Il mio racconto di queste elezioni turche – Seconda puntata

A picture of Prime Minister Recep Tayyip Erdogan, altered to look like Adolf Hilter, is stuck  onto  a electricity column at the Taksim square in Istanbul on Thursday, June 6, 2013. Turkish officials, scrambling to contain tensions, have delivered more conciliatory messages to thousands of protesters denouncing what they say is the government's increasingly authoritarian rule and its meddling in lifestyles. (AP Photo/Thanassis Stavrakis)

(AP Photo/Thanassis Stavrakis)

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo di seguito il racconto in due puntate di VC, antropologo e cooperante, in Turchia al momento delle ultime elezioni. Buona lettura!  

Qui la prima puntata

Arrivano le elezioni. Stella, come Luna e tanti altri loro amici, decidono, per la prima volta, di partecipare attivamente, come osservatori nei seggi per conto dell’HDP. Non e’ stata una scelta semplicissima: Ankara è la capitale, non ci sono carri armati nelle strade e militari nei seggi come nel Kurdistan, dove il Sultano usa ogni mezzo per intimidire una popolazione che a giugno votò in massa per l’HDP. Stella, però, ha una borsa di studio governativa, Luna lavora in un ente pubblico, tra di loro, come tra i loro amici, la paura di rappresaglie è forte. Alcuni funzionari dell’HDP con cui hanno parlato sono stati arrestati poche settimane prima del voto, la stesse sede del partito di Ankara è stata assaltata e bruciata da militanti nazionalisti, senza, ovviamente, che la polizia facesse nulla per prevenirlo o catturasse poi i responsabili. Eppure sono in tanti, non solo loro, ad avvicinarsi per la prima volta alla politica, a cercare di rendere più concreti sogni e speranze di quei giorni a Gezi Park, di dare un senso alle tragedie di Dyarbakir, Suruc e Ankara, di non rendere vani i sacrifici di quelle persone, così come dei militanti curdi assassinati nel lungo assedio di Cizre e nelle altre città del Kurdistan. La tensione è alta, ma Stella, Luna, i loro amici e milioni di altri cittadini – turchi e curdi – non si fanno intimidire.

Arrivo sul Mar Nero il 29 ottobre, il giorno in cui il paese celebra la proclamazione della repubblica da parte di Ataturk, nel 1923. Dall’aeroporto di Samsun fino a casa di Stella è tutto un susseguirsi di bandiere turche e gigantografie di Ataturk. La giornata di festa ha contribuito, ma in Turchia il nazionalismo è sempre cosa seria, inculcato nei bambini fin dalle scuole. La festa della Repubblica cade, quest’anno, di giovedì, e molti amici dell’Universita di Stella e Luna sono venuti a trovarle qui. Si trascorre assieme il ponte su Mar Nero e poi si rientra tuttti ad Ankara il sabato, alla vigilia delle elezioni. C’è preoccupazione per quello che potrà accadere: se il Sultano dovesse ottenere la sua maggioranza e continuare quel percorso autoritario tanto temuto da loro; e se il Sultano dovesse fallire e inasprire ulteriormente la conflittualità in cui ha gettato il paese dopo le elezioni di giugno. Il timore di seguire la parabola dei loro vicini siriani e ritrovarsi in piena guerra civile è qualcosa di concreto, se ne parla. Tutti loro voteranno HDP, non ci sono dubbi su questo. Chiacchierando, emerge come anche i loro genitori siano tendenzialmente preoccupati ed anche quelli che in passato hanno guardato con simpatia all’AKP siano, ora, decisi a cambiare. “Voteranno CHP, il partito kemalista, come molte delle persone della classe media e istruite. Hanno paura dell’autoritarismo di Erdogan, ma non voterebbero mai HDP, per loro rimane il partito curdo, qualcosa di estraneo”. E’ un discorso che sento spesso, anche se poi, nelle urne, il CHP si manterrà sostanzialmente sulle percentuali delle elezioni precedenti – poco più del 25% – ottenuto grazie ad una schiacciante maggioranza sulla costa Egea – tradizionalmente kemalista – ed una buona affermazione nei grandi centri urbani. Sono le province rurali, soprattutto dell’Anatolia, a votare in massa AKP. In un interessante articolo sul Guardian (http://www.theguardian.com/world/2015/oct/29/selahattin-demirtas-kurdish-turkey) si spiega come l’interlocutore del discorso di Erdogan sia l’uomo etnicamente turco e religiosamente sunnita, visto come unico rappresentante della “vera Turchia”. Erdogan parla alla pancia di questo turco ideale, spiegandogli come le grandi conquiste economiche e politiche degli ultimi anni siano minacciate da un mix di potenze straniere, terroristi curdi e giovani corrotti dalle ideologie occidentali, tutti nemici della vera Turchia. Non ho la fortuna di incontrare questi “veri turchi” nei miei giorni qui: gli amici di Stella provengono tutti dallo stesso ambiente progressista, mentre la sua famiglia – come molte nella zona del Mar Nero – è di origine caucasica e, seppur tendenzialmente conservatrice e in passato con molte simpatie per Erdogan, meno sensibile a questa retorica.

