Chi sta facendo la rivoluzione. Contro ayatollah e monarchia, il femminismo iraniano che non scende a compromessi
L’Iran sta attraversando uno dei momenti più tragici degli ultimi decenni, con centinaia di morti nelle strade e una repressione che colpisce senza alcuna distinzione. Le strade insanguinate non sono solo quelle di Teheran ed è fondamentale ricordarlo. La violenza si dispiega nei centri periferici, nelle province storicamente marginalizzate, nelle città curde, baluci, arabe, nei luoghi che raramente entrano nel racconto mediatico globale se non come note a margine. Il regime spara, oscura internet, arresta e uccide, contando sul fatto che lo sguardo occidentale continui a cercare un’unica capitale simbolica e a ignorare il resto del paese. Questa rimozione serve a depoliticizzare una rivolta che non è episodica né circoscritta, ma capillare, economica e profonda. Dentro questo scenario di sangue e periferie il femminismo iraniano è tra i pochi movimenti che emerge non come voce morale o icona da esportazione (finalmente), ma come soggetto politico centrale, capace di tenere insieme il rifiuto della Repubblica islamica e quello delle sue false alternative, dalla nostalgia monarchica alle proiezioni occidentali.
In questi giorni le strade dell’Iran si sono riempite di manifestazioni contro il regime, e chi vi ha partecipato si è trovato circondato da un mare di bandiere con il leone e la spada, accanto ad altre di Israele. Queste bandiere dichiarano senza ambiguità un’unica cosa: la volontà che il figlio dello Shah, Reva Ciro Pahlavi torni nel paese e instauri la monarchia. Attorno a questi simboli, già odorati da chi segue la politica iraniana dal settembre 2022 e dal giugno 2025, si è rapidamente diffusa una narrazione tanto semplice quanto pericolosa: l’Iran rivuole la monarchia, e chi siamo noi per dire ciò che il popolo vuole o non vuole? Un mantra ripetuto dai media e dai social, ma che nasconde una realtà più complessa. Non si tratta di negare che ci siano sostenitori di Reza Pahlavi, ma omettere del tutto che esista anche una contro resistenza – chiara e decisa – contro la monarchia stessa e, allo stesso tempo, contro gli ayatollah.
Quello che non viene detto è che nelle piazze iraniane, e non solo, chi prova a esprimere un doppio dissenso viene immediatamente colpito. Chi rifiuta il regime degli ayatollah ma rifiuta anche la restaurazione monarchica viene isolato e intimidito. Si tratta di una pratica politica, violenta e reale che avviene nei cortei, nelle piazze e negli spazi pubblici, quegli stessi spazi che si sta tentando di riconquistare a fatica. Il dissenso selettivo è tollerato solo finché resta allineato a un progetto preciso e chi esce da quella cornice viene espulso o non ne viene riconosciuta l’esistenza. Questo non è pluralismo, non è certamente democrazia e non è nemmeno una fase confusa di transizione. È già una forma manifesta di repressione da parte di una monarchia non ancora esistente.
La domanda allora non è chi siamo noi per dire cosa vuole il popolo iraniano. La domanda è quale popolo viene riconosciuto come legittimamente in rivolta e quale invece viene silenziato. Perché se nelle piazze sopravvive una sola voce e tutte le altre vengono ridotte al silenzio con la paura allora non siamo di fronte a una libera espressione di un popolo, ma a un processo di normalizzazione autoritaria che si presenta come alternativa al regime islamico. Cambia il simbolo, cambia il lessico, cambia gli alleati internazionali, ma la struttura di potere resta intatta.
Dopo anni di lotte interrotte dal carcere, dalla tortura, dagli omicidi di Stato, dopo generazioni cresciute dentro una repressione sistematica o costrette all’esilio forzato, ci viene davvero chiesto di credere che questa volta sarà diverso. Che questa violenza è solo un incidente, che questa esclusione è temporanea, che bisogna chiudere un occhio in nome di un obiettivo più grande. È una retorica che conosciamo fin troppo bene ed è sempre stata usata per chiedere alle donne, ai soggetti queer, alle minoranze etniche e politiche di aspettare il proprio turno. Un turno che non arriva mai.
