“Milano street art”, quando i muri pulsano di vita
E’ da poco uscito nelle librerie Milano street art di Gianfranco Candida e Domenico Melillo per Tonocontinuo Edizioni. Per l’occasione abbiamo deciso di intervistare Gianfranco, uno dei due autori, e Andrea Cegna che ha contribuito al libro con una parte scritta.
-Come nasce l’idea di Walls of Milano?
G.C. Ho iniziato a fotografare i muri di Milano nel 2006 quando il writing e la street art facevano di Milano una galleria d’arte a cielo aperto. L’urban art rappresentava per me la più interessante tra le forme di comunicazione nello spazio pubblico e mi affascinava per la sua evidente carica creativa, per la forza, la libertà artistica, la trasgressività che esprimeva insieme nell’essere una forma d’arte condivisa, democratica e popolare.
Negli anni ho poi conosciuto gli artisti, di molti sono diventato amico, e sono ritornato a frequentare spazi sociali che non frequentavo da anni (il Leoncavallo, Macao, Zam, Cantiere) ma, seguendo gli artisti, anche luoghi marginali o abbandonati.
Nel 2014, mentre realizzavamo l’evento Hall of Fame al Macao, il gruppo di artisti con cui avevamo organizzato la jam mi spinse ad aprire una pagina FB. Decisi di focalizzare la mia pagina web su Milano per cercare di dare coerenza alla mia narrazione fotografica: è in quel momento che nasce WallsOfMilano.

-Tu hai una lunga storia politica nei movimenti cittadini iniziata negli anni Settanta. Come hai visto evolversi l’arte di strada?
G.C. La mia fotografia è sempre stata una fotografia “sociale e militante” volutamente indirizzata a raccontare realtà “marginali”. L’Urban Art mi ha affascinato essendo una forma d’arte che esprimendosi per strada, fuori dalle gallerie, fa della condivisone anziché del possesso uno dei suoi caratteri fondamentali.
Un altro aspetto che all’inizio mi aveva colpito era proprio la sua carica antisistema che non chiedeva permessi per esprimersi.
Io ho iniziato a fotografare in un momento in cui c’era ancora tanta effervescenza nel mondo urban art, anche se il picco di creatività e vivacità del movimento era forse già stato superato. C’è stata poi la parentesi repressiva legata alle politiche di decoro urbano poi superate con l’apertura di spazi liberi (i 100 muri liberi concessi dal comune di Milano) e a seguire negli ultimi anni abbiamo visto la moltiplicazione di arte muraria su grandi superfici sponsorizzate da istituzioni e grandi marchi. Io non fotografo queste opere, anche se sono contento per tanti amici che mettono a frutto il loro talento, perché queste opere non hanno nulla a che vedere con l’arte urbana (writing e street art) che mi ha affascinato in passato. Oggi fotografo solo in alcuni spazi sociali e sono tornato a fotografare le tag.
-A che punto è la battaglia contro la funesta ideologia del decoro? Mi sembra che nonostante la vera e propria guerra messa in atto a partire da Expo la resistenza continui.
G.C. Una decina di anni fa un writer milanese disse: “Le città fanno schifo e per questo ci sono le tag e le scritte, le città non fanno schifo perché ci sono tag e scritte”.
Questa frase riassume bene la logica della destra sicuritaria, fatta propria anche da ministri e sindaci di sinistra. Cercare di imporre l’immagine di una città perfetta, fatta per turisti, negando le tensioni sociali che la percorrono.
Così si è arrivati a mettere cancelli che limitano l’accesso a stazioni piazze e parchi, oppure più recentemente creando zone rosse. Si sposta il problema senza risolverlo. In questa mia più recente fase della mia vita e di fotografo mi sto interessando del problema della casa e in particolare della situazione delle case popolari Aler di via Lulli/Porpora. In questo quartiere per anni la destra ha costruito consenso parlando di sicurezza, installando cancellate che rendono difficile anche il movimento degli abitanti, ma senza mai fare manutenzione alle case, lasciando portoni aperti e incustoditi, costringendo gli inquilini a vivere in condizioni insalubri.
Oggi che ad Aler conviene ristrutturare, con finanziamenti europei, ecco che dopo anni di chiacchiere sulla sicurezza agli inquilini viene tolta la sicurezza principale quella della casa con la minaccia di trasferimento in altre zone della città rompendo quel minimo di solidarietà di vicinato che permette a molti anziani, fragili, soli e invalidi, di poter continuare a vivere.