Luna e Stella non saranno le uniche a passare la domenica elettorale al seggio per l’HDP, anche un paio di loro amiche con cui passiamo la serata sono della partita. Per tutte sarà la prima volta e ci tengono molto. Hanno potuto seguire iniziative e proposte del partito prevalentemente tramite i social network, dato che dal 10 ottobre HDP ha bloccato ogni manifestazione elettorale, per timore di altri attentati. L’atmosfera è stata tesa: nel Kurdistan interi villaggi sono stati isolati e sotto coprifuoco per giorni, la campagna elettorale non c’è praticamente mai stata, nonostante il PKK abbia dichiarato un cessate il fuoco unilaterale proprio per consentire il voto. Ad un’organizzazione turca che si occupa di diritti umani, Oyvotesi, e’ stato proibito di inviare osservatori nei seggi, con le solite paranoiche accuse di essere agenti stranieri che vogliono interferire con le elezioni. Molti rappresentanti di lista si sono impegnati ad inviargli attraverso una piattaforme online i risultati dei vari seggi, in modo da poterli confrontare con quelli ufficiali pubblicati dal ministero e denunciare eventuali irregolarità. Stella passerà buona parte della nostra mesta serata elettorale, domenica, a trascrivere questi dati dal suo computer, e di proteste e anomalie ne emergeranno, anche se l’ampiezza del risultato sarà tale da renderle ininfluenti.

Il sabato ci mettiamo in viaggio alla volta di Ankara. La maggior parte delle città attraversate sono tappezzate di manifesti e bandiere di AKP, CHP e MHP – nessuna traccia, ovviamente, dell’HDP. Nell’Anatolia, così come sul Mar Nero, i simpatizzanti HDP sono rari; anche ad Ankara, dove pure vi sono le Università ed un piccolo nucleo di militanti, il partito non riuscirà a raggiungere il 5%, meno che nelle altre grandi città del paese. Durante il viaggio veniamo fermati un paio di volte per controlli di routine. E’ sempre stato così, mi dicono, anche prima degli attentati. Il cugino di Stella ci racconta di come si fosse sorpreso, quel tragico 10 ottobre, di poter entrare ad Ankara senza essere mai fermato, e di poter raggiungere il concentramento del corteo – nel centro della capitale – senza che nessuno controllasse chi fosse e cosa portasse, cosa mai avvenuta nelle manifestazioni precedenti. In questo sabato pre-elettorale l’attenzione è alta, si vedono spesso poliziotti e militari, anche veicoli blindati, nei pressi dei centri di potere più sensibili, come il parlamento o il nuovo palazzo presidenziale, fatto edificare da Erdogan accanto al mausoleo di Ataturk, imponente tempio nazionalista che domina la città dalla sommità di una collina.

I seggi apriranno alle 7, quindi andiamo tutti a letto presto. Prima di addormentarci, facciamo un pò di zapping. Giusto pochi giorni prima, la polizia è entrata con la forza nelle sedi di due televisioni nazionali, accusate di minacciare la sicurezza nazionale e poste, per questo, sotto controllo governativo. Il panorama televisivo è, come immaginabile, deprimente: si vedono quasi solo Erdogan ed il suo primo ministro Davutoglu, alternati a immagini di guerriglia dal Kurdistan o dalla Siria. Un canale ripercorre lo straordinario sviluppo economico del paese dal 2002 – primo governo monocolore AKP – ad oggi, snocciolando dati su investimenti, PIL, inflazione, mentre si susseguono immagini di grandiose infrastrutture, edifici moderni e meeting internazionali del Sultano in giro per il mondo. E’ imbarazzante il modo in cui i dati vengono presentati per nascondere la stagnazione economica e la svalutazione della lira turca degli ultimi due anni, veicolando l’immagine di un paese in pieno boom economico, sotto la mano sicura del suo Sultano. Stella mi traduce i discorsi dal turco ed è come vedere Rete 4 nei giorni migliori di Emilio Fede. Purtroppo, qui, tutti i canali sono così e, a meno che uno conosca l’inglese ed abbia accesso ad internet, è difficile avere altre fonte di informazioni. Le tv turche hanno sempre avuto un rapporto ambiguo coi governi, mi dice Stella, ma negli ultimi anni si è del tutto perso il senso del ridicolo.

