Il trasloco della Statale in Expo: cui prodest?

Da chenesaradicittastudi.wordpress.com

Come esprimere in sintesi, pur senza alcuna pretesa di esaustività, la posizione dei comitati di residenti che si oppongono all’ipotizzato trasferimento delle facoltà scientifiche dell’Università Statale?

Una premessa, prima di entrare nel tema.

Occorre guardarsi con attenzione dal rischio sempre incombente di dare a questa vicenda una lettura tutta politica, o più specificamente di appartenenza partitica, come se il punto di vista espresso dipendesse dalle proprie preferenze elettorali: non è così, e non può essere incasellando le opzioni in una prospettiva maggioranza-opposizione che si rende giustizia a questo argomento. Anzi, un approccio di questo genere – sicuramente semplificatorio e per molti comodo – sarebbe certamente parziale e fuorviante, segnando la sconfitta definitiva della Politica. L’unica lettura possibile deve quindi essere quella orientata alla ricerca e al perseguimento del bene comune dei cittadini. Dobbiamo cercare di capire, tutti insieme, seguendo logica e buon senso, che città stiamo costruendo, attraverso quali scelte, compiute da chi e nell’interesse di chi.

Città Studi, da circa un secolo, è sede universitaria e scientifica di fama internazionale. Un progetto dai contorni fumosi, concepito con incredibile disinvoltura e privo di una visione chiara pretende di spostare funzioni e attività, delocalizzandole altrove, senza chiarire nulla di cosa accadrà dopo, negli spazi svuotati, e senza neppure avere un quadro finanziario chiaro dei costi reali (non solo economici) dell’intervento.

All’origine del problema.

L’attuale situazione appare una diretta conseguenza della mancanza, sin dalla fase della progettazione della manifestazione Expo 2015 (svoltasi dal 1 maggio al 31 ottobre 2015), di un pensiero strategico sul “post Expo”: dopo una lunga e tormentata disputa sulla individuazione dei terreni da utilizzare, seguita alla vittoria del 2008 di Milano su Smirne, compressi i tempi per la realizzazione della piastra espositiva, con il concreto rischio di non finire in tempo, si è forse ritenuto inutile ragionare con attenzione su cosa fare dopo.

E il vuoto di pensiero strategico (che già aveva visto affacciarsi una serie di ipotesi per l’utilizzo delle aree, via via scartate: la realizzazione di una cittadella dello sport, di un secondo stadio di calcio, etc.) è emerso in tutta la sua dirompente evidenza dopo che la manifestazione ha chiuso i battenti, nella mancanza anche di operatori interessati ad occuparsi del futuro di quelle aree.

Tutto ciò anche e nonostante uno dei referendum consultivi ambientali del 2011 (il quesito n. 3) avesse indicato la volontà di garantire la “conservazione integrale del parco agroalimentare” realizzato sul sito.

Che fare dunque di un’area esterna alla città di Milano, confinata tra tangenziali e autostrade, infrastrutturata ma non vissuta, e forse anche poco vivibile per la presenza di terreni inquinati da bonificare in profondità, ma sulla quale risultano investiti molti capitali che ora esigono di fruttare?

Si giunge così, siamo agli inizi del 2016, alla invenzione di “Human Technopole”, il parco scientifico dell’innovazione e della ricerca. Un contenitore tutto da riempire e per il quale, a un certo punto, spunta per la prima volta il nome dell’università milanese.

La scelta… “spintanea”.

La Statale, che mai prima di allora aveva ipotizzato di smembrare e delocalizzare le proprie facoltà, riceve un’offerta di quelle che apparentemente non si possono rifiutare.

Attraverso il Patto per la Lombardia, firmato nel novembre 2016 dal Governo Renzi con la Regione guidata da Roberto Maroni, all’Università degli Studi viene assegnato un finanziamento da 130 milioni di euro (su un costo totale stimato di 380 milioni) a condizione che trasferisca le sue facoltà scientifiche in area Expo, all’interno di Human Technopole, per la creazione del Campus dell’università.

