Ciò che resta dopo il taglio. Poesia e responsabilità di fronte all’uccisione di Renee Nicole Good
La poesia greca attribuiva alla lirica una funzione semplice: dire la verità. Per quanto possa sembrare controintuitivo per noi — smarriti in un vortice che richiede tutta la nostra attenzione solo per essere compreso — nella Grecia antica ciò che veniva trasmesso del passato, come del presente, acquisiva l’autorevolezza del vero. Per i Greci la poesia, proprio perché ispirata dalle Muse, figlie della Memoria (la dea Mnemosine), era la storia: non può esserci poesia che non trasmetta un contenuto di verità. Che la stessa storia sia raccontata in modi diversi non importa. L’importante è che qualcuno la trasmetta.
Nella settima Nemea di Pindaro è la performance poetica a permettere al lirico di trasformare in lode lo sprezzo per Megacle, discendente dell’illustre famiglia degli Alcmeonidi, colpito da ostracismo e condannato a dieci anni di esilio dalla sua città. Pindaro veniva pagato. Il suo non era certo attivismo politico: faceva una cosa molto simile alla propaganda.
Le cose sono cambiate da allora. I nostri problemi sono ben altri. Per esempio, chi si occupa di poesia e crede nella lotta politica si chiede quale sia la formula per tradurre sul piano materiale ciò che rischia di rimanere confinato al simbolico. Seppur con le dovute differenze, continuo a credere — come gli antichi Greci — che la poesia possa ancora servire la nostra memoria.
Il 7 gennaio 2026 le forze federali dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) hanno assassinato Renee Nicole Good, una donna di 37 anni che si trovava a Minneapolis come osservatrice legale durante uno dei raid anti-immigrazione. Era lì per allertare il quartiere della presenza dell’ICE e assicurarsi che gli agenti non adottassero comportamenti violenti durante le proteste.
Quando un agente dell’ICE — identificato come Jonathan Ross — l’ha colpita al volto sparando tre colpi di pistola, Renee Nicole Good aveva appena lasciato suo figlio a scuola; stava andando via in una macchina piena di giocattoli, con accanto sua moglie.
Renee Nicole Good era una donna queer, scriveva poesie, aveva tre figlii e operava come volontaria contro le violenze di un sistema poliziesco repressivo e razzista. I suoi profili sui social media sono stati oscurati dopo l’assassinio. Per questo posso affidarmi solo a ciò che riportano i giornali e alle dichiarazioni di chi la conosceva. Non posso leggere le sue poesie, perché le condivideva sul suo account Instagram. Non riesco a capire se si definisse attivista oppure no.
Sul Sole 24 Ore leggo una dichiarazione del suo ex marito, che afferma che Good “non era un’attivista” e che “non l’aveva mai vista partecipare a una protesta di alcun tipo”. Un articolo di Repubblica riporta invece una sua auto-descrizione, sempre su Instagram: “poetessa, scrittrice, moglie, mamma e chitarrista da quattro soldi del Colorado”.
Per quanto possa sembrare una precisazione superflua — persino fastidiosa per alcuni — il fatto che Renee Nicole Good fosse una poeta non rende più grave né più insensata la sua morte. La rende semmai più vicina a noi, ci permette di empatizzare maggiormente. Se questo accade è anche perché la poesia, assolvendo in modo involontario a una sua funzione ancestrale, suscita in noi un affetto — in questo caso negativo — che mette in moto il ricordo. La poesia ci permette di ricordare di più. Favorisce, fin dalle sue origini, la memorizzazione e la trasmissione della storia.
L’assassinio di Renee Nicole Good è la nona sparatoria dell’ICE da settembre ed è la seconda con esito fatale. Il 12 settembre le forze anti-immigrazione hanno ucciso Silverio Villegas Gonzales, un uomo di 38 anni, assassinato dopo aver accompagnato i figli a scuola. Nel 2025 sono morte circa 32 persone detenute dall’ICE, il numero più alto registrato dal 2004 (fonte: The Guardian).
Non possiamo permetterci di commemorare questa morte in nome della poesia. L’unica etica possibile è usare la poesia per restare presenti a questo evento anche quando sarà già diventato parte del passato. Per il tempo che dura una notizia, domani potremmo aver già dimenticato tutto. Questo vale per l’omicidio di Stato di Renee Nicole Good e per tutte le vittime della violenza poliziesca dell’ICE, giustificata e finanziata dall’amministrazione Trump.
La mattina dell’8 gennaio vado a cercare le sue poesie. Scopro che il testo On Learning to Dissect Fetal Pigs ha vinto nel 2020 l’Academy of American Poets Prize. È l’unica poesia che trovo online: la leggo e penso che sia una bella poesia. Renee Nicole Good doveva essere un’ottima poeta.
