Dal Messico, una proposta importante

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“23 anni fa iniziammo il nostro sollevamento, il nostro percorso era escludente, non potevano partecipare tutte e tutti. Ora, il Congresso Nazionale Indigeno ci chiama a una lotta nella quale possiamo partecipare tutti, tutte, senza discriminazione di età, colore, altezza, razza, religione, lingua, salario, istruzione, forza fisica, cultura, preferenza sessuale. Chi vive, lotta e muore nelle campagne e nelle città ha ora un cammino di lotta in cui si può unire con altre e altri. La lotta a cui ci chiama e ci invita il Congresso Nazionale Indigeno è una lotta per la vita, nella libertà, nella giustizia, nella democrazia, nella dignità. Chi si permetterà di dire che è una lotta non giusta?”.

Subcomandante Insurgentes Moises – Oventik 1 Gennaio 2017

Una donna di sangue e cultura indigena si candiderà alle elezioni politiche, come indipendente, in Messico nel 2018.
Sarà la portavoce del Congresso Nazionale Indigeno, organizzazione politica che racchiude una quarantina di etnie indigene sulle oltre 60 che vivono nel paese.
La proposta nasce dalla mente delle donne e uomini di mais, del sud-est messicano, meglio conosciute e conosciuti come zapatisti e zapatiste. Ma occorre andare oltre alla proposta in sé, e alla sua punta di maggior visibilità, ovvero la candidatura di una donna indigena, per capirla davvero.

Attenti osservatori potrebbe rimanere spiazzati dalla notizia che l’EZLN, arrivato al 23esimo anno di sollevazione armata e dopo aver promosso dall’Agosto 2003 l’Autonomia rispetto al governo, possa aver proposto una direzione elettorale al CNI.
Osservatori ancora più attenti potranno ricercare nelle parole della formazione politica nata nel Novembre del 1984 come diretta emanazione delle Fuerzas de Liberacion National che non è mai stato scritto che si rifiutava l’opzione elettorale, semplicemente con forza e perseveranza è stato detto che i partiti politici messicani sono uno strumento del capitalismo e del neoliberismo e già da diversi anni il potere politico nazionale è fortemente subordinato (usando un eufemismo) ai poteri economici trans-nazionali. Lasciando libertà di scelta l’EZLN si è così sempre detto altro dai percorsi elettorali, pur giocando strumentalmente dentro e fuori le campagne elettorali. Così nel ’94 ha supportato Amado Avendaño Figueroa come candidato alla presidenza del Chiapas, oppure nel 2001 ha organizzato la marcia del colore della terra alcuni mesi dopo l’entrata al potere del primo presidente della repubblica non del PRI, Vicente Fox, o come nel 2006 lanciò e organizzò l’altra campagna.

Ripartiamo proprio dal 2006: la otra campana è stato il tentativo di organizzare la società messicana per creare un alternativa non tanto al potere partitico ma ai diversi poteri. Il tentativo di unire lotte, resistenze, pratiche e generare l’alba di una nuova società che avesse nell’autonomia zapatista un esempio. Scommessa in parte persa, anche se per il Messico l’esempio dell’automia ha creato percorsi interressanti: da esperienze di autogestione nelle grandi città, alla formazione dei gruppi di autodifesa, soprattuto in Michoacan. Ma la miccia non è esplosa. Negli ultimi anni è cresciuto, per qualità e quantità, il rapporto con il Congresso Nazionale Indigeno. L’idea di andare ad una candidatura indipendente può essere vista prima di tutto come il tentativo, attraverso la costruzione di un percorso su un obiettivo chiaro e materiale, di organizzare, legare, le comunità indigene in resistenza per andare a creare una rete capace di andare oltre al percorso elettorale. Siamo chiari ed onesti, in Messico esistono tante e plurime forme di resistenza locale. Per lo più legate al mondo indigeno. Ma a parte le grandi coorporazioni legare al PRI, manca un soggetto politico nazionale. Organizzare la campagna elettorale, la raccolta delle 850mila firme (50 mila per 17 stati), definire il consiglio di governo indigeno che poi andrà ad eleggere la sua portavoce donna, hanno più lo scopo di costruirsi come soggetto politico che vincere le elezioni. Tanto che la donna indigena sarà solo la portavoce di un consiglio di governo. Il consiglio di governo è il grimaldello e punto d’osservazione centrale.

Sì, se si guarda oltre la provocazione della candidatura della donna indigena si può vedere una proposta politica radicale e potente che prende linfa e agisce sulle difficoltà organizzative delle resistenze del Messico, oltre che dalla conclamata inconcludenza dei precedenti tentativi di ampliare territorialmente la proposta zapatista.
Girando un po’ la testa quindi si può cogliere come “l’assurda proposta” fatta dall’EZLN al CNI sia invece una ponderata fase di un percorso ben più lungo, e che non fa esodo neppure per un secondo dall’idea di costruire altro al sistema capitalista nelle sue diramazioni. Osservando un po’ più in la dei pruriti bellicosi della forma secondo i quali è scandoloso rivolgersi al percorso elettorale si può vedere come lo strumento della candidatura indipendente dia per la prima volta in Messico la possibilità di organizzare un percorso alternativo a quello dei partiti, sfruttando la temporalità delle elezioni per testarsi su un piano organizzativo e anche potersi contare. Dare il protagonismo alle comunità indigene significa andare a cercare di unire e fortificare le forme di resistenza più radicali all’omologazione capitalista. Allo stesso tempo la proposta è ricevibile anche dai non indigeni, cioè quella parte di società messicana che è stata per anni al centro del dialogo costruttivo dell’EZLN.

