Corrispondenze dalla Palestina

Primo impatto: IL RIGIDO CONTROLLO ISRAELIANO.

AEROPORTO
Recarsi in Palestina, anche soltanto a scopo turistico, non è una cosa semplice, ed è un fatto che salta subito all’occhio non appena si atterra all’aeroporto internazionale Ben Gurion, a Tel Aviv. Qui ci si trova in Israele, nazione fondata dopo la dichiarazione Balfour, e lo spostamento in massa di persone dal mondo intero verso la Terra Promessa. Le code ai controlli passaporti sono sempre abbastanza lunghe e non solo per la quantità di turisti in transito. Sono tante le domande e le attenzioni che vengono rivolte a chi entra, e per questo i tempi si dilatano. A volte addirittura, se non si è abbastanza convincenti, si viene accompagnati in una stanzetta a latere della dogana, e in questi casi l’attesa sarà ancora più lunga e le domande ancora più specifiche e a volte personali, come ad esempio i nomi dei nonni e le cause di morte dei famigliari. Il motivo di tanta curiosità è dovuta al fatto che Israele non accetta di buon grado le persone simpatizzanti con la Palestina. Israele tiene molto a preservarsi e questo vuol dire cercare anche di tenere al di fuori chi rappresenta un pericolo o chiunque possa mettere in discussione la sua legittimità come stato e come popolo eletto.
Per questo la stretta per il controllo delle persone diventa anche e soprattutto psicologica: essere filo-palestinesi mette nella condizione, quando ci si trova ai controlli o davanti ai soldati ai check point, di sentirsi di aver fatto qualcosa di sbagliato; mettersi contro un israeliano può avere come conseguenza il sentirsi apostrofati come “nazisti” o “antisemiti”, perché si cerca di ostacolare il loro progetto di nazione voluta da Dio.

CAMPI PROFUGHI
Facendo però un passo indietro nella storia ci si rende conto di quanto invece sia stata la volontà umana a determinare una situazione così intricata e che si protrae da 70 anni: nell’anno della Nakba (in arabo “catastrofe”), il 1948, più di 700.000 palestinesi furono cacciati dalla loro case, dai loro villaggi, per essere trasferiti in campi profughi accanto ad altre città o in Libano e Giordania. Campi profughi che esistono ancora adesso, pur avendo cambiato radicalmente il proprio volto in tutti questi anni, diventando dei veri e propri quartieri, costruiti però senza un vero e proprio piano urbanistico (di conseguenza non esiste un’adeguata rete fognaria, l’acqua viene fornita da Israele o accumulata nelle taniche sui tetti per evitare di rimanere senza, e la rete elettrica costruita anch’essa al di fuori delle norme per la sicurezza). E la stretta del controllo non manca di farsi sentire anche e soprattutto in questi luoghi, considerati gli ultimi della terra (il gradino più alto della scala sociale è occupato dagli israeliani, a seguire gli arabi integrati, per finire palestinesi della West Bank e subito dopo i rifugiati).
Almeno due notti a settimana, quando sono fortunati solo una, l’esercito israeliano entra nei campi con lo scopo di arrestare i ragazzi: il fine ultimo è quello di bloccare più possibile il tentativo di resistenza, ovviamente più acceso e vivo nelle nuove generazioni. Arrestando, o anche ferendo gravemente i ragazzi in modo da paralizzarli, questo tentativo di ribellione viene piano piano spento. In altri casi, come lunedì 5 novembre, invece l’incursione nel campo avviene con il solo scopo di disturbo, praticato tramite le bombe acustiche, o anche per avvertire che qualcosa di più importante a breve avverrà.

GAZA
Sempre per rimanere in tema controllo israeliano sulla popolazione palestinese non si può non fare riferimento ai fatti accaduti negli ultimi giorni a Gaza. Gaza è una striscia di terra circondata dall’Egitto, dal mar Mediterraneo e nei restanti due lati da Israele. Viene definita una prigione a cielo aperto proprio perché i suoi abitanti sono stati separati dal resto della popolazione palestinese (che si trova West Bank anche detta Cisgiordania), ma anche perché è estremamente difficile entrare ed uscire da Gaza, anche per i beni di prima necessità, a causa dell’ embargo imposto su questa terra da Israele. Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’intensificarsi del conflitto fra Hamas (un tempo milizia, poi partito politico islamico eletto liberamente nel 2006 e ancora oggi al governo della Striscia) e Israele: con la ricorrenza della giornata della terra, 30 marzo, i gazawi hanno iniziato una periodica serie di marce pacifiche vicino al confine militarizzato, per reclamare la loro riunione con la patria e per la libertà. Settimana scorsa sembrava si fosse stabilita una tregua, che aveva permesso l’ingresso nella Striscia di soldi per i funzionari pubblici e di benzina, arrivati dal Qatar. Tutto questo domenica è precipitato a causa di un raid dell’esercito israeliano sotto copertura che, smascherato dai soldati di Hamas, ha dato inizio prima ad uno scontro a fuoco, in cui hanno perso la vita 6 palestinesi (tra cui anche un capo militare) e un israeliano, ma che poi nella notte è degenerato con un vero e proprio bombardamento dell’ intera striscia. Il conflitto si è protratto per due giorni, interrotto durante la giornata di lunedì 12 novembre ma ripreso nel tardo pomeriggio dello stesso giorno in seguito ad una risposta di Hamas per i suoi morti, tramite lancio di razzi verso località abitate di Israele, dove è stato ferito gravemente un civile. Martedì 13 novembre, con il calar del sole, è giunta la notizia di un “cessate il fuoco” e rimbalzata su tutti i social network, tramite anche messaggi nelle svariate chat di contatto tra Gaza e West Bank. L’ accordo fra Hamas e Israele sembra sia stato anche mediato dal governo egiziano. Ma per i gazawi si aggiungono altri 4 morti, tutti ragazzi di età compresa fra 20 e i 30 anni, e almeno 20 feriti.
Questo è ciò che accade in una settimana per chi vive in una terra come la Palestina.

G_M

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