Il processo ai Chicago 7 – Alla fine, l’America buona, vince sempre

Manca ormai meno di una settimana al fatidico 3 novembre 2020, data delle attesissime elezioni presidenziali americane. In questo articolo, andremo a recensire rapidamente la pellicola “Il processo ai Chicago 7” di Aaron Sorkin, uscito nelle sale cinematografiche e poi online tra settembre e ottobre.

Siamo nel fatidico 1968, un anno che è stato capace di rinchiudere in 365 giorni eventi che, in altre epoche storiche, avrebbero necessitato una cinquantina d’anni: si va dal maggio parigino all’esplodere della contestazione studentesca a livello globale, dall’invasione della Cecoslovacchia da parte di carri armati di Breznev per schiacciare la “Primavera di Praga” alle Olimpiadi di Città del Messico precedute dal massacro di studenti di Tlatelolco e rese celebri per la protesta inscenata dai velocisti neri americani Tommie Smith e John Carlos durante la premiazione dei 200 metri.

Il 1968 è anche un anno fatidico per la storia degli Stati Uniti. Il paese si trova impantanato ormai da anni nella guerra del Vietnam, nella quale un numero sempre maggiore di truppe americane sostiene il governo fantoccio del Sud nella guerra contro il Nord e la guerriglia comunista dei vietcong. L’ottimismo che aveva caratterizzato la società americana nella prima metà degli anni Sessanta è ormai un lontano ricordo. A demolire le tracotanti certezze di vittoria dei generali del Pentagono ci ha pensato l’offensiva del Tet del gennaio ’68, che ha dimostrato la vitalità e la forza della resistenza comunista che è riuscita addirittura ad attaccare l’Ambasciata americana a Saigon.

Per far fronte al crescente impegno militare in Vietnam il presidente Johnson si è affidato ai soldati di leva, vale a dire alla coscrizione obbligatoria e ciò ha generato un effetto a catena nella società americana, specie tra i giovani che considerano la guerra del Vietnam una guerra d’aggressione, a differenza della Seconda Guerra Mondiale che era stata considerata una guerra di liberazione. La questione vietnamita genera quindi un ondata di proteste di massa negli States, iniziando a far cedere il fronte interno. Non è un caso, tra l’altro, che il 1968 sia l’anno più sanguinoso del conflitto che vedrà la morte di 17.000 soldati americani e di un numero imprecisato, ma infinitamente superiore di vietnamiti.

Nell’estate del 1968 si svolge a Chicago la Convention del Partito Democratico per scegliere il candidato alle presidenziali. La Convention è stata preceduta da una lunga scia di sangue con l’assassinio di Martin Luther King ad aprile e di Bob Kennedy (fratello del Presidente John assassinato a Dallas il 22 novembre ’63) a giugno. Il Parito Democratico, al potere dal 1960, è scosso e sceglierà come candidato il centrista Humphrey che verrà sconfitto di misura da Richard Nixon, il vero artefice dell’inizio della controrivoluzione neoliberista e conservatrice negli Stati Uniti e nel mondo.

Ma quello che il film di Sorkin racconta è quello che succede fuori dalla Convention, ovvero le contestazioni di massa ai democratici, ritenuti responsabili del conflitto, da parte di quella che verrà chiamata la sinistra radicale americana. Contestazioni duramente represse nel sangue dalla Polizia di Chicago e poi perseguitate in un aula di tribunale costruendo un vero e proprio teorema giudiziario.

Ed è proprio nell’aula del processo che Sorkin ambienta la sua pellicola. Un legal thriller in cui si vede tutta l’abilità della scuola di cinema americana, con dialoghi serratissimi e personaggi ben caratterizzati. E, in fondo, quell’aula di tribunale diventa uno spaccato dell’America di quegli anni, ma anche dell’America eterna dove ogni tentativo di svolta radicale viene periodicamente represso da una reazione conservatrice poderosa e violenta: che sia il Red Scare alla fine della Prima Guerra Mondiale, che sia il maccartismo negli anni Cinquanta o  la “guerra sporca” al movimento negli anni Sessanta e Settanta.

