20 anni, una meta che non siamo sicuri verrà abbandonata o trascurata nel futuro.
E’ per questo che sarebbe opportuno ricordare ai nostri presidenti che la cittadinanza si riduce ad un mero foglio di carta se non viene accompagnata da una serie di misure che la rendano effettiva.
L’educazione e l’istruzione sono sicuramente tra gli aspetti più importanti su cui deve cadere la nostra cura e attenzione.
I pezzi di carta non bastano, vogliamo garanzie!

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