Non si tratta quindi, a ben guardare, di risorse pubbliche messe a disposizione della Statale per le sue esigenze di ammodernamento e riqualificazione degli spazi, bensì di un finanziamento “per” Expo, o quel che ne resta. Un finanziamento che, per giunta, rischia di aprire una colossale falla urbanistica e sociale nel quartiere da cui le facoltà dovrebbero essere espiantate, Città Studi appunto, generando problemi nuovi e aggravando quelli già esistenti e mai risolti nel Municipio 3. Senza peraltro neppure poter garantire il buon esito delle risorse investite nelle strutture di nuova costituzione. Un rischio boomerang che davvero nessuno si può permettere, meno che mai nell’attuale scenario economico.

Questa discussione in sostanza nasce dunque e si sviluppa non su scelte ponderate ed autonome dell’Università, soggetto privato su cui il Comune si asterrebbe dall’intervenire, come pure alcuni assessori hanno cercato di far credere, ma unicamente in quanto al trasferimento viene dato un incentivo improprio, in grado di condizionare, distorcendole, le determinazioni dell’ateneo, in danno del pubblico interesse.

Un progetto senza visione.

Se si assumessero realmente quale focusprincipale i bisogni, le esigenze e opportunità di sviluppo dell’università, logica e buon senso richiederebbero che si partisse innanzitutto da una seria analisi dei costi e delle modalità realizzative dell’ammodernamento e adeguamento delle facoltà scientifiche lì dove si trovano, cioè a Città Studi, sia in relazione agli spazi già occupati dall’università, sia a quelli liberi al di qua e al di là del fascio dei binari del nodo di Lambrate FS, che possono essere agevolmente integrati. Questa analisi in apparenza ovvia, pur richiesta con molta insistenza, non è mai stata effettuata.

Soltanto dopo questo studio – e non prima! – avrebbe avuto senso proporre una comparazione con l’ipotesi del trasloco a Expo, tenendo peraltro ben presente che in ogni caso le esigenze di tutela dell’interesse pubblico impongono di considerare, oltre alla mera stima dei costi del soggetto università in relazione alle diverse opzioni in campo, anche i costi e i benefici esterni e sociali (alla città, al quartiere, al sistema) che deriverebbero dal trasferimento. Tutto questo non è mai stato considerato all’interno del progettato spostamento, la cui idea è nata come si è detto e non ha mai valutato alcuna opzione alternativa.

Sicché l’ipotesi del trasloco è stata abbracciata come se fosse l’unica sensata e perseguibile (il rettore Vago ha seguitato a dichiarare quella del trasferimento a Expo “un’opportunità irripetibile”).

Il racconto attuale è che l’operazione del trasferimento, coinvolgendo nella migrazione circa 20.000 persone tra studenti e personale, costerà 380 milioni di euro e che si concluderà entro il 2021. E’ lecito dubitare sia dei costi, sia dei tempi.

Rispetto al costo totale, come detto, 130 milioni deriverebbero all’Università Statale dal finanziamento assegnato da Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione Lombardia con il Patto per la Lombardia; i restanti 250 milioni sarebbero in vario modo a carico dell’ateneo. In particolare, 120 di questi sarebbero dovuti rivenire da valorizzazioni (vendite) di patrimonio immobiliare di UniMi. Tuttavia, alla luce delle difficoltà incontrate dall’università nella alienazione dei beni, a febbraio 2018 Lendlease (il colosso australiano vincitore della gara per costruire sull’area che ha ospitato Expo 2015 e occuparsi per 99 anni del relativo business) si è detta pronta a cofinanziare la realizzazione del campus scientifico della Statale (in cambio di un canone di affitto per aule e laboratori). Si apre quindi, in un quadro già complesso e ricco di incognite, la prospettiva di un intervento realizzato con finanza di progetto (project financing) che – oltre a mettere l’università in posizione di affittuario dei propri spazi – esporrebbe i contribuenti anche alle incertezze relative ai possibili e probabili incrementi dei costi, che finirebbero certo per ricadere sulla collettività (l’esperienza italiana nell’uso di questo strumento insegna che mai il partner privato si è fatto carico delle conseguenze di stime errate: Pedemontana docet).

