Quale musica possibile?
Negli ultimi giorni si è aperto un dibattito interessante sul mondo della musica in Italia. Gli articoli di Tommasini, Luterotti, Guidetti e Ivic toccano aspetti diversi di una stessa questione: cosa sta succedendo alla musica, al suo ecosistema e agli spazi in cui nasce.
La mia tesi è semplice: quello che vediamo oggi nel mondo della musica è un processo di omologazione.
Un processo che parte dalla produzione di gusti e sonorità, passa per regole e norme che normalizzano le modalità di partecipazione e si traduce in uno strumento di concentrazione della ricchezza, del controllo e della riproduzione del potere.
Ciò che accade oggi alla musica non nasce adesso. È qualcosa che si è sviluppato progressivamente dentro la globalizzazione neoliberista.
Scriverlo nei giorni di Sanremo non è banale, Sanremo non è il centro di questo processo. È semmai uno dei luoghi dove diventa visibile, un sintomo. Negli ultimi anni il festival è diventato un pezzo di questo sistema che riguarda tutta la struttura della musica. In parte lo riassume anche perché rassicura.
Tanto che oggi la gara sembra quasi essere partecipare al festival. Fino allo scorso anno lo era anche vederlo, commentarlo, giocarci con il FantaSanremo.
Se fino a pochi anni fa andarci significava quasi doversi giustificare con compagni e compagne di viaggio, oggi sembra accadere il contrario: non andarci è da sconfitti e sconfitte.
Se un artista che è nato nei posti piccoli e/o occupati ci va, ci “sentiamo” di aver scalato il vertice, ci sentiamo sicuri, parte di un mondo ampio e plurale. Ma quella partecipazione a chi fa gioco? Che processo fortifica?
In uno degli interventi che hanno riaperto la discussione, Rolando Luterotti scrive che «ci vuole un piano di produzione e un dibattito complesso perché la musica accompagni il cambiamento». È un passaggio importante, perché riconosce che la musica non è solo espressione artistica ma anche infrastruttura sociale e politica. Ma proprio da qui nasce il problema: dentro il capitalismo contemporaneo anche questa dimensione finisce dentro meccanismi di normalizzazione.
Per anni si è ragionato sulla possibilità di stare “dentro e contro”. Ma oggi sembra sempre meno un concetto vincente.
Wu Ming lo scriveva già anni fa, negli anni dell’Expo 2015 a Milano: il capitale non si limita a combattere ciò che nasce fuori dal sistema. Lo assorbe, lo modella, lo trasforma e lo fa suo. In termini di rapporto di forza oggi siamo perdenti.
Questo meccanismo vale anche per la musica ascoltata e dal vivo.
Molte delle esperienze che nascono come alternative finiscono per essere integrate nel sistema, o senza volerlo esserne un pezzo necessario. Non perché tradiscono qualcosa, ma perché il sistema stesso ha la capacità di inglobarle e trasformarle in valore economico. Pensiamo a chi sta dietro le quinte, quanti e quante hanno iniziato in club indipendenti, palestre occupate o circoli Arci?
Dentro questo processo pesa anche ciò che Flavia Tommasini descrive come «repressione, grandi eventi e governo della socialità». Non si tratta solo di industria musicale ma anche di politiche urbane, regolazione degli spazi e trasformazione delle città. La musica diventa così parte di un sistema più ampio che organizza e controlla le forme della socialità. Dove norma e omologazione non arrivano arriva la repressione, gli sgomberi, le minacce. No concerti nei centri sociali significa più soldi al sistema di prevendita e del diritto d’autore. Meno centri sociali e spazi liberi da logiche di commercio significa meno ibridazione sociale e produzione di pensiero critico.
Questo processo però non riguarda solo l’industria musicale commerciale. Riguarda anche mondi che storicamente hanno costruito alternative.
Quando la musica diventa uno strumento di lavoro e di finanziamento della vita politica, inevitabilmente si entra dentro certe logiche. O meglio se non riesci ad imporre un modo di fare lo subisci. E anche quei mondi oggi subiscono la logica dell’omologazione, per lo più non producendo più alternativa, non sedimentando pubblico, non producendo gusti. Usciamo dalla dinamica delle colpe e del senso di colpa: affrontare giganti non è facile, sbagliare e fallire sono inciampi. Riprendere e costruire il mestiere per cambiare le cose.
La domanda diventa concreta.
