SE SI AFFERMA IL COMUNE DELL’ARTE L’arte contro la finanza, il caso di S.a.L.E Docks

“Se esplode la bolla dell’arte” [1]. Questo il titolo di un recente intervento apparso sul Corriere della Sera. Una prospettiva non certo improbabile dato l’acuirsi della crisi. In effetti il binomio arte-finanza è strettissimo ed evidente. Le opere, come i derivati, si trasformano in promesse di valore e diventano “segni senza referenza” scambiati al pari di altri strumenti speculativi. Del resto, seppur semplicisticamente, potremmo definire la finanza come una sorta di “comune cattivo”, dove reti e tecnologie permettono di effettuare operazioni speculative in frazioni di secondo; un vero esempio di perversa intelligenza connettiva.
E non è strano che l’arte contemporanea si presti ad essere valorizzata all’interno di questi meccanismi. Come afferma Florian Schneider riferendosi al rapporto tra immagine digitale e proprietà: “in an economy based on imaginary property the real abstraction of the exchange has turned into its opposite, the real-time exchange of data that are abstracted from the image which does not portray or equal anything anymore” [2]. Possiamo sostenere che, sotto il segno della speculazione finanziaria, tutte le opere (non solo le immagini digitali) sembrano trasformate in simulacri ad uso e consumo della finanza. Esse vengono private del potere di rappresentare qualcosa (fosse anche un’altra rappresentazione, come nel caso di un simulacro che è una sorta di copia senza originale) e vengono ridotte ad un’unica sostanza, quella dei metadati scambiati in tempo reale. Siamo forse sulla soglia di un nuovo Modernismo dove l’arte dovrà interrogarsi sulle specificità materiali dei metadati, oppure sulla crisi della finanza quale crisi di un medium artistico? E’ stata proprio la finanza, dunque, ad aver operato un detournemént decisivo dell’arte contemporanea. Se in questo articolo utilizziamo i termini cattura e appropriazione, di certo non ci riferiamo ad esempi del gusto postmoderno per la citazione, ma alla rapacità finanziaria che contribuisce alla trasformazione dell’arte nell’ennesima occasione di profitto a vantaggio di un’esigua minoranza (e non certo quella degli artisti).
La suddetta rapacità non si limita alla finanziarizzazione delle logiche alla base del mercato delle opere d’arte. Gli ultimi anni, infatti, sono ricchi di studi critici rispetto all’economia della creatività e alle politiche legate alla teorie della creative city, un vero e proprio dispositivo per “recintare” ed espropriare gli artisti, i cittadini ed i lavoratori dei commons culturali di cui le metropoli sono il più grande catalizzatore globale. Rendita immobiliare e arte vanno spesso a braccetto, investimenti milionari e endemica precarietà del lavoro culturale sono il pane quotidiano delle creative cities. Che fare allora? Proprio seguendo i fili di questi ragionamenti, sullo sfondo di questi processi materiali , nel 2007, a Venezia, nasce l’esperienza di S.a.L.E.-Docks, la cui anomalia emerge fin dall’ ubicazione fisica dello spazio. Il S.a.L.E. è infatti situato a pochi passi dal Museo di Punta della Dogana, inaugurato nel 2009 da Francois Pinault grazie ad un investimento di oltre trenta milioni di Euro. Pinault è un esempio emblematico di capitalista finanziario, tycoon dell’industria del lusso, è proprietario di diversi marchi di alta moda (tra cui Gucci), nonché della casa d’aste Christie’s. Quale miglior incarnazione del legame tra arte e finanza? Anche rispetto al parassitismo che la rendita immobiliare opera sull’arte, Venezia è un osservatorio privilegiato. La Biennale di Arti Visive e (su scala minore) quella di Architettura, sono dispositivi efficientissimi di cattura del plusvalore culturale che viene incanalato nelle tasche dei grandi proprietari immobiliari a cui i committenti della mostre pagano lauti affitti [3].  Venezia è dunque una complessa “fabbrica della cultura”, in cui lo sviluppo dell’economia del contemporaneo sembra auspicabile rispetto al soffocante turismo di massa, ma, allo stesso tempo, esso presenta tutti i tratti contradditori del neoliberismo culturale. I lavoratori di questa fabbrica sono precari: giovani e anziani, creativi e trasportatori, artisti e ricercatori, italiani e migranti, cognitivi e addetti a mansioni materiali, studenti e lavoratori dello spettacolo, ecc. Tutti conoscono l’intermittenza d’impiego, l’assenza di welfare, il darwinismo professionale, l’insufficienza delle forme sindacali storiche, ecc. Su tutti insiste l’enclosure (effettuata attraverso i processi a cui abbiamo accennato poco sopra) del plusvalore culturale alla cui produzione essi contribuiscono in forma decisiva. Sì (anche su questo ci siamo soffermati più volte) perché il carattere cooperativo, reticolare e sociale delle pratiche artistiche è oggi tanto palese nelle sue premesse (pensiamo al successo istituzionale delle Estetiche Relazionali), quanto misconosciuto nelle sue conseguenze. Globalizzazione, reti e tecnologie della comunicazione non hanno portato solamente alla standardizzazione del gusto, ma (lo dico provocatoriamente) ad una nuova ontologia dell’arte, una condizione in cui il carattere contemporaneo non può che emergere in rete o nella rete, in un cortocircuito necessario tra dimensione singolare e dimensione collettiva. Ciò che oggi manca all’arte non è un’essenza che affondi le sue radici nel comune, ma è una comune gestione e distribuzione del valore che essa produce.
