Argentina: la legge sul lavoro di Milei viene imposta nonostante una grande protesta

La notte del 12 febbraio 2026, il Senato argentino ha dato media sanción alla legge sul lavoro proposta dal governo ultraliberista di Javier Milei, con 42 voti a favore, 30 contrari e un dibattito prolungato per oltre 13 ore. La legge adesso passa alla Cámara de Diputados, che potrebbe approvarla definitivamente già il 25 febbraio, chiudendo in fretta e senza alcun confronto reale con i lavoratori e le lavoratrici. La votazione non è stata un semplice atto parlamentare. È stata accompagnata da una repressione brutale e deliberata: la polizia è intervenuta violentemente nella Plaza del Congreso a Buenos Aires, usando gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro manifestanti, sindacalisti, studenti e movimenti sociali, con centinaia di feriti e oltre 30 arresti.

Per questo le immagini della repressione non sono quelle di una protesta isolata o marginale, ma di una risposta di Stato pensata come deterrente politico. E non è un’esagerazione: deputate come Myriam Bregman hanno denunciato apertamente l’intento di imporre un “estado de sitio de hecho”, una sorta di stato di emergenza di fatto per soffocare la protesta — una protesta che non era fine a se stessa, ma espressione del rifiuto generale verso una legge che precarizza e annienta diritti storici. Questo è il primo grande atto legislativo dove il governo di Milei usa pienamente i suoi nuovi numeri parlamentari, dopo le elezioni di ottobre 2025, per imprimere la sua impronta ideologica sul corpo stesso del lavoro.

La legge sul lavoro non è riforma. Non è “modernizzazione”. È una motosega sociale che macina diritti, relazioni collettive e protezioni istituzionali.

Dietro la retorica governativa di voler “equilibrare un sistema sbilanciato” e di “terminare con l’industria dell juicio”, si nasconde l’intento di indebolire la forza collettiva dei lavoratori, ridurre il costo del licenziare, espellere la contrattazione collettiva reale e consegnare individualmente la negoziazione a chi detiene il potere economico. Non ci troviamo di fronte a un aggiornamento tecnico: stiamo assistendo a un tentativo sistematico di smantellare una parte significativa della legislazione del lavoro costruita nel corso di decenni di lotte sociali e sindacali in Argentina.

Il primo terreno di scontro è la applicazione della legge. Il governo afferma che essa varrà “per tutti i rapporti di lavoro, non solo per i nuovi”. Ma giuslavoristi e avvocati indipendenti sottolineano che l’apparente non retroattività, combinata con il trattamento dei contratti in corso, apre un enorme spazio di contenzioso. In altre parole: la legge sul lavoro spalanca un campo di battaglia giudiziario permanente, dove chi lavora deve difendere in tribunale ciò che ha già conquistato. Il conflitto non è un incidente: è parte integrante della legge stessa.

Il cuore della legge è un ripensamento totale del rapporto tra lavoro e capitale, concepito non per liberare le persone dal lavoro precario, ma per ampliare la ricattabilità individuale e spezzare ogni elemento di forza collettiva. Nei fatti:

• gli indennizzi per licenziamento vengono ridotti, escludendo dal calcolo premi, vacanze o altri benefici; si introduce un meccanismo di aggiornamento “moderno” che svuota di sostanza la tutela contro il licenziamento arbitrario, e si permette alle grandi imprese di pagare sentenze in più rate.
• si consente il pagamento dei salari anche in moneta estera, aprendo la porta a condizioni salariali fluttuanti e non ancorate al potere d’acquisto reale.
• il cosiddetto “banco de horas” trasforma le ore extra in un credito che può essere gestito unilateralmente dal datore di lavoro, schiacciando la dimensione collettiva dello straordinario.
• la legge amplia enormemente la categoria dei servizi essenziali, imponendo prestazioni minime durante gli scioperi e svuotando così il diritto stesso di fermare la produzione come forma reale di conflitto.
• i contratti collettivi perdono valore automatico quando scadono, se non vengono rinegoziati entro un anno, e i patti aziendali o individuali possono prevalere su quelli nazionali, anche se meno favorevoli per le persone che lavorano — un ribaltamento completo della gerarchia contrattuale storica.
• la disciplina delle vacanze, delle malattie e delle certificazioni mediche diventa più rigida e controllata, trattando la salute come un ostacolo burocratico più che una condizione umana effettiva.

La legge introduce anche incentivi contributivi per premiare l’assunzione formale — un segnale che il governo vuole vendere l’insieme come “blanqueo” e regolarizzazione. Ma la logica è chiara: si regolarizza per normalizzare la precarietà e ridurre costi e conflitti istituzionali, non per costruire condizioni di dignità lavorativa.

In questo scenario, la lettura critica fatta da teoriche come Verónica Gago e Luci Cavallero sulla struttura politica ed economica del governo Milei diventa essenziale. Anche se nessuna delle due ha parlato specificamente della legge sul lavoro articolo per articolo, le loro analisi sul neoliberismo autoritario, sull’individualizzazione del conflitto e sulla distruzione sistematica dei diritti sociali offrono una chiave interpretativa del progetto politico che questo governo rappresenta. Gago e Cavallero vedono infatti nel progetto di Milei non una semplice ricetta economica, ma un cambio di paradigma nella relazione capitale–lavoro, un programma in cui la deregolazione massiccia e la precarizzazione generalizzata diventano ordini del giorno, legittimati da un linguaggio di libertà e modernizzazione che in realtà nasconde una distruzione deliberata del tessuto sociale.

Non c’è nulla di neutro in tutto questo. La legge sul lavoro non è una riforma tecnica: è un progetto di classe, scritto dalla destra neoliberista per ridurre la capacità dei lavoratori di resistere e di organizzarsi, per trasformare la relazione di lavoro da rapporto sociale in rapporto di forza unilaterale. Proprio per questo il testo è stato fatto passare con la polizia in piazza e la repressione a guardia delle urne parlamentari.

Questa legge non creerà lavoro vero. Non rafforzerà la dignità di chi lavora. Non renderà l’Argentina più giusta. La storia dei “tagli ai diritti per aumentare l’occupazione” è una storia morta: non funziona, non ha mai funzionato. Dove la flessibilità è stata applicata, ha prodotto salari più bassi, orari più lunghi e vite spezzate. Dove la contrattazione collettiva è stata indebolita, la precarietà è cresciuta. Dove la protesta è diventata sospetta, la rabbia sociale è esplosa.

Questa legge è la motosega sociale che taglia la forza collettiva dei lavoratori, la solidarietà di classe, la possibilità di conflitto effettivo e l’idea stessa di un lavoro come spazio di dignità e di vita. Per questo non può essere contestata solo con l’emendamento parlamentare: deve essere affrontata con conflitto, organizzazione dal basso, sciopero, mobilitazione. Se la motosega deve essere fermata, non può essere con le mani legate; deve essere incontrata con reti collettive organizzate, con la forza viva di chi lavora, con la determinazione di chi non intende cedere terreno su nulla di ciò che è stato conquistato con lotte reali.

Questa legge non è un passo avanti: è un salto all’indietro, in piena accelerazione. E la risposta dovrà essere necessariamente altrettanto radicale.

Andrea Cegna

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