Passeggiare sì? Passeggiare no? Ma migliaia di posti di lavoro restano ancora aperti

Sembra di essere tornati indietro a tre settimane fa.

Questa la situazione paradossale che ci sembra di vedere in queste ultime ore con l’esplosione delle polemiche attorno a chi, “senza giustificato motivo” come da termini legal-burocratici, passeggia o corre per le strade di metropoli, città e paesi della penisola.

Sì, perché ancora una volta, esplodono sotto gli occhi di tutte le tante contraddizioni nella gestione dell’emergenza coronavirus.

Assistiamo da un lato alle disperate e sacrosante richieste d’aiuto che giungono quotidianamente dal mondo della sanità con medici, infermieri e operatori sanitari che denunciano il numero dei morti, il collasso delle strutture travolte dal numero di contagiati e la quantità di lavoratori del settore infettati. La parola d’ordine è chiara: “State a casa!”.

Poi c’è il mondo delle imprese che in diverse occasioni è intervenuto a gamba tesa per impedire un numero maggiore di chiusure di strutture produttive. E probabilmente, se non ci fosse stata l’ondata di scioperi di settimana scorsa, le grandi categorie imprenditoriali non sarebbero neanche state obbligate a firmare il protocollo sulla sicurezza firmato il 14 marzo dopo quasi 20 ore di trattative.

Gli imprenditori hanno buttato tutto il loro peso negli ambiti decisionali e hanno ottenuto l’apertura di decine di modalità produttive che definire di prima necessità sarebbe surreale.

Gli amministratori lombardi denunciano che il 40% di chi abita in Regione continua a spostarsi (dati ottenuti grazie alle compagnie telefoniche che hanno avviato un monitoraggio delle celle) e l’ex-Prefetto Achille Serra chiede addirittura l’utilizzo dell’esercito. Quello che si guardano bene dal dire è che centinaia di migliaia di donne e uomini sono tuttora OBBLIGATI a muoversi per andare al lavoro come ha ben spiegato il giornalista di Radio Popolare Massimo Alberti in un post Facebook che ha avuto grande condivisione. Del resto hanno suscitato impressione le immagini della metropolitana di Milano le cui corse erano state tagliate da ATM per un crollo di viaggiatori piene in orario di punta con lavoratori e lavoratrici ammassati nell’impossibilità di rispettare le norme di sicurezza. Sintomo che l’interesse per il mondo di chi continua a recarsi a lavoro è veramente scarso.

E’ indubbio che il fatto di muoversi per le strade (passeggiando o correndo poco importa) senza serie motivazioni può essere un problema, ma bisogna avere l’onesta intellettuale di ammettere che questo comportamento provoca sicuramente meno danni dell’obbligare migliaia di persone ad andare a lavorare nei call-center, nelle fabbriche o come corrieri (giusto per citare tre categorie dove l’insoddisfazione è forte e dove ci sono stati scioperi a macchia di leopardo, magari neanche registrati dai media). E’ di pochissimi giorni fa la notizia dello sciopero ad Amazon per il mancato rispetto del protocollo di sicurezza con l’aggiunta del fatto che il colosso americano continuava a spedire beni tutt’altro che urgenti o necessari. E’ notizia di ieri che la società avrebbe cambiato politica privilegiando prodotti per la casa e per la salute.

Mentre si moltiplicano i casi di cittadini che “danno la caccia” a chi fa ginnastica nei parchi chiamando le Forze dell’Ordine e cedendo alla delazione dal mondo della magistratura arrivano notizie che alcune procure come, per esempio, quella di Genova, stanno tirando il freno su un utilizzo troppo disinvolto delle denunce per le violazioni di vari decreti (denunce che nel giro di pochi giorni sono diventate decine di migliaia) tanto da spingere il giornale “il Dubbio” a intitolare un articolo: “Il reato di ‘passeggiata’ non esiste”.

D’altro lato, sempre più voci, stanno iniziando a chiedere, a nostro parere giustamente, maggiori restrizioni nell’apertura di molti settori produttivi. Dall’Espresso fino a The Submarine, stanno uscendo diversi articoli che evidenziano come il vero problema non sia chi corre o passeggia, ma le tantissime persone che quotidianamente vanno a lavoro. Emblematica sembra essere la vicenda delle zone della bergamasca e del bresciano dove, negli ultimi 15 giorni sono esplosi i contagi che stanno facendo una vera e propria strage. Zone ad alta densità produttiva dove pare che le altalenanti misure di contenimento del COVID19 siano state dettate dai timori del mondo imprenditoriale legati alle chiusure.

E mentre anche tra di noi discutiamo e ci accaloriamo tra chi sostiene il diritto all’esercizio fisico all’aperto e chi lo contesta, un servizio di Striscia la Notizia descrive le surreali (ma sarebbe meglio dire tragiche) condizioni dei riders a Milano, alla faccia delle lettere di rassicurazione mandate dalle piattaforme ai clienti tanto da far scrivere a Deliverance Milano: “Sushi e patatine fritte non sono un diritto! Pensiamo che la salute di tutti, a maggior ragione nella parte del Paese più colpita dal virus, vada salvaguardata e il servizio deve essere sospeso, perché riteniamo che gli standard di sicurezza stabiliti dal Ministero della Salute non possono in nessun modo, allo stato attuale, essere soddisfatti nel delivery, anche perché la responsabilità sociale d’impresa, sotto emergenza sanitaria, non può essere scaricata, come al solito, sui lavoratori!”.

Sarebbe ora di avere regole più chiare. Vietiamo le passeggiate e le corse nei parchi se necessario, ma a questo punto chiudiamo anche decine di luoghi di lavoro che non è necessario restino aperti!

* foto in copertina da Radio Onda d’Urto

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