Decido di tradurre il testo per capirlo meglio. Mi sento impotente, arrabbiata e triste, e mi dico che se la traduzione viene bene — se rende giustizia alla punta affilata dell’originale — forse potrei condividerla. Non è stato difficile tradurla, ma il testo in inglese non è facilmente accessibile; non lo è stato nemmeno per me, che studio questa lingua da circa vent’anni. Se la traduco io — qui e ora — forse tutti potranno leggerla. Mi pare una cosa utile da fare, un modo per prestare servizio.
Quanto c’è di astratto in un’operazione simile? Per quanto la traduzione sia tra le azioni più concrete nell’universo delle pratiche culturali, quanto c’è di materiale in tutto questo? Prima di questo articolo mi ero promessa di non scrivere nulla né sulla poesia di Good né sulla sua morte. Persino tradurre e firmare la propria traduzione mi sembra, a tratti, un atto di estrazione; scriverne mi sembrava ancora più problematico.
Mi dico anche che per comprendere una poesia occorre tempo. Per tradurla, ne occorre il doppio, o persino il triplo. Mi dico che, nella condizione paradossale in cui una traduzione o una lettura avvengono in uno stato di emergenza, la poesia può aiutarci a uscire dalla logica della notizia e a restituire il nostro tempo — e quindi la riflessione — a una morte insensata.
Purtroppo, però, questo non serve a niente per il momento. Non possiamo riportare in vita Renee Nicole Good e leggere i suoi testi non ci farà stare meglio. Può forse assolverci dalla nostra impotenza — che non ha nulla a che fare con l’attivismo. Possiamo ricondividere il suo testo sui social, possiamo tradurre le sue parole, e continuerei comunque a chiedermi che differenza c’è tra me e Pindaro. Non perché si faccia propaganda. Sappiamo di essere gratuitamente e genuinamente dalla parte della verità. Ma resta il rischio intrinseco di comprometterci con l’illusione di essere vicine a un lutto che, in fondo, resta per noi molto lontano.
I tempi sono più duri di come li immaginiamo. Chi, come me, ha amato gli Stati Uniti d’America attraverso la lettura delle sue opere poetiche — e oggi prova vergogna — sa che chi li governa sta distruggendo le infrastrutture, già fragili, della sua memoria culturale. E non lo fa soltanto quando è una poeta, una donna bianca di 37 anni, a morire sotto i colpi di pistola di un poliziotto.
Sgomberando il campo da qualsiasi elucubrazione troppo strutturata su poesia e resistenza, lasciamo che il testo di Renee Nicole Good sia una traccia nel tempo: una rimanenza tenace su cui si aggrappino tutte le storie che abbiamo dimenticato, o quelle che non riescono ad appuntarsi sulla nostra cognizione. Possiamo recuperare una durata in cui far sedimentare il pensiero e provare, con grande umiltà — e da una distanza siderale — il dolore che avvertiamo.
Mi è stato suggerito di scrivere del rapporto tra poesia e attivismo. Ma non ho la certezza che Good si definisse un’attivista, né che scrivesse poesie per portare avanti le cause politiche in cui credeva. Non trovo altri testi online per formulare un parere sensato e il testo che ho tradotto non tematizza in alcun modo la lotta politica. Cercare un collegamento forzato tra i suoi testi, la causa per cui ha scelto di lottare, o attribuirle un’etichetta senza il suo consenso mi sembrano azioni violente.
D’altro canto, non dire nulla, non parlare della sua poesia vorrebbe dire rinunciare a ricostruire, pezzo dopo pezzo, le possibili e nuove infrastrutture di una memoria americana in cui possiamo tornare a riconoscerci. Il punto è che non dobbiamo farlo per noi. Dovremmo farlo e basta.
Come dicevo, i tempi sono più duri di come li immaginiamo. Ricordarci della nostra distanza non significa credere che la morte di Renee Nicole Good non ci riguardi. Ci riguarda forse meno il fatto che Good fosse una poeta — rischiamo di trasformare questo omicidio reale in una metafora dell’America contemporanea che abbatte le sue energie più creative e radicali, un rischio che questo articolo sfiora pericolosamente.
Ci riguarda di più, invece, la sintonia ideologica che il nostro governo continua a dimostrare nei confronti della politica trumpiana. In questo senso, la poesia di Good ci lascia una possibilità politica che abbiamo il dovere di cogliere. Possiamo leggere e divulgare, posizionarci contro la distorsione che sorregge una narrazione presidenziale che non si limita a dipingere Good come un’agitatrice — insieme alla segretaria della Sicurezza Nazionale Kristi Noem, che la descrive come una terrorista — ma che lascerà impunito l’ennesimo omicidio di Stato. Questo e tutti gli altri.
Renee Nicole Good pubblicava le sue poesie al di fuori dei circuiti editoriali, le condivideva su Instagram e nell’ambiente universitario dell’Old Dominion, in Virginia, dove aveva studiato scrittura creativa e si era laureata in letteratura inglese.
Qui sotto troverete la traduzione del suo testo più noto, almeno fino a oggi. Si intitola Sull’imparare a dissezionare feti di maiale.
