La Corte Suprema israeliana ci riprova, Sheikh Jarrah dice no

«Quella che propongono i giudici israeliani è una soluzione che contiene molte insidie e ben poche possibilità per noi. Abbiamo tempo sino al 2 novembre per decidere ma il fatto che la proprietà dei terreni e quindi delle nostre case sarà comunque assegnata ai coloni israeliani non ci piace e ci spinge al rifiuto». Yacoub Abu Arafeh, rappresentante di una delle 28 famiglie palestinesi che lottano contro l’espulsione da Sheikh Jarrah, ci raccontava ieri l’incontro che ha avuto con gli avvocati sulla «proposta di compromesso» formulata due giorni fa dalla Corte Suprema israeliana.

Non sorprende la posizione ferma delle famiglie minacciate, in particolare di quattro a rischio immediato: Skafi, Al Kurd, Jaouni e Al Qassim. Presentata come «generosa» dai media israeliani e da alcuni giornali internazionali, interessanti a mostrare i palestinesi come la parte «intransigente», la proposta dei massimi giudici israeliani assegna alla società Nahalat Shimon dei coloni la proprietà dei terreni dove sono state costruite le case in cui vivono i palestinesi. Non fa riferimento al diritto internazionale – Sheikh Jarrah si trova Gerusalemme Est occupata da Israele nel 1967 – per sciogliere un nodo centrale di natura storica e politica: un israeliano può reclamare antiche proprietà ebraiche nella città santa precedenti anche di decenni alla nascita dello Stato di Israele mentre un palestinese non può fare altrettanto con le proprietà della sua famiglia confiscate dopo il 1948.

La proposta della Corte Suprema permette alle quattro famiglie, riconosciute come «affittuari protetti», di continuare a vivere nelle loro case per 15 anni versando un affitto annuale di 2400 shekel (circa 640 euro) alla Nahalat Shimon riconosciuta proprietaria delle case. Le famiglie palestinesi inoltre potranno riparare, rinnovare e modificare gli interni delle loro case in qualsiasi momento, senza bisogno dell’approvazione dei proprietari. La novità rispetto a soluzioni precedenti sta nella decisione dei giudici di garantire a palestinesi e israeliani la possibilità di portare la vicenda davanti alla corte tra 15 anni per definire la proprietà definitiva delle case. «Si tratta di una chance ma solo teorica di salvare le nostre case» spiega Abu Arafeh «già ora la Corte Suprema assegna la proprietà ai coloni ed è difficile credere che possa capovolgere a nostro favore il suo orientamento».

L’impressione è che i giudici si siano fatti interpreti dell’esigenza politica del governo israeliano di guadagnare tempo affermando allo stesso tempo la proprietà ebraica dei terreni a Sheikh Jarrah. Più parti internazionali spingono per evitare nuove escalation. Lo stesso segretario di Stato Usa Tony Blinken ha descritto la vicenda come altamente pericolosa e motivo potenziale di una guerra. Lo scorso maggio al culmine delle tensioni e scontri a Gerusalemme Est, da Sheikh Jarrah alla Porta di Damasco fino alla Spianata di Al Aqsa, il movimento islamico Hamas lanciò decine di razzi in direzione di Gerusalemme. Israele reagì dando il via a una campagna di bombardamenti aerei su Gaza che ha ucciso in 11 giorni 260 palestinesi.

di Michele Giorgio

da il Manifesto del 6 ottobre 2021

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