A.C. In questo momento mi sembra un tema meno al centro del dibattito pubblico. Da una parte è stata certamente imposta una certa idea di ordine; dall’altra, però, il potere ha capito che uno scontro frontale e totale non lo avrebbe portato nella direzione desiderata. Quando a Milano è comparsa sulla scena Wiola, il dibattito era durissimo: le azioni di strada, la narrazione costruita attorno a quelle pratiche e il coraggio messo in campo da Wiola hanno rallentato la macchina repressiva e aperto uno spazio di discussione, magari sotterraneo, ma reale. Si è cambiata la percezione, rotta l’idea che chi fa una scritta su un muro sia un nemico o un problema grave per la città. Wiola, alcuni libri, il lavoro dei centri sociali e delle radio libere, una lettera di artiste e artisti contro la repressione del muralismo…che è arrivata anche alla penna borghese e conservatrice dell’Amaca di Serra che ha deciso di spendere parola in un senso di “accettazione” del fenomeno. Così si è rallentata la scure.
Le leggi oggi sono molto punitive. Su questo fronte il lavoro di Frode, alias Domenico Melillo, insieme ad altri avvocati del foro, è riuscito anche questa volta a limitare una concezione della giustizia che sembrava voler trasformare la pena nell’unica risposta possibile. Insomma, le forme di resistenza esistono e continuano, e alcune delle modalità organizzative costruite negli anni passati si sono dimostrate efficaci.
-La street art è per sua natura precaria. Come ci si sente a fotografare anche opere dall’alto contenuto artistico che sono destinate a scomparire?
A.C. A questa domanda risponde Giovanni. Noi, però, non utilizziamo il termine “street art”, ma “muralismo”. “Street art” è una definizione che il capitale ha fatto propria per rendere più innocua e commerciabile l’arte urbana, trasformandola in un prodotto estetico. Preferiamo parlare di muralismo perché rimanda maggiormente al suo carattere politico, sociale e collettivo.
G.C. L’effimero sta nelle regole del gioco delle opere dipinte su muri per strada o in luoghi abbandonati e questa natura fuggevole pone un problema enorme di documentazione e di memoria. C’è anche una questione relativa agli archivi fotografici. Io ho iniziato a raccogliere immagini solo nel 2006 e negli anni ho sviluppato un mio stile fotografico diverso da quello di tanti altri. Recentemente abbiamo organizzato un evento a tutela delle opere di urban art del Leoncavallo. Abbiamo realizzato una presentazione unendo foto mie e foto di Vandalo scattate già negli anni ’70 in via Leoncavallo. È evidente la differenza tra le foto scattate dal punto di vista dell’artista che ha realizzato le opere e quelle di uno spettatore, sebbene molto coinvolto, come sono io.

-Come avete vissuto la vera e propria battaglia per i murales dedicati a Dax in Darsena che in sé mi sembra contenga tutti gli aspetti dello scontro tra due idee di metropoli?
G.C. Venendo da una militanza politica che parte dagli anni’70, quando già si realizzavano murales politici, inizialmente, non conoscendo il mondo della street art, non ho fotografato molte murate politiche perché pensavo che urban art e politica fossero due mondi separati. Mi sbagliavo, così, ad esempio, non ho fotografie della murata per Carlo Giuliani in via Bramante.
Ho partecipato alla mia prima murata per Dax in Darsena nel 2011. Nel 2021, poiché era stato comunicato in anticipo giorno e ora del rifacimento della murata, il luogo era circondato da Forze dell’Ordine, inoltre bisognava stare distanziati e con le mascherine nel rispetto delle norme anti-contagio da Covid-19. Venne formato un presidio intorno ad artiste e artisti per garantir loro di poter pitturare in tranquillità e io sono stato l’unico fotografo ammesso nell’area di realizzazione delle opere. Alla fine di quella giornata ho scattato una delle mie foto più conosciute quando, nel momento dello scatto dalla riva opposta della darsena, due poliziotti si sono fermati davanti a me ad ammirare il lavoro finito mentre nell’aria si levavano slogan e fumogeni colorati.
La murata in Darsena ha un grande significato politico, non solo per il ricordo di Dax ma anche per la riappropriazione legittima di uno spazio pubblico di memoria. Negli anni insieme a Dax su quei muri si sono affiancati i volti di altri militanti antifascisti, ambientalisti, pacifisti.