Un saggio recente [4] ha messo in luce la genealogie, le inquietudini, le lotte e il desiderio di autonomia del “Quinto Stato”, quell’esercito di lavoratori indipendenti preso nelle maglie della precarietà, impoverito dalla finanziarizzazione e oggi (paradosso) gravemente minacciato dalla crisi di quest’ultima. Eppure gli autori sanno benissimo (tanto da scriverlo) che la vita del Quinto Stato è attiva e non nuda (semmai indebitata). Sintomi di questa attività sono rintracciabili su scale differenti, da quella metropolitana a quella globale, ci sono storie di rivolte nel passato e nel presente, ma soprattutto c’è, oggi, la necessità storica di affermare un nuovo modello di organizzazione del lavoro e nuovi modelli di proprietà comune (che superino il binomio pubblico-privato). E non si tratta solamente di misurarsi con utopie progressive, tutti dovremmo sentire la necessità di costruire alternative credibili di fronte a una crisi sistemica i cui effetti, nel tempo storico, non è affatto certo che conducano ad un nuovo sol dell’avvenire.
Il Quinto Stato è vivo e il suo percorso di soggettivazione non è certo monodimensionale. C’è la riappropriazione diretta di spazi (le occupazioni). C’è la sperimentazione giuridica. C’è l’autorganizzazione del lavoro. C’è la messa in pratica di modelli economici alternativi basati sul mutualismo e sulla solidarietà. Ci sono la disobbedienza alla legge e la creazione di nuove istituzioni. Ci sono i tumulti e le consultazioni popolari. Ci sono le rivolte e c’è l’audit del debito. Nella gravità e nell’incertezza della situazione attuale è dunque necessario animare pratiche e pensieri che si dispieghino in questo senso. Il S.a.L.E., partendo dal proprio contesto, cerca sempre di individuare questi elementi di carattere generale ed è il loro riconoscimento a permettere concatenamenti proficui. E’ il caso dell’iniziativa che abbiamo portato a termine, durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia, assieme al Teatro Valle. Mi riferisco all’ occupazione del Teatrino Marinoni [5], un luogo abbandonato e minacciato dalla speculazione, un luogo a cui, oggi, cittadini e lavoratori dello spettacolo stanno cercando di garantire un futuro a gestione pubblica o meglio ancora, comune.
Il Valle, il S.a.L.E., tutti i teatri occupati e le realtà autorganizzate, i movimenti studenteschi e quelli dei lavoratori della conoscenza hanno il compito, nel tempo della caduta delle certezze, di organizzare una nuova cassetta degli attrezzi (piena di pratiche, linguaggi, istituzioni e poetiche) utile ad arginare la stretta del capitale finanziario, ad affermare il carattere comune delle arti e della conoscenza. In fondo il nostro compito è riassumibile parafrasando un grande filosofo del Novecento che aveva, a sua volta, citato uno scrittore. Gilles Deleuze ricorda che Malraux aveva definito l’arte come “la sola cosa che resiste alla morte” [6]. Per noi è necessario che diventi anche forza costituente di vita/e nuova/e.
S.a.L.E.-Docks
Il S.a.L.E. è uno spazio indipendente per l’arti visive e sceniche nato a Venezia nel 2007 da un gruppo di attivisti provenienti dall’esperienza dei centri sociali. Ci siamo riappropriati di uno spazio (i Magazzini del Sale) da tempo in disuso nel cuore di Venezia. Lo abbiamo fatto perché vogliamo rovesciare quei processi che privatizzano il bene comune artistico e lo abbiamo fatto partendo da alcune domande. Perché a grandi capitali investiti nella cultura corrisponde una precarietà endemica? Perché ad una radicalità sempre più spesso rappresentata non consegue alcuna trasformazione reale? Perché arte, finanza e rendita immobiliare sono così fortemente intrecciate? Il S.a.L.E. è un laboratorio aperto di produzione culturale ed inchiesta. Il S.a.L.E. è fatto da lavoratori dell’arte e dello spettacolo, da artisti e studenti. Il nostro programma (mostre, laboratori, spettacoli, pubblicazioni, seminari, occupazioni e azioni dirette) è in continua evoluzione.
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[1] Pierluigi Panza, “Se esplode la bolla dell’arte”, Corriere.it.
[2] Intervento di Florian Schneider al seminario “Dopo lo spettacolo. Riflettere sullo statuto dell’immagine ai giorni nostri” (14/10/2011) presso S.a.L.E Docks. Qui il video.
[3] Abbiamo descritto con maggiore precisione queste dinamiche all’interno di un testo che presenta uno degli ultimi progetti di S.a.L.E.-Docks. Qui il link.
[4] Roberto Ciccarelli, Giuseppe Allegri, La furia dei cervelli”; Manifestolibri, Roma, 2011. Qui il link al blog.
[5] Per un resoconto più dettagliato dell’occupazione del Teatro Marinoni, si veda “Calibano al Lido”, in Engramma, n. 95, Dicembre 2011. Qui il link all’articolo.
[6] Gilles Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione, Cronopio, Napoli, 2010, pag.22

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