Askatasuna, nuova ondata repressiva: 19 misure cautelari richieste per il corteo del 31 gennaio

A Torino riparte l’offensiva giudiziaria contro chi si è mobilitato contro lo sgombero di Askatasuna. Perquisizioni in tutta Italia e richieste di misure cautelari dal carcere all’obbligo di firma. Un ulteriore tentativo di trasformare una mobilitazione di massa in responsabilità penali individuali.

A oltre otto mesi dalla grande manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna, una nuova operazione di polizia colpisce attivisti e militanti dei movimenti sociali. Nella mattinata del 9 ottobre sono state eseguite perquisizioni domiciliari in diverse parti d’Italia, nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri avvenuti in corso Regina Margherita, a Torino, durante il corteo che aveva attraversato la città in risposta alla chiusura dello storico centro sociale.

Secondo le informazioni diffuse dal Network Antagonista Torinese, sarebbero 19 le richieste di misure cautelari avanzate dalla Procura, con provvedimenti che vanno dalla custodia in carcere all’obbligo di firma. Tutte le richieste prevederebbero il passaggio preliminare attraverso l’interrogatorio degli indagati, prima della decisione del giudice. Le prime notizie parlano di 14 perquisizioni,

Al centro delle contestazioni vi sarebbero le condotte attribuite ad alcuni partecipanti agli scontri del 31 gennaio, una giornata che aveva portato in piazza oltre 50mila persone contro lo sgombero di Askatasuna, avvenuto il 18 dicembre 2025.

La nuova operazione riporta al centro del dibattito il rapporto tra responsabilità penale individuale e dimensione collettiva delle mobilitazioni. L’accertamento di eventuali reati commessi durante una manifestazione è compito della magistratura, ma non può essere confuso con l’attribuzione di una responsabilità indistinta a un intero movimento. È precisamente su questo confine che si concentra la denuncia degli attivisti, secondo i quali l’inchiesta rischia di isolare alcuni manifestanti e attribuire loro il peso politico di una protesta che aveva coinvolto decine di migliaia di persone.

La giornata del 31 gennaio continua dunque a produrre conseguenze giudiziarie, mentre rimane aperta la questione delle modalità con cui venne gestito l’ordine pubblico. Gli scontri di corso Regina Margherita furono accompagnati da un impiego massiccio di lacrimogeni, cariche e altri dispositivi di contenimento. L’aggressione a un agente, ripresa dalle telecamere e rilanciata ripetutamente dai mezzi d’informazione, divenne rapidamente il centro della narrazione politica e mediatica. Le immagini e le testimonianze relative ai manifestanti feriti e agli interventi della polizia ricevettero invece un’attenzione assai più limitata. La ricostruzione completa di quella giornata non può prescindere dall’accertamento di tutte le condotte violente, a partire da quelle riconducibili agli agenti.

Nel comunicato diffuso oggi, il Network Antagonista Torinese interpreta le perquisizioni come un nuovo tentativo di colpire la continuità politica delle mobilitazioni nate attorno ad Askatasuna. Lo sgombero del 18 dicembre, salutato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi come un risultato dell’azione dello Stato, aveva chiuso uno spazio sociale che per decenni aveva rappresentato un punto di riferimento per le lotte territoriali, il movimento No Tav, le iniziative studentesche e la solidarietà internazionale. L’operazione però non ha cancellato le relazioni politiche e sociali costruite attorno a quello spazio, come è dimostrato dalla straordinaria partecipazione alla manifestazione del gennaio successivo.

La questione assume un significato più ampio se collocata nel contesto delle politiche sicuritarie degli ultimi anni. Il ricorso alle misure cautelari, l’ampliamento degli strumenti di prevenzione, la flagranza differita e le proposte di estensione dei reati associativi concorrono a spostare progressivamente il momento dell’intervento repressivo. Quando la partecipazione a una mobilitazione viene utilizzata per costruire presunzioni di appartenenza o di pericolosità, si apre un problema che riguarda direttamente le garanzie costituzionali.

Anche la richiesta di 19 misure cautelari merita un esame rigoroso. La custodia cautelare non costituisce un’anticipazione della pena e, secondo il codice di procedura penale, deve rispondere a esigenze specifiche, attuali e concretamente motivate. La distanza temporale dagli episodi contestati non esclude automaticamente tali esigenze, ma rende particolarmente importante verificarne la persistenza.

Sul piano politico, la vicenda si intreccia con una stagione di mobilitazioni contro la guerra, il riarmo e le politiche governative, nella quale Askatasuna continua a essere un riferimento per una parte dei movimenti torinesi. Il Network Antagonista Torinese collega esplicitamente l’operazione di oggi alle proteste per la Palestina e alle prossime iniziative di ottobre, rivendicando la continuità di un percorso collettivo che, a suo giudizio, non è stato interrotto dallo sgombero.

La nuova inchiesta evidenzia il rischio che strumenti investigativi e cautelari, attraverso un loro impiego estensivo, producano un effetto di intimidazione sull’esercizio collettivo del diritto di manifestare.

È su questo terreno che si misura il rapporto tra sicurezza e libertà politiche. Il diritto penale può perseguire condotte previste dalla legge, ma non può trasformare la protesta, la solidarietà o l’appartenenza a un movimento in presunzioni di colpevolezza. La vicenda Askatasuna resta perciò una questione che supera Torino e investe il modo in cui vengono riconosciuti, garantiti e concretamente esercitati i diritti costituzionali nel conflitto sociale.

da Osservatorio Repressione

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