Il teorema repressivo orchestrato dal nuovo Ministro della Giustizia dell’amministrazione Nixon, il repubblicano John Newton Mitchell (travolto dallo scandalo del Watergate nel 1972), prevede di mettere insieme alcuni nomi riconducibili a diverse formazioni di estrema sinistra, ettichettarle come “sinistra radicale” e mandarle a processo con l’accusa sostanziale di “cospirazione”.

Gli imputati non potrebbero essere più diversi tra loro. Ci sono i lisergici Abbie Hoffman e Jerry Rubin, due leader del Youth International Party, l’ala creativa e controculturale della contestazione americana. Insomma, l’ala militante degli hippies. Ci sono gli studenti (radicali ma rispettabili) Tom Hayden e Rennie Davis, leader dell’organizzazione della Nuova Sinistra SDS – Students for a Democratic Society. Ci sono l’obiettore di coscienza David Dellinger e gli attivisti Lee Weiner e John Froines.

Ma non è finita. Perché i 7 in realtà sono 8. Dal punto di vista di un manipolo di reazionari istericamente anti-comunisti e razzisti cosa si poteva architettare di meglio, per spaventare un po’ la giuria popolare, che aggiungere agli imputati “l’uomo nero”? E così, senza apparente motivo, è inserito tra gli imputati Bobby Seale, uno dei fondatori delle Black Panthers.

E la differenza tra gli imputati bianchi e quello nero è subito chiara. Mentre i primi sono a piede libero, il secondo è detenuto. Mentre ai primi viene permesso (seppur tra mille paletti) di difendersi, al secondo questo diritto viene negato. Il suo avvocato è assente per motivi di salute e nonostante a ogni udienza Seale continui a ricordarlo, il processo va avanti tra le insistenze del giudice affinché la difesa del gruppo si prenda in carico anche Seale, di fatto riconoscendo l’unità di intenti  – e di colpa – degli imputati. Oltre allo stesso Seale, anche l’arguto avvocato difensore di movimento William Kunstler si rifiuterà puntualmente di assumere la difesa di quest’ultimo, puntualizzando ripetutamente di non avere nulla a che fare con lui e sottolineando la violazione del suo diritto a essere difeso.

Chi ne esce malissimo è la figura del giudice Julius Hoffman, che sembra ricordare le figure ottuse dei giudici dei tribunali speciali dei vari regimi. Pieno di pregiudizi e schierato apertamente, arriva addirittura a far imbavagliare l’imputato di colore per impedirgli di reclamare i suoi diritti. Un comportamento che mette in serio imbarazzo la stessa accusa.

Non vi raccontiamo il finale del film che è senza dubbio emozionante, ma lascia aperta la questione della principale critica che si può muovere al film. La pellicola è coinvolgete e godibile, anche perché i parallelismi con l’America di Trump sono immediati, ma…

Ma, alla fine, rimane incapace di una critica radicale al sistema americano. Resta l’eterno ottimismo, presente in quasi tutte le produzioni progressiste made in USA, che crede in una possibile autoriforma del sistema. Insomma, con gli uomini giusti al posto giusto, l’America ce la può fare. Sempre.

E in questo caso, l’americano giusto al posto giusto è proprio l’uomo dell’accusa: Richard Schultz. Il classico americano medio tutto onestà e buon senso, che per rispetto della propria nazione e sano patriottismo chiude un’occhio, seppur con fatica, sull’illegittimità dell’ingrato compito che gli è stato assegnato, svolgendolo da bravo servitore dello Stato.

Il senso finale è che l’America, nonostante tutto, si salverà. Ma i suoi vizi rimarranno intatti. Magari appena appena coperti di trucco.

 

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