Se 15 milioni di no non bastano arriva l’ora dei NO KINGS!

Oltre 15 milioni di NO sono piovuti sul governo guidato da Giorgia Meloni. Un dato tutt’altro che scontato. Non solo per l’affluenza, superiore alle aspettative, ma per ciò che rappresenta politicamente: una frattura improvvisa dentro un racconto che fino a poche settimane fa sembrava blindato.

Solo due mesi fa la vittoria del NO appariva una chimera. Questo risultato dimostra, ancora una volta, che i tempi della politica possono accelerare bruscamente, rompendo equilibri che sembravano consolidati e che il coraggio dei fronti civici e di movimento oggi supera quello delle strutture politiche. Non è solo una bocciatura tecnica di una riforma: è una battuta d’arresto politica, la prima vera sconfitta del governo Meloni.

Le conseguenze sono immediate. Il progetto autoritario della maggioranza — dalla legge elettorale alla prospettiva presidenzialista — esce indebolito, se non temporaneamente congelato. Ma soprattutto si incrina l’immagine di una “luna di miele” tra Meloni e il Paese. Quel consenso granitico, raccontato come naturale e inevitabile, mostra ora le sue crepe.

Se si guarda ai numeri in prospettiva, quella crepa diventa ancora più evidente. Nel 2022 le forze oggi riconducibili al fronte del NO raccoglievano circa 11,2 milioni di voti alla Camera, scesi a 9,6 milioni alle europee del 2024. Oggi quel dato arriva a 15,1 milioni. Al contrario, il campo del SÌ — che nel 2022 poteva contare su circa 15,7 milioni di voti e nel 2024 su 12,7 milioni — si ferma a 13,3 milioni nel referendum.

Un campo del SÌ tutt’altro che omogeneo, dentro cui convivono anche forze come quelle di Calenda, Renzi e +Europa, che non di rado si collocano — o provano a collocarsi — dentro il perimetro del centro-sinistra.

Non è solo una sconfitta. È uno spostamento.

Ma non è uno spostamento che si traduce automaticamente in consenso per qualcuno. Quei milioni di voti non appartengono oggi a un campo politico definito. Sono, piuttosto, uno spazio aperto: un’area larga e mobile che ha espresso un rifiuto, e che potrebbe essere contendibile. Anche dall’opposizione — se sarà capace di esserlo davvero.

Il NO è anche, indirettamente, una vittoria della magistratura. Ma questo non cancella un nodo reale: il rapporto tra poteri dello Stato resta un terreno aperto e conflittuale. La “riforma” meloniana, però, non andava in quella direzione: non era un tentativo di riequilibrio democratico, ma una prova di forza autoritaria che si inseriva dentro un disegno più ampio, dai pacchetti sicurezza alla verticalizzazione del potere.

Il NO apre spazi. Spazi politici, sociali, simbolici. Spazi di opposizione reale.

Eppure sarebbe un errore leggere questi 15 milioni come un blocco coerente o come l’embrione di un’alternativa già pronta. Nelle discussioni che attraversano reti informali, chat, contesti sociali diversi, emerge un dato significativo: una parte consistente di chi ha votato NO oggi non voterebbe per nessuno. Non è adesione, è diffidenza. Non è fiducia, è difesa.

Difesa di cosa? Della Costituzione come terreno minimo condiviso, come pavimento su cui poggia tutto il resto. Meglio non toccare, sembra essere stato il sentimento diffuso, piuttosto che lasciare costruire qualcosa di nuovo a chi non gode di fiducia. E in tempi di guerra, la stabilità diventa una scelta difensiva.

Anche le piazze di ieri raccontano questo scarto. Partecipate, sì. Ma non proporzionate ai numeri del voto. Non c’è stata una mobilitazione di massa, e neppure una proiezione equivalente ai 15 milioni. Segno che quel NO è più largo della sua rappresentazione organizzata.

Geograficamente, il voto ha confermato una frattura già nota ma mai così evidente. Le grandi città — Napoli, Roma, Torino in testa e Milano, con un dato leggermente più basso (58%) — si sono espresse in modo plebiscitario. Le province e i piccoli centri hanno restituito un quadro più frammentato.

Quanto hanno pesato scelte come l’autonomia differenziata o l’abolizione del reddito di cittadinanza, soprattutto in un Sud che si è espresso in modo compatto? Quanto questo voto è stato un giudizio sociale prima ancora che istituzionale?

Dentro questo risultato c’è anche la crisi del racconto meloniano sulla riforma. Una proposta percepita come confusa, stratificata, a tratti contraddittoria. Non ha pagato la narrazione tattica, parziale, scomposta. E ora la maggioranza si scopre fragile, attraversata da tensioni interne e dalla ricerca di un colpevole. È troppo presto per decretare la fine di Forza Italia, ma è evidente che qualcosa si è rotto nella maggioranza.

La storia insegna che le sconfitte referendarie pesano sui governi. Ma questa volta c’è un elemento in più: l’assenza di un’alternativa credibile. Il cosiddetto “campo largo” continua a evocare unità senza riuscire a costruirla davvero, né sul piano politico né su quello sociale.

E allora il punto non è semplicemente chi capitalizzerà questo NO. Il punto è cosa significa oggi costruire un’alternativa.

Guardando oltre i confini italiani, alcuni segnali emergono. In Francia, a Parigi, il Partito Socialista torna a vincere contendendo spazio a sinistra alla France Insoumise rifiutando l’alleanza. In Spagna, il governo Sánchez recupera consenso grazie a posizioni nette contro la guerra e in supporto alla popolazione palestinese. Ciò che sembra emergere, in forme diverse, è una richiesta di radicalità.

Non una radicalità retorica, ma una capacità di parlare chiaramente del presente e del futuro.

Scambiare i 15 milioni di NO per un sostegno politico organizzato è fantapolitica. Ma ignorare la domanda che esprimono sarebbe un errore ancora più grave.

Quella domanda parla di rottura, di sfiducia, di bisogno di protezione e insieme di trasformazione, ha un punto di passagio che il week end romano del 27-28 marzo: “No Kings”: contro i re, le regine e le loro guerre. Una manifestazione che non nasce dal nulla, ma da un tessuto di realtà associative, centri sociali, sindacati e partiti che ha attraversato anche la campagna referendaria.

Non potrà essere solo una festa, perchè lo spazio per le spallate ha anche un tempo, e questo è quello dell’azione.

Dovrà essere un momento di conflitto costituente, di gioiosa rabbia, di innovazione politica. Perché la convergenza, se vuole essere reale, non può limitarsi a sommarsi: deve diventare lotta. Come da anni ripetono le esperienze come quella della GKN, il terreno è quello dell’insorgenza sociale.

La sfida ora non è solo battere il governo Meloni. È costruire un’alternativa al modello di dominio globale che quel governo interpreta e organizza su scala territoriale.

E’ il momento di un nuovo grande NO. Ancora più profondo e necessario.

Di Andrea Cegna

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