Come tieni in piedi un club o un circolo se fai cose bellissime ma il pubblico non ci va?
E come finanzi i pullman per un corteo nazionale se la serata non funziona?
E vale la pena dirlo anche con una certa onestà: anche nei centri sociali, almeno in quelli che ho frequentato io, troppo spesso il ragionamento su concerti e serate non era legato a una scelta artistica o culturale, ma al risultato economico possibile.
Festival come Alta Felicità, Sherwood o Onda d’Urto sono fiori all’occhiello dell’autorganizzazione culturale. Ma se si guardano i cartelloni degli ultimi anni si vede spesso la presenza degli stessi nomi che girano nel resto del circuito dei festival.
Non è una critica morale. È il segno di una dinamica più ampia.
Sappiamo bene che il pubblico è qualcosa che si muove per sé. Le persone scelgono cosa ascoltare e cosa andare a vedere.
Ma quel per sé non esiste nel vuoto. È influenzato da come e dove scopri la musica, dal mondo, dalle relazioni. Oggi sempre più spesso attraverso algoritmi, piattaforme, hype e logiche dell’evento. Il capitale impone stili di vita e influenza ogni aspetto del nostro vivere.
La scelta di che tipo di musica e dove fruirla resta individuale e consapevole, ma avviene dentro uno schema di potere.
Fabri Fibra lo racconta con ironia in un featuring con Salmo:
«Non guardo la TV, vecchi programmi
Non credere a nessuno sotto i trent’anni
Mi vorrei reincarnare in un trap boy
Per potere dire solamente yeah, yeah
Senza offesa, anche a me piace la trap, poi
A diciott’anni mica scopi se ascolti gli Slayer».
È una battuta, ma racconta un fenomeno sociale. Dinamiche di gruppo, appartenenze, identità.
Sono le stesse dinamiche che oggi fanno sì che la maggior parte dei biglietti per molti concerti venga venduta in prevendita.
Quando lavoravo a Onda d’Urto, negli anni sono aumentate sempre di più le chiamate di persone che chiedevano: “ci sono ancora biglietti? Non li trovo online”.
Quando avevo diciotto anni la prevendita era qualcosa legato a pochi eventi da stadio. Si facevano code nei negozi per comprare i biglietti.
Oggi il sistema funziona in modo diverso.
Il sistema Spotify, TicketOne e oggi anche quello dell’acquisto delle location non sono fenomeni isolati. Sono la conseguenza di una tendenza.
Dentro questa tendenza pesa anche l’omologazione delle regole e delle norme di sicurezza. Regole che spesso cancellano le anomalie e obbligano a spegnere le luci dei luoghi dove nascevano storie importanti, anche per caso.
Restano aperti soprattutto gli spazi che possono permettersi quelle regole e quelle spese.
La concentrazione del potere in pochi soggetti, del resto, non è certo una novità del capitalismo.
Come scrive Guidetti in uno degli interventi che hanno animato il dibattito, «la partita contro il mercato non è chiusa», ma serve capire come giocarla.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: può esistere un underground dentro il sistema musicale?
Possono esistere etichette indipendenti capaci di creare immaginario e rompere l’egemonia dell’algoritmo, del trendy, dell’imperdibile? Etichette come fu Sub Pop in altri momenti storici.
Condivido la domanda che Guidetti pone alla fine del suo articolo.
Ma forse dobbiamo cambiare prospettiva.
Forse dobbiamo smettere di pensare che esista un solo mondo musicale con cui dialogare.
Lo Stato Sociale è stato uno splendido esempio di questa capacità di attraversamento. Non so se oggi una storia del genere potrebbe nascere allo stesso modo e risultare così potente, autentica, incredibile.
Ma forse può nascere qualcosa di diverso.
Un nostro mondo e un nostro modo di fare musica e spettacolo, con le sue regole.
Regole che sappiano riconoscere e valorizzare la professionalità.
Perché diciamolo chiaramente: molti dei grandi eventi stanno in piedi grazie a persone che hanno imparato il mestiere nei circoli, nei piccoli club o negli spazi sociali.
Poi però spesso quelle persone sono dovute andare altrove. Anche solo per essere pagate.
Insomma non è detto che debba esserci un solo ecosistema musicale che si alimenta e cresce. Possono essere diversi, frammentati, volutamente incompatibili. Una cosa è certa: se si va avanti così esisterà solo il modo dominante con micro esperienze ultra precarie.
Andrea Cegna
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