Il 1 Novembre è un giorno freddo e soleggiato. Le mie amiche escono di casa all’alba per raggiungere i rispettivi seggi; io, verso l’ora d pranzo, faccio quattro passi per la città, prima di visita Luna al suo seggio. Attorno alle scuole il via vai di persone è massiccio: entrano, escono, chiedono informazioni, chiacchierano, il tutto sotto l’austero sguardo di Ataturk, le cui gigantografie ricoprono le facciate delle scuole. Tutti i principali partiti hanno i loro rappresentanti e Luna chiacchiera amichevolmente coi suoi dirimpettai di AKP, MHP e CHP, l’atmosfera è rilassata. Mi mostrano le schede, un lungo foglio in cui sono affiancate le diverse liste, ognuna con il proprio simbolo, la lista di candidati per quella circoscrizione ed uno spazio circolare bianco; l’elettorale entra nell’urna con il timbro e lo appone sullo spazio bianco della lista per la quale intende votare, poi inserisce la scheda in una busta chiusa e la ripone nell’urna trasparente al centro del seggio. Il conteggio dei voti e’ semplice e veloce, non ci sono preferenze o voti disgiunti, ed infatti i risultati saranno disponibili a poche ore dalla chiusura dei seggi. Saluto e continuo la mia passeggiata per la città, mentre il rappresentante lista dell’AKP chiede sospettoso a Luna chi fossi, per concludere che, essendo italiano, sicuramente è stato il Vaticano ad inviarmi qui, e non c’è modo di fargli cambiare idea. Le paranoie di Erdogan si sono propagate fino ai più infimi livelli all’interno del suo partito. I rappresentanti di lista sono volontari distribuiti in ognuno dei seggi; ogni partito ha poi un funzionario per scuola, che raccoglie i dati ed eventuali lamentele dai vari seggi e si occupa della ristorazione dei volontari. La giornata di Luna e Stella prosegue tra chiacchiere e spuntini, il clima è apparentemente molto tranquillo. Il rappresentante di lista dell’MHP racconta a Stella che sua figlia sarebbe andata alla marcia della pace di Ankara, il 10 ottobre, ma la bomba è esplosa poco prima che uscisse di casa. “Io capisco l’HDP, loro sono nazionalisti curdi, io, però, sono turco, e allora voto per i nazionalisti turchi, perchè qui siamo in Turchia, è casa nostra, non loro”, dice, cercando di mostrare una certa simpatia per l’HDP, la cui sede è stata devastata proprio dai militanti del suo partito. Stella prova a spiegare che anche lei è turca e che l’HDP non è un partito nazionalista curdo, ma vorrebbe una Turchia in cui tutti si sentano a casa loro – turchi, curdi ed ogni genere di minoranza – ma forse è un discorso troppo lungo e complicato.

Le operazioni di voto e scrutinio sono veloci e senza intoppi. Nei seggi di Stella e Luna l’AKP vince, ma non stravince e, a differenza del resto della città, l’HDP porta a casa un discreto bottino di voti – probabilmente altri studenti che vivono nel quartiere – pur restando dietro CHP e MHP. Purtroppo i risultati nel resto del paese vanno aldilà delle peggiori aspettative: l’AKP si riprende la maggioranza persa a giugno, arrivando a lambire i due terzi agognati da Erdogan. Gli sarebbero serviti 331 seggi, si ferma a 317. Le tv turche si interrogano a lungo se l’HDP riuscirà ad entrare in parlamento anche questa volta: gli scrutini iniziano nell’est del paese – dove i curdi sono numerosi – secondo i primi dati e’ oltre il 12%, ma poi i risultati delle altre regioni lo indeboliscono progressivamente, alcuni canali già presentano un parlamento senza HDP, in cui l’AKP avrebbe quasi 350 seggi e potrebbe rapidamente portare a casa tutte le riforme costituzionali desiderate dal Sultano. Quando in TV appare questa schermata, il sangue si gela nelle vene di tutti e per un pò cala il silenzio. Fortunatamente arrivano, in chiusura, i voti delle diaspore estere – prevalentemente distribuiti tra AKP e DHP – e alla fine il DHP porta a casa un discreto 10,8 % e 59 parlamentari, in calo rispetto a giugno, ma comunque buono, considerando le condizioni in cui si è votato. L’AKP ruba voti principalmente ai nazionalisti dell’MHP, che precipitano dal 16 al 12 %. Purtroppo la guerra senza senso contro i curdi e i toni apocalittici del Sultano hanno sortito il loro effetto su quella parte di elettorato.