È qui che il femminismo iraniano rompe la narrazione dominante. Non come ornamento morale della rivolta e nemmeno come simbolo spendibile nei talk show occidentali ma come forza politica che rifiuta il ricatto della falsa alternativa. Non ayatollah né monarchia. Non teocrazia né nostalgia imperiale. Il doppio dissenso diventa qui l’unica possibilità reale di immaginare una trasformazione che non riproduca la violenza da cui si dice di voler fuggire. E se questa voce oggi viene colpita nelle piazze è proprio perché è quella più radicale, più pericolosa, più difficile da addomesticare, ma soprattutto quella più progressista nel vero senso del termine.
Il collettivo transfemminista Roja, che riunisce soggettività iraniane, afghane e curde a Parigi, nel suo ultimo comunicato, tradotto in questi giorni da Connessioni Precarie, mette in guardia da una lettura falsata delle proteste in corso. Da un lato denuncia con chiarezza la violenza brutale della Repubblica islamica, responsabile da oltre quarant’anni di aver ucciso, arrestato e represso sistematicamente un popolo stremato, dall’altro rifiuta esplicitamente ogni tentativo di appropriarsi della rivolta da parte di forze monarchiche, nazionaliste o sostenute dall’Occidente. Roja insiste sul fatto che la mobilitazione non nasce per restaurare un ordine passato né per consegnare il futuro dell’Iran a potenze straniere, ma emerge da condizioni materiali di oppressione sociale, economica e di genere che attraversano l’intero paese, in particolare le periferie e le regioni marginalizzate.
Il comunicato sottolinea anche un elemento decisivo oggi totalmente ignorato. Le voci che arrivano dall’Iran sono frammentarie non perché manchi una linea politica radicale, ma perché il regime colpisce selettivamente le comunicazioni, oscura internet e reprime chi prova a raccontare una posizione autonoma. In questo contesto ciò che circola all’estero non è ciò che è più rappresentativo, ma ciò che è più compatibile con i dispositivi mediatici e geopolitici dominanti. Roja richiama quindi alla responsabilità di non scambiare questa selezione forzata per consenso popolare e di riconoscere che il cuore della rivolta resta un rifiuto simultaneo della teocrazia e delle sue false alternative.
Il femminismo oggi ci mostra una strada diversa perché non si limita a chiedere diritti o pari opportunità, ma mette in discussione il potere nelle sue forme più profonde e invisibili. Ci insegna a guardare la politica non come una semplice partita tra chi comanda e chi obbedisce, ma come una rete complessa di relazioni che attraversano ogni aspetto della vita: il lavoro, la casa, i corpi, gli spazi pubblici, la lingua e la memoria. È nelle pratiche quotidiane, nel lavoro di cura, nelle responsabilità invisibili che tengono insieme famiglie, quartieri, città, che si vede quanto il dominio sia intrecciato con la vita stessa delle persone. Il femminismo che muove la rivolta in Iran, ci insegna a leggere questi nodi e a immaginare strategie per trasformarli, a capire che cambiare le teste al potere non basta, bisogna cambiare il modo in cui il potere si riproduce, si normalizza e si insinua nei gesti, nei pensieri, nelle abitudini.
Nelle piazze iraniane, ma anche nei vari comunicati che stanno circolando in questi giorni, dalle università ai movimenti transfemministi, questa lezione è evidente. Il dissenso è duplice, è politico ed è rischioso su più fronti. Il femminismo diventa guida perché mostra che la trasformazione non passa solo dai cambiamenti istituzionali, ma anche dalle relazioni che sostengono il potere. È per questo che questa resistenza è al tempo stesso rischiosa per chi governa e necessaria per chi vuole davvero immaginare un futuro diverso. Insegna a pensare la libertà come pratica collettiva, a non accettare compromessi che riproducono vecchie gerarchie e a riconoscere il doppio dissenso come il punto più avanzato e autentico di una rivolta che attraversa tutto il paese.
di Marina Misaghinejad
