Tout le monde déteste la Police. Sull’omicidio di Abderrahim Fakir
Non c’è più nessuno sforzo nemmeno per mascherare le proprie responsabilità: Abderrahim Fakir è stato ucciso da due poliziotti mentre un passante gli teneva ferme le gambe e dei soccorritori della Croce Rossa restavano a guardare.
Quanta complicità in un unico omicidio, quanta sinergia in un crimine razziale.
Abderrahim è stato ucciso perché la sua vita vale meno di quella degli altri. Ma gli altri chi? I bianchi. E da quand’è che l’italiano si considera bianco?
Sì, è stato ucciso dagli italiani bianchi. Abderrahim era solo un marocchino arrivato in Italia a 7 anni: aveva vissuto più in questo paese che in quello d’origine, il Marocco.
Non serve spiegare nulla: questo clima di odio e criminalizzazione si diffonde a macchia d’olio a causa della legittimazione politica, del populismo vannacciano e del razzismo intrinseco nelle Forze di Polizia.
Perché mai la nipote di Abderrahim, lunedì a Bologna, avrebbe dovuto avere un atteggiamento pacato, avrebbe dovuto essere composta? Dopo aver visto in video gli ultimi istanti di suo zio, lei e tutti i suoi familiari non possono almeno chiedere giustizia, vendetta, verità?
Non serve essere persone con background migratorio per rendersi conto che gli sbirri hanno ucciso Abderrahim perché coperti da quel razzismo istituzionale che li rende una categoria malata di pregiudizi, armata e di conseguenza assassina.
La propaganda politica produce automaticamente la violenza istituzionale, e contribuisce a creare il quadro entro cui certe pratiche vengono percepite come più accettabili, inevitabili o giustificabili.
Abbiamo la testa piena di singoli casi di cronaca che diventano disordini di gruppi organizzati etichettati come “maranza”, eppure qualcuno ha il coraggio di dire che non esiste un rapporto diretto di causa-effetto tra un leader politico e la legittimazione di omicidi come quello di Bologna. Ma quando il linguaggio pubblico rappresenta alcune persone come minacce, o come soggetti meno meritevoli di tutela, aumenta la possibilità che le pratiche coercitive trovino spazio e consenso sociale: disumanizzando una categoria di persone si contribuisce inevitabilmente a rendere più accettabile la loro morte, ancor di più se è una morte violenta per mano di servi in divisa.
Poteva succedere che questa morte cadesse nel vuoto. Ma non questa volta.
Dove la famiglia è tenuta a chiedere la calma — purtroppo ricattata dalla condizione che vive — qualcun altro è tenuto a ricordare che nessun omicidio di Stato passerà impunito.
A 25 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani, la polizia non è stata rieducata. Anzi.
Ma il tempo del silenzio e della rassegnazione è finito. Non chiediamo alla famiglia di andare oltre il proprio dolore — a loro la rabbia, la responsabilità, la precarietà da reggere ogni giorno. A noi il compito di ricordare che d’ora in poi ogni abuso, ogni omicidio di Stato, troverà le piazze piene di rabbia.
Corvetto a Milano, come Pilastro a Bologna, ce lo ha insegnato.
Verità e giustizia per Abderrahim Fakir, Ramy, Zak, Younes, Moussa, Simone, Carlo, Aldro, Giuseppe e tutte le persone morte di Stato.
Non possiamo perdonare né dimenticare ciò che ancora oggi succede nelle nostre strade.
La Polizia uccide, tutto il mondo odia la Polizia.
di Nassi LaRage
* foto in copertina Dea.Sibilla
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