Quando le televisioni mostrano il primo ministro Davutoglu e i militanti AKP in festa a Konya, capiamo che è il momento di abbandonare ogni speranza e andare a nanna. Sui social serpeggia un mix di rabbia e ironia: tra gli amici di Stella e Luna link che spiegano come ottenere una cittadinanza alternativa a quella turca si alternano a report di irregolarità e violenze nel Kurdistan, dove cittadini e militanti HDP sono stati oggetto di pressioni d’ogni tipo e il partito, pur fortemente maggioritario, ha perso molti voti rispetto a giugno. In tanti non sono tornati a votare, difficile dire se perchè spaventati dall’esercito, stanchi e demoralizzati da questa terribile campagna elettorale, o perchè, visti vani gli sforzi di essere riconosciuti pacificamente, sono tornati a vedere nella resistenza armata l’unica soluzione. Luna e Stella hanno molti amici curdi e mi hanno raccontato di come, durante l’estate, tanti giovani siano tornati sulle montagne con il PKK. E’ difficile capire esattamente cosa sia successo, siamo tutti increduli e demoralizzati per l’amplore della disfatta. Inizialmente ci si era ripromessi di ritrovarsi al quartier generale HDP per seguire lo spoglio, ma dopo i primi dati nessuno ha voglia di uscire. La piazza è per i sostenitori dell’AKP, davanti al principesco quartier generale del partito, nel centro di Ankara.

Il lunedì è la nostra ultima giornata in Turchia. Vado con Stella alla sua Università, dove potremo parlare con altri reduci di queste sciagurate elezioni e cercare di tirarci su. La conversazione continua anche sul taxi, in cui cerchiamo di parlare a bassa voce e senza pronunciare nomi. Tuttavia alla parola “Erdogan” il taxista esplode in un’inaspettata filippica contro il Sultano, corrotto e dittatore. Siamo su uno stradone a più corsie, circondati da palazzoni moderni di vetro e acciaio, “tutti fatti fare agli amici di Erdogan, deturpando tutto, pagando mazzette, uno schifo!”, chiosa il taxista. Il boom dell’opaco settore immobiliare è stato uno dei principali assi di sviluppo nell’era del Sultano – supportato soprattutto da capitali arabi – e l’ennesima speculazione nel cuore di Istanbul è stata la scintilla orginaria di Gezi Park. Il taxista non ci confida a chi sia andato il suo voto, è un musulmano alawita, minoranza malvista dal sunnita Erdogan, ma difesa dall’HDP, potrebbe anche avere votato per loro. E’ furioso con Erdogan, ma anche con Ocalan, dice che entrambi vogliono la guerra per mantenere la leadership dei loro gruppi e che Demirtas è rimasto schiacciato tra questi due autocrati, per questo HDP è calato, mentre il Sultano ha vinto di nuovo. Stella e Luna non sposano la sua tesi, sostengono sia stato il governo turco a rompere la tregua ed attaccare il PKK, ma concordano sul fatto che l’emergere dell’HDP nell’agone politico possa, in futuro, creare un problema tra i curdi, tra chi pensa sia possibile cambiare democraticamente lo stato turco e chi vede nella lotta armata l’unica soluzione. Tra i giovani turchi che ho conosciuto in questi giorni, Ocalan non è il mito vissuto dai guerriglier curdi, ma nemmeno il demone dei discorsi ufficiali turchi, che in qualche modo emerge anche nelle parole del taxista. Tra di noi si parla serenamente di lui, del Kurdistan e di amici che si sono arruolati e sono partiti per le montagne, discorsi assolutamente impensabili coi loro genitori, per cui Ocalan rimane un assassino e il PKK un movimento terrorista. Forse questa è una delle ragioni per cui un partito a maggioranza curda riesce ad avere successo tra i giovani, in alcuni strati della società, ma rimane un’accozzaglia di terroristi per molti altri.