C’è qualcosa di barocco nella poesia di Good. La dissezione dei feti di maiale, a cui fa allusione il titolo, può essere uno degli argomenti del libro di scienze da cui il soggetto lirico, seduto al tavolo di un ristorante anonimo, continua a studiare e ripetere. La dissezione, però – la pratica di sezionare un cadavere –, è anche una delle metafore barocche più efficaci nel descrivere la morte come foriera di vita. D’altronde, dissezionare vuol dire ancora concepire la possibilità della conoscenza a partire dalla morte. È un’azione violenta ed estrattiva che giustifichiamo (nel senso comune, ovviamente, non in una prospettiva antispecista), per la comprensione che ci offre: nelle sale anatomiche o durante un’autopsia, la dissezione ci permette di scoprire le cause della morte e di fare giustizia.
Il testo di Good è infestato da una domanda – «posso lasciarle esistere entrambe?» – che riguarda tanto la sua “fede volubile” quanto il desiderio di una rêverie («rivoglio le sedie a dondolo / i tramonti della solipsista»). Il soggetto si chiede se tutto questo possa coesistere con la “scuola di scienze” e le “bibbie” – rigorosamente in minuscolo e al plurale – “buttate in sacchi di plastica per la spazzatura”. Non diversamente, questi due opposti si sovrappongono alla compresenza della morte nella vita già nel primo atto del concepimento («la vita è semplicemente / uovo e spermatozoo / e dove i due si incontrano / e quanto spesso e quanto bene / e cosa muore lì»).
L’arte non funziona diversamente. Non vi è nulla di più simile a una dissezione del gesto di produrre arte dalla morte (intesa qui come ars – un’abilità, una perizia, un saper fare). Non solo perché ogni forma d’arte, anche la poesia, eternizza un momento congelandolo nello spazio-tempo, sottraendolo quindi alla vita; ma anche per la sua violenta capacità di servire la nostra cognizione e di smuovere la nostra «conoscenza / abituata a stare seduta».
Articolo e traduzione di Elena Strappato
Sull’imparare a dissezionare feti di maiale
qui il link all’originale.
Di Renée Nicole Good (1980-2026)
Rivoglio le sedie a dondolo,
i tramonti della solipsista,
& i suoni della giungla costiera che sono terzine di cicale e pentametri
dalle zampe pelose come
scarafaggi.
ho donato le bibbie ai mercatini dell’usato
(le ho buttate in sacchi di plastica per la spazzatura con una lampada di sale himalayano dalla luce aspra
_
le bibbie dopo il battesimo, quelle strappate agli incroci
alle mani grassocce dei fanatici, le versioni
semplificate, facili da leggere, quelle che non si staccano più):
ricordo soprattutto l’odore della gomma liscia sulle figure patinate del libro di
biologia; mi hanno bruciato i peli
nelle narici,
& il sale & l’inchiostro di cui sono impregnate le mani.
sotto i ritagli della luna alle due e tre quarti del mattino studio&ripeto
ribosoma
endoplasmatico –
acido lattico
stame
all’IHOP[1] all’angolo tra powers e stetson hills[2] –
ripetevo & scribacchiavo finché non ha preso la sua strada & si è fermato in un punto
che non posso più indicare, forse
il fegato –
forse è lì, da qualche parte tra il pancreas e l’intestino crasso, il misero
torrente della mia anima.
è il metro con cui ora riduco tutte le cose; affilato &[3];
si scheggia da una conoscenza
abituata a stare seduta, un pezzo di stoffa sulla fronte con la febbre alta.
posso lasciarle esistere entrambe? questa fede volubile e questa scuola di scienze
che mi pungola dal fondo della
classe
ora non posso crederci –
che la bibbia e il corano e il bhagavad gita[4] mi scivolano
tra i capelli dietro l’orecchio come faceva
la mamma & esalando dalle loro bocche “fai spazio alla meraviglia” –
tutto quello che so sgocciola dal mento sul petto & si può
riassumere così:
la vita è semplicemente
uovo e spermatozoo
e dove i due si incontrano
e quanto spesso e quanto bene
e cosa muore lì.
[1] IHOP è un’abbreviazione di International House of Pancakes, una catena di ristoranti statunitense.
[2] “powers and stetson hills” potrebbe far riferimento al nome proprio delle strade che si è deciso di conservare e tenere in minuscolo. N.b., “Stetson” è il nome di un marchio di cappelli a tesa larga, tipici della cultura cowboy diventato poi nome comune.
[3] In HTML “&” indica un’entity reference: una sequenza speciale di caratteri per rappresentare simboli o caratteri che hanno un significato particolare. In questo caso, & indica Ampersand e viene visualizzato semplicemente come “&”.
[4] È un testo sacro indiano, parte del poema epico Mahabharata. Ho lasciato in minuscolo i nomi dei testi sacri come nel testo fonte.