Cosa ha spinto Governo e Regione a individuare esclusivamente nella zona di Rho la sede dove investire le risorse finanziarie dei cittadini per la realizzazione di un campus lontano dal centro cittadino?

A quale interesse risponde l’idea di un’università dislocata in luoghi disagevoli, in spazi ridotti rispetto agli attuali, senza realistiche possibilità di futura espansione e pesantemente indebitata?

Quale sarà il destino degli oltre 200 mila metri quadri che l’Università Statale si appresterebbe ad abbandonare?

E come si può trascurare il fatto che tale operazione di espianto urbanistico andrebbe a sommarsi a quella del trasloco, dato anch’esso per imminente, di due grandi e importanti presidi ospedalieri come il Neurologico Besta e l’Istituto Tumori, destinati a trasferirsi nella costruenda Città della Salute a Sesto S. Giovanni?

Nel complesso, tra università e ospedali, si discute del destino di 2/3 dell’area di Città Studi: con quale senso di responsabilità (o, per quel che è dato vedere, di leggerezza) si affrontano questi nodi problematici?

La posizione dei residenti.

Superando un iniziale senso di smarrimento, centinaia di cittadini, residenti, studenti e lavoratori, organizzati in vari comitati, preoccupati per questa operazione di vero e proprio espianto urbanistico, nonché per gli effetti di degrado o speculazione che ne deriveranno (in aggiunta ad aree ex industriali che già gravano sul quartiere e ancora versano in stato di abbandono da decenni), hanno cercato di dare voce al forte disagio, chiesto con insistenza a tutti gli interlocutori istituzionali e a vari livelli risposte precise, ma, quando è andata bene, hanno ottenuto solo vaghe rassicurazioni e nessun impegno concreto.

Tutte le città evolvono: questo non è in dubbio. Ma se le trasformazioni urbane non sono supportate e guidate da visioni chiare e convincenti non si può dire che vengano fatte nell’interesse dei cittadini, bensì persino contro di essi.

Solo una grave e persistente miopia politica, quando non vera e propria cecità, scortata da un’informazione spesso embedded, ha sin qui potuto consentire di mettere la sordina ai nostri argomenti, deridendo e liquidando l’opposizione a queste scelte dissennate come manifestazione della sindrome di Nimby di una ristretta minoranza di riottosi, di avversari, di reazionari capaci solo di dire no a tutto, o dell’interessata difesa di chi è preoccupato soprattutto di perdere le proprie rendite “in nero” per le case affittate agli studenti.

Chi nelle istituzioni sostiene questo, eludendo ogni confronto nel merito e senza dare risposte, dimostra di non saper ascoltare le fondate preoccupazioni, le critiche argomentate e le proposte dei cittadini. A questi “rappresentanti” che concepiscono la partecipazione solo in quanto allineata, plaudente e mai critica ribadiamo ancora che l’espressione delle nostre preoccupazioni non è frutto di preconcetta ostilità al cambiamento ma solo di contrarietà a scelte improvvisate, irresponsabili e senza visione.

Noi non siamo misoneisti, né conservatori. Ma non siamo neppure sostenitori del cambiamento per il cambiamento, ossia del cambiamento fine a sé stesso.

Al vacuo ottimismo di maniera, preferiamo ragionamenti solidamente convincenti.