Arriviamo in Università. Il campus è in cima a una delle colline di Ankara, in una zona molto verde. “Gli alberi furono piantati quando aprirono l’università e si dice che il primo rettore obbligasse personalmente gli studenti ad innaffiarli e averne cura, ma adesso edificheranno tutta la zona e il governo vorrebbe spostare e ridimensionare tutto l’istituto. Ci odia, come odia tutte le facoltà non allineate. Da quando l’AKP è al potere, sta cercando di di sistemare i suoi studiosi conservatori dappertutto, ma nelle facoltà di scienze sociali ed umanistiche sono ancora una minoranza, per ora”. In effetti, tra i corridoi e le bacheche, saltano subito agli occhi manifesti che chiedono giustizia per militanti arrestati o spariti. C’è un caso, recente, di una ragazza morta durante un arresto in casa, che ha scatenato una certa indignazione, anche se annacquato tra le centinaia di vittime di questa campagna elettorale. Ci sono, poi, esposte nel centro del campus, le foto ed i nomi delle vittime del 10 ottobre, fiori e varie scritte attorno ad un piccolo mausoleo all’aperto. Chiacchieriamo con un pò di amici, l’umore generale è sotto le scarpe. Rispetto all’incertezza del periodo pre-elettorale, è subentrata la rassegnazione: il Sultano era disposto a tutto per questa maggioranza ed era inevitabile la ottenesse, ora speriamo che le cose non vadano troppo male. Guardando le foto dei ragazzi del 10 ottobre e quelle dei vari militanti, arrestati o peggio, in tanti non riescono a nascondere la loro rabbia. “Sono morti per niente”, dice qualcuno, “tutto questo sangue, e tutto rimarrà uguale”. Difficile trovare una risposta, a quest’amara considerazione.

Giunge, infine, il momento di partire. Io e Stella stiamo studiando insieme in Inghilterra, lei è ben contenta di tornare. “Con il Sultano al potere le cose non potranno che peggiorare, finché c’è lui, io non ci voglio stare, in Turchia”. In Inghilterra sono in tanti, tra i suo amici, a pensarla cosi: famiglie curde i cui membri si dividono tra la guerriglia sulle montagne e una vita normale nelle città britanniche; ex rifugiati politici scappati dalla Turchia durante il regime militare degli anni ’80 e mai tornati; studenti o giovani ricercatori che sperano di trovare lavoro in Europa, perché consapevoli che non c’è spazio, per loro, nella Turchia del Sultano. E nonostante i media turchi, all’indomani del voto, parlino di “stabilita’ ritrovata”, di “capitali pronti a rientrare di fronte alla prospettiva di un governo forte”, di “turchi che rifiutano le ingerenze esterne e danno una lezione di democrazia al mondo”, il futuro è assolutamente incerto. Cosa farà, ora, il Sultano, per riformare la costituzione? Come reagiranno i guerriglieri curdi, dopo aver tollerato ogni genere di provocazioni per permettere lo svolgimento delle elezioni? C’è il rischio – e tanti lo temono – che il conflitto siriano contagi il paese, che le mosse da apprendista stregone di Erdogan con l’ISIS – ormai di casa in certe zone del paese – si ritorcano contro tutti. E c’è il rischio, anche questo concreto, che il fronte creato dall’HDP per costituire un’opposizione progressista e democratica al Sultano si sfasci e le differenti correnti riprendano ognuna la propria strada. Prima di partire, mi scambio rapidamente un messaggio con un’altra amica turca, una studentessa di dottorato conosciuta ad una conferenza, che non ha alcun legame con Stella, ma ha vissuto il suo stesso percorso, da Istanbul anziché da Ankara. “I tiranni non se ne vanno con le elezioni”, mi dice, “ci abbiamo provato, abbiamo anche pensato di potercela fare, ma è andata male. Comunque, troveremo un modo, questo è certo”. Lasciamo il paese con tanta amarezza e tante incertezze, ma anche con una piccola, incoraggiante sicurezza: tra tante difficoltà, divisioni e paure, la resistenza contro il Sultano continuerà.

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2 risposte a “Il mio racconto di queste elezioni turche – Seconda puntata”

  1. […] minoranza curda. Una repressione aumentata d’intensità dopo le elezioni di Novembre (1 / 2). Proprio così. La Turchia fa la guerra all’unica forza che, in questo anno e mezzo ha […]

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