L’Iran di nuovo in piazza

Da fine dicembre si sono riaccese le proteste in Iran, con edifici governativi in fiamme in tutto il Paese e migliaia di persone in piazza che affrontano la violenta repressione poliziesca. Le manifestazioni sono una risposta alla crisi economica sempre più grave a causa delle stringenti sanzioni statunitensi, che hanno portato al crollo del valore della valuta locale, il rial. In diverse città, queste manifestazioni si sono rapidamente trasformate in proteste antigovernative più ampie: dalla gestione della grave crisi idrica che ha colpito il paese al mancato sostegno alle famiglie indigenti.

Giovedì 7 gennaio le autorità iraniane hanno interrotto l’acceso a Internet, un canale che – come spesso è successo in altri paesi – viene utilizzato per comunicare e organizzare le manifestazioni. Le violenze poliziesca, che secondo fonti locali hanno causato già decine di morti tra i protestanti, viene così invisibilizzata dal black out delle connessione.

Donald Trump intanto continua a minacciare l’intervento se il governo iraniano continuerà a prendere di mira i manifestanti, fingendo di ignorare che a Minneapolis e in diverse altre città statunitensi, ci sono manifestanti americani presi di mira dall’ICE. Come in Iran così in USA, le persone muoiono mentre lottano per i propri diritti.

Sempre dagli Stati Uniti, l’autoproclamato principe ereditario iraniano Reza Pahlavi continua a esortare i manifestanti attraverso i social. Figlio dell’ultimo scià iraniano detronizzato dalla rivoluzione islamica del 1979, ancora non ha avuto la benedizione di Trump nonostante il profilo: Residente negli Stati Uniti da anni e con stretti legami con Israele, guida da lontano la fazione monarchica della frammentata opposizione iraniana.

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