Occorre ricordare come il CNI nasce nel 1996, e 20 anni dopo la sua formazione scende in campo con una proposta non difensiva ma offensiva. Fa suoi i sette principi fondanti dello zapatismo e conosciuti come “comandare obbedendo”: obbedire e non comandare, rappresentare e non sostituire, abbassarsi e non salire, servire e non servirsi, convincere e non vincere, costruire e non distruggere, proporre e non imporre. Propone una donna come portavoce del consiglio di governo indigeno. Donna e indigena nel Messico del 2017 è come dire l’ultima tra gli ultimi. Il sessismo è un male indescrivibile nel paese, tanto che i movimenti femministi stanno prendendo la scena della lotta per i diritti civili e sociali in gran parte del Messico. Indigena e spesso così messa da parte. Un parallelismo da noi potrebbe essere una migrante senza permesso di soggiorno indicata come futura prima ministra da un lista indipendente. Proposta ponderata, provocatoria, dirompente che oltre allo sguardo oltre la scadenza elettorale gioca una partita nel breve periodo, quella della voce altra rispetto ai megaprogetti (grandi opere diremmo noi) che rischiano, con oltre 400 proposte attive, di trasformormare pesantemente il territorio non metropolitano andando così ad incedere sulle relazioni sociali, dell’alternativa alla “guerra al narcotraffico”, costata oltre 100.000 vite umane e 30.000 desaparecidos, è che chiaramente non è mai stata un vero scontro stato-narcos ma un’eccellente diversivo mediatico e pubblico per la creazione di una relazione di potere di continuità tra politica, malavita, e strutture statali. Chi ha pagato il conto sono giornalisti critici, attivisti sociali, difensori dei diritti civili e umanitari, e centinaia di innocenti. Tanto che lo spettacolo legato all’arresto, fuga, ri-arresto ed estradizione de El Chapo ha mostrato come in Messico nulla sia cambiato.

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Gli USA di Trump che minacciano parti di economia del paese, la paura del crollo del pesos e della chiusura delle grandi fabbriche automobilistiche, e che rischiano di modificare velocemente il laboratorio neoliberale che il Messico è sempre stato per i vicini di casa. Il muro che Obama stava già costruendo, tanto che nel Machete già se ne parla, non spaventa quanto la trasformazione economica che potrebbe portare il nuovo volto della globalizzazione a stelle e strisce. Una nuova incognita sulla fragilità di uno stato svenduto pezzo pezzo dai tanti governi e che ha trovato in Pena Nieto un capo di stato capace di aggredire e colpire quello che mai era stato toccato ovvero privatizzare il petrolio e modificare le leggi sul lavoro.

Morti, scontri e arresti servono a giustificare e coprire lo scambio d’interesse reale, governare con e sulla paura. Agitare lo spettro della crisi economica che il cambio di governo USA può portare è un nuovo segnale della volontà politica di sottostare ai diktat del neoliberalismo. Solo per questo una voce diversa fa paura. Anche solo una voce che può descrivere rapporti economici diversi spaventa. Anche solo perché un punto di vista differente può mostrare una realtà diversa da quella venduta come unica ed ineluttabile destabilizza. E forse per questo che tutte le formazioni politiche nel paese hanno fortemente criticato l’idea e la proposta. Forse proprio per questo essere altro e oltre trasforma una “proposta moderata” come il correre alle elezioni in una proposta possibilmente dirompente, anche se piena d’incognite e di rischi.

Una proposta che potrebbe creare un rapporto di forza assolutamente anomalo in un paese che ha fatto della rivolta la sua forma d’opposizione in assenza di organizzazioni di massa capaci di creare contropotere. Una proposta legata alla storia dell’EZLN, con uno sguardo alle FLN, e del Messico. Una proposta che non si può leggere con gli occhi distorti da altre esperienze latinoamericane. Nel Messico della violenza armata e della contiguità tra potere legale ed illegale l’alternativa agita dal CNI e dall’EZLN spaventa. Abbiamo già visto il 26 Settembre 2014 ad Iguala come il narcostato si occupa dei soggetti sociali che operano alternativa e opposizione sociale agli interessi economici, facendo sparire nel nulla 43 studenti della scuola normale Rurale Isido Burgos di Ayotzinapa, e uccidendone sei. Cosa succederà sarà l’incognita del futuro, forse proprio per questo il documento del CNI e dell’EZLN che lancia la candidatura si chiude così: “Per il recupero dei territori invasi o distrutti, per la riapparizione dei desaparecidos del paese, per la libertà di tutte e tutti i prigionieri politici, per la verità e la giustizia per i morti, per la dignità della campagna e della città. Non abbiate dubbi, andremo avanti su tutto, perché sappiamo che ci troviamo di fronte forse all’ultima occasione, come popoli originari e come società messicana, di cambiare pacificamente e radicalmente le nostre forme di governo, rendendo la dignità l’epicentro di un nuovo mondo”.

Andrea Cegna, 20ZLN

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