A Città Studi esiste già un polo scientifico costituito da Politecnico, CNR e Statale, che – con adeguati investimenti (per es. fondi europei) che attirino i privati e consentano all’Università Statale di trasferire alcune funzioni in edifici più moderni – potrebbe raggiungere risultati virtuosi in minor tempo rispetto al polo creato ex novoa Rho, che necessita di una lunghissima fase di avviamento e che, come posizione, non presenta alcun vantaggio specifico rispetto all’area nel Municipio 3.

Una scelta di questo tipo permetterebbe: a) un’espansione dell’Università e un suo adeguamento alle rinnovate esigenze; b) una riqualificazione delle strutture esistenti (alcune storiche); c) una rigenerazione delle ex aree industriali abbandonate, fonte di un crescente degrado urbano e di gravi problemi di sicurezza.

E allora proprio pensando al futuro di Città studi, in assenza di una visione chiara sin dall’origine del progetto di trasferimento della Statale e di quel che si propone di fare sugli spazi liberati dopo l’ipotizzato trasloco, come si può pensare che i cittadini più attenti rimangano indifferenti? Che non siano preoccupati o arrabbiati? Li si vuole tutti novelli Candide? Perché ostinarsi a dire che le domande e obiezioni sono frutto di ostilità preconcetta? Sbaglia chi riduce il tutto a una questione di bandiera, o di partito. E’ invece una questione di partecipazione e cittadinanza su cui non sono consentite distrazioni. E l’ascolto non può essere un semplice rito (ti faccio parlare, poi comunque vado avanti con quel che ho già deciso altrove, a prescindere), perché altrimenti si chiama “presa in giro”.

In questo senso allora sì, il nodo è politico. Come ha scritto Giancarlo Consonni: “Lo scialo di denaro pubblico in un’operazione anti-urbana come quella del recupero dell’area ex Expo (vero e proprio buco nero di risorse collettive) dimostra che non è solo e tanto una questione di scarsità di risorse: fare città (nel senso di difendere e incrementare la qualità urbana dei luoghi) o disfare le città esistenti, è questo, più che mai, il tema centrale della politica”.

Cosa serve. Adesso.

L’elezione del nuovo rettore, con la vittoria del prof. Elio Franzini contro De Luca (che era “sponsorizzato” dal rettore uscente, prof. Vago), ha acceso nuove speranze ma non può consentire di abbassare la guardia. Tutti i temi sopra descritti restano attuali e dovranno essere governati da politiche lungimiranti alla ricerca di una soluzione nell’interesse della città e dei cittadini tutti, per non ritorcersi in loro danno.

A chi ci chiede che fare, rispondiamo che occorre informarsi, informare, discutere e confrontarsi. Coinvolgere i soggetti rappresentativi: partiti, sindacati, associazioni di categoria… convincendoli a prendere posizione, a schierarsi, a non rimanere indifferenti, a non limitarsi a restare a guardare e a non accontentarsi di dare risposte superficiali. Non è in gioco solo il futuro di un quartiere, ma dell’intera città. E della stessa università.

Per concludere, in questa fase riteniamo essenziali tre richieste:

  1. che venga effettuato uno studio comparativo serio, affidato a un soggetto indipendente, che non dia per scontato il trasferimento delle facoltà ad Expo e valuti lo stato degli edifici esistenti in Città Studi, i tempi necessari per il loro adeguamento, tenga conto dell’impatto socio-economico sul quartiere e dei costi che la comunità continua ad accollarsi per contenere il degrado delle aree dismesse nel Municipio 3;
  2. che nel frattempo, in attesa dei risultati e delle conseguenti decisioni, il Comune di Milano si faccia garante di una moratoria con tutti i soggetti coinvolti, tesa a non precostituire un fatto compiuto;
  3. che, in ogni caso, e quindi anche nell’ipotesi che si dia corso al progettato trasferimento in Area Expo, ci sia immediata chiarezza sul futuro di Città Studi, approntando anche i necessari stanziamenti: il “dopo” deve essere chiaro sin da “prima”.

Eugenio Galli (Che ne sarà di Città Studi)

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