A.C. Come dicevo, la storia di quel murale è strettamente legata all’intensità dello scontro politico e culturale in città. Quest’anno è stato possibile rifarlo senza che venisse cancellata la versione precedente. È un fatto che racconta un equilibrio diverso, conquistato attraverso il conflitto. Quel muro – ricordiamo che fu anche il luogo della prima conferenza stampa di Wiola – è stato strappato alla logica della commercializzazione grazie alla mobilitazione.
Quello spazio, però, non è garantito per sempre. Lo è solo finché qualcuno continua a difenderlo. Il suo significato riguarda tanto la memoria antifascista quanto il conflitto sul decoro e sull’uso dello spazio pubblico. Va anche detto che, negli anni, sono stati pochissimi gli artisti a sostenere davvero quello scontro su quel muro, insieme a diversi gruppi militanti: alcuni esistono ancora, altri non più. Se e quando il conflitto tornerà a intensificarsi, toccherà a chi sarà presente capire come portarlo avanti.

-Hai un ricordo particolarmente affettuoso o forte di un muro/un’opera che hai fotografato?
G.C. Ho decine di ricordi affettuosi e questo diventa anche un limite quando devo selezionare foto per mostre o pubblicazioni. Sono portato a scegliere foto che hanno un grande coinvolgimento emotivo e allora ho bisogno di qualcuno con un occhio neutrale che mi aiuti nelle selezioni.
Una foto a cui sono particolarmente affezionato e la foto di End mentre dipinge al Leoncavallo nel 2011. Lui aveva tracciato delle prime onde di colore sul muro e dipingendo accosciato e col le braccia allargate il suo corpo segue esattamente l’andamento di quelle curve come se il suo corpo fosse un tutt’ uno con l’opera. Quella foto è stata il manifesto della mia prima mostra nel 2014. End ci ha lasciato nel 2019 ma quella foto ricorre in quasi tutte le mie raccolte compreso il mio ultimo libro edito da Tonocontinuo edizioni “Milano street art”.
-Com’è stato presentare il libro alla libreria Hoepli a pochi giorni dalla sua drammatica e vergognosa chiusura?
G.C. La scelta di fare la prima presentazione alla libreria Hoepli è stata una scelta politica. Abbiamo deciso di presentare il libro in uno spazio culturale storico di Milano che avrebbe chiuso da lì a pochi giorni. Abbiamo presentato “Milano street art” tra gli scaffali ormai vuoti per lanciare un grido di solidarietà non solo per i lavoratori della Hoepli ma per tutti coloro che lavorano nella cultura in una città dove vanno scomparendo nell’indifferenza della politica librerie, spazi sociali, teatri, cinema e ogni luogo di aggregazione e cultura.
La seconda presentazione l’abbiamo fatta al CSA Lambretta in una serata dove si raccoglievano fondi per la campagna “C’ero anche io” a supporto delle difese legali di tutti coloro denunciati per le manifestazioni di settembre/ottobre a sostegno della flottiglia e contro il genocidio a Gaza.
A.C. È stato strano, emozionante e frustrante allo stesso tempo. Un altro spazio di cultura della città chiude, e noi ci ritroviamo al suo interno con un senso di impotenza. Sarebbe il caso di costruire un’iniziativa, dare fastidio alla proprietà, rivendicare il valore storico di quel luogo e non limitarne il significato alla sua dimensione commerciale.
–Due parole sul tuo ultimo libro.
G.C. Negli ultimi anni dedico più tempo a raccontare storie di movimenti per la casa, storie di sfratti e di invisibili, storie di disagio sociale e di movimenti per pace e in difesa di beni comuni. In questi anni ho cercato di raccontare una resistenza sociale che non va sui media e non fa guadagnare like sui social. Sono spesso storie di indignazione, di invisibilità, di minoranze ma anche di lotte per costruire un mondo diverso.
Quando Tonocontinuo editore mi ha chiesto di realizzare “Milano stree art” ho pensato che potesse essere anche un libro collettivo così ho invitato Domenico Melillo “Frode” a scrivere l’introduzione e poi Andrea Cegna e i Volkswriterz a contribuire. Questo libro è anche un libro di transizione; oltre alle foto di Urban Art contiene anche un capitolo con mie più recenti fotografie che raccontano storie di movimenti a Milano, dalla brigata sanitaria che offriva tamponi gratuiti in pieno covid a Marciona, dalle ultime manifestazioni No Ice agli scioperi per Gaza e per la casa.
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