“L’incredibile storia dell’Isola delle rose”: un “Radio Rock” all’italiana?

Estate 1968, 6,27 miglia nautiche dalla costa di Rimini, acque internazionali. Cosa ci fanno un ingegnere geniale ed eccentrico, un alcolizzato figlio di un costruttore edile, un disertore della Wermacht con l’istinto del PR, un naufrago di pochissime parole e una barista minorenne incinta su un’isola artificiale, in tutto e per tutto simile a una piattaforma petrolifera?

La risposta non è scontata e, se cercate una soluzione all’enigma, potete smettere di leggere questa recensione, mettervi davanti allo schermo per un paio d’ore e guardare “L’incredibile storia dell’Isola delle rose” di Sydney Sibilia, con la partecipazione, come sempre nel ruolo del mattatore, di Elio Germano.

Giorgio è un ingegnere bolognese, un po’ sognatore e un po’ disadattato, come in fondo ci immaginiamo possano essere stati molti degli uomini e delle donne geniali che hanno lasciato la loro traccia nella storia dell’umanità: Leonardo Da Vinci, Marie Curie, Einstein… Vive con una certa insofferenza le costrizioni della sua società e tendenzialmente, se gli viene un’idea, la realizza, senza farsi troppe domande sulle possibili conseguenze delle sue azioni. Progetta di costruire dal nulla un’automobile? Ecco fatto! Gli passa per la testa di creare un’isola artificiale al largo della costa di Rimini? Et voilà! Sì, insomma… non con così tanta facilità, ma alla fine il progetto diventa realtà grazie anche all’aiuto di Maurizio, fido scudiero e grande amante dell’alcool.

Il primo abitante ufficiale dell’isola è il silenzioso Alberto, un uomo che viveva su una barca in solitudine e, travolto da una tempesta, finisce sull’isola. La notizia che a pochi minuti da Rimini è sorta un’isola artificiale passa poi di bocca in bocca. A bordo, a quel punto, approdano Neumann, un-ex disertore tedesco della Seconda Guerra Mondiale con la dote dell’organizzazione di eventi e Franca, barista minorenne rimasta incinta per errore.

Inutile dire che, nella Romagna lanciata verso il turismo di massa degli anni Sessanta, l’isola diventa subito meta di un nutrito pellegrinaggio trasformandosi in breve tempo in una vera e propria attrazione turistica.

una foto della vera Isola delle Rose

A quel punto, Giorgio decide di alzare la posta in gioco (in questo stimolato anche dalla ex-fidanzata Gabriella) dando alla sua creazione un nome: Isola delle Rose, una bandiera e tutto quel che occorre per creare un vero e proprio stato indipendente. Ma qui sorgono i primi problemi.

Prima di tutto interni. Perché, in quello che qualcuno definisce un “piccolo mondo libero” e qualcun altro una “discoteca in mezzo al mare”, non tutti sono d’accordo nello strutturarsi come forma giuridica dandosi delle norme. Tant’è vero che Maurizio dirà in modo chiaro: “Se volevamo fare uno stato, mettevamo delle regole e noi non le vogliamo”.

Ma, soprattutto, i problemi provengono dall’esterno. Sì, perché Giorgio non ha fatto i conti con il potere politico italiano. E da chi era retta l’Italia provinciale degli anni Sessanta se non dall’inaffondabile Balena Bianca? Al potere da già vent’anni c’era infatti il Partito-Stato della Democrazia Cristiana, capace, alle elezioni politiche di quell’anno, di prendere quasi il 40% dei voti.

E qui siamo introdotti nella stanza dei bottoni, dove ci sono i “cattivi” della storia che tenteranno di opporsi al progetto di Giorgio e dei suoi soci. Ad accompagnarci nel primo piano sul potere democristiano sono Fabrizio Bentivoglio e Luca Zingaretti, che gigioneggiano nel ruolo delle figure di potere. Il primo impersona Franco Restivo, Ministro dell’Interno dal 1968 al 1972, negli anni chiave (e di fuoco) della Repubblica. Nel corso della narrazione, lo vediamo intento a “riprendersi le università” dopo che, anche in Italia, ha iniziato a spirare il vento della rivolta (la battaglia di Valle Giulia è dell’1 marzo 1968).

Il secondo recita invece il ruolo di Giovanni Leone, Presidente del Consiglio di uno di quelli che, all’epoca, erano definiti “governi balneari”, che vediamo andare a prendere ordini in Vaticano in una scena assolutamente imperdibile ed esilarante, dove il Monsignore di turno gli ricorderà il suo dovere di occuparsi della “piccola questione” dell’Isola della Rose.

Vediamo insomma un potere democristiano costantemente diviso tra lassismo e prepotenza, che rispetta perfettamente il carattere di gran parte di noi italiani. Sempre pronto a passare dalla bonomia alla ferocia, come un predatore sornione che, dopo averle tentate tutte per “far affondare” (simbolicamente, ma anche concretamente) il progetto di Giorgio, arriverà a schierare la nave da guerra Andrea Doria, che prenderà a cannonate (non metaforiche) l’isola.

Insomma, come spesso accade del nostro paese, fino a quando Giorgio e i suoi si limitavano a fare affari nessuno aveva pensato di contrastarli, ma appena iniziano a “fare politica” volendo farsi riconoscere come Stato indipendente (con la Yugoslavia di Tito a due passi) iniziano i dolori e i problemi. Degno di nota il tentativo di Giorgio di farsi riconoscere come stato indipendente dall’Unione Europea, recandosi personalmente a Strasburgo a bordo della sua macchina autoprodotta e arrivando a un pelo dall’ottenere un risultato positivo.

La storia, invece, finisce con una sconfitta. Una sconfitta capace però di lasciare il segno e la memoria.

I giudizi sul film sono stati contrastanti, ma sicuramente in molti hanno apprezzato la volontà di osare narrando qualcosa di diverso dalla solita commedia all’italiana, che vede come centro narrativo l’immancabile famiglia (che sia criminale o di gente “perbene” poco importa). Altri hanno invece apprezzato lo sforzo produttivo con la costruzione di una vera piattaforma, in tutto e per tutto simile a quella reale.

Noi abbiamo trovato alcuni tratti di somiglianza con il divertentissimo “I Love Radio Rock” del 2009 dedicato alle radio libere inglesi (ospitate su delle navi per bypassare la legislazione britannica sulle emissioni radiofoniche) della seconda metà degli anni Sessanta. Dicevamo che abbiamo trovato alcune similitudini anche se, purtroppo, non possiamo vantare la musica british!

Interessante l’invito a provare a realizzare i propri sogni e le proprie utopie, cercando di evitare una vita banale e monotona. Forse un po’ forzato politicamente nel parallelismo con le rivolte del Sessantotto in corso nel momento in cui la storia è ambientata. Comunque da vedere.


L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, un film audace come la storia che racconta (Wired)

«L’incredibile storia dell’isola delle Rose» è il film di Natale di Netflix (il Sole 24 ore)

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.