Racconti dal fronte di Heval Tekoser

“Sono già partiti”.
“Che storia è questa!?”.
“Sì sì, circa un’ora fa”.
Una smorfia d’ansia si dipinge subito sui volti dei miei compagni.
“Siamo fregati”. “Ma nooo, vedrai che il modo si trova” rispondo.
Il battaglione di Heseke ha già lasciato la base, e nel piazzale sono rimasti in quattro gatti. Riconosco Marwuan “il pazzo” intento a passeggiare con il comandante. “la quadro walk” l’abbiamo rinominata: è la pratica molto comune di prendersi a braccetto, e, con la schiena leggermente ricurva, fare su e giù sempre per lo stesso percorso. È stata inventata molti anni addietro in prigione; ancora una volta è la mera necessità a forgiare la tradizione. Vedo che mi notano, così vado a salutarli.
“Non c’è problema! Abbiamo un Defender (camion blindato) che è a riparare e domani dovrebbe raggiungere il resto del gruppo. Fino ad allora siete miei ospiti”.
Ecco, di solito “domani” non è mai domani in Rojava, ma mi sta bene comunque; ho avuto qualche problema di salute ultimamente, ed un paio di giorni di riposo, caldo, e cibo buono (nella base di Heseke si mangia veramente bene perchè essendo in tanti hanno bisogno di far venire cuochi civili dalla città per cucinare), non possono farmi certamente male. Dopo quasi tre giorni finalmente partiamo, ed una volta raggiunto il solito oleodotto cambiamo macchina. Il furgoncino sgangherato della logistica prosegue per la strada impervia, sbalzandoci ad ogni buca. Lo stereo pompa i suoni acuti ed incredibilmente ripetitivi tipici della musica araba. Procediamo in linea retta, senza il minimo accenno di curva, fino a quando anche la strada scompare, e non resta niente; solo il giallo tenue della sabbia del deserto, che si scontra con il cielo cristallino. Riconosco alcune basi dalle quali sono già passato, e poi, infine, la sagoma all’orizzonte della città di Hajin. Fa un po’ strano attraversarla così, senza alcun problema. Si è combattuto molto per averla, e molti compagni hanno perso la vita in questo sforzo. La città è ridotta ad un cumulo di macerie; le buche della strada fatta in precedenza sembrano nulla al confronto dei crateri di una quindicina di metri lasciati dagli airstrike. Ero già stato a Raqqa subito dopo la liberazione, sono abituato a vedere un certo tipo di distruzione, ma qui siamo proprio ad un altro livello. Sembra di stare dentro “Guernica”, il quadro di Picasso, o in una partita di “Tetris” finita male. Alcuni civili in periferia, incuranti delle mine inesplose, stanno già cominciando a tornare in quello che resta delle loro case, ma il grosso della città è chiuso dai check point degli Asaysh. Arriviamo in un hotel dismesso, dove si trova una sorta di comando generale. La battaglia per il controllo di Al Susah è già cominciata. Ci dicono che aspetteranno la notte prima d’inviare un’altra ondata. Alcuni compagni dell’Heavy Weapons insistono perché restiamo con loro, ma le armi pesanti richiedono una certa distanza per funzionare, e preferendo la prima linea ci troviamo costretti a rifiutare.
Giunta la notte si parte. Ci stipano in dodici in un Humvee, e dopo svariate ore di attesa (una grossa ruspa blindata sta ripulendo la strada principale dagli ordigni) ci lanciano in battaglia. Non c’è un tempo di preparazione, si scende e si combatte subito. Con la dovuta cautela prendiamo il controllo del tetto di uno stabile. Siamo circa nel centro della città. Tra una cosa e l’altra sta già albeggiando. I suoni inconfondibili della guerra si sollevano tutto intorno a noi; sparsi come macchie di leopardo in svariati quartieri di Al Susah. Ad un centinaio di metri da noi noto due sagome. Quello più alto indossa un lungo impermeabile, ma sono rivolti nella nostra medesima direzione. È un tiro facile, ma non vorrei colpire qualcuno dei nostri che magari per via del freddo si è messo la prima giacca che ha trovato. Chiedo al caposquadra che contatta alcuni compagni via radio, ma quando ci viene dato il via libera sono ormai molto lontani. Li manchiamo di poco, vedo i proiettili infrangersi nel muro dietro loro, prima che entrambi si dissolvano dietro un angolo. Daesh non combatte più in uniforme da diverso tempo, per provare, quando è possibile, a confondersi tra i civili. Intanto è già mattina, ed avanziamo di un paio di case. Siamo accovacciati dietro un blindato, diretti ad una nocta poco più avanti occupata da compagni. Sembra un momento abbastanza tranquillo, e decido di scattare una foto con il cellulare. Uno degli occupanti della nocta è in piedi vicino all’ingresso. Sarà la sua ultima foto da vivo: come premo il pulsante per lo scatto il colpo di un cecchino viene esploso, quasi in simultanea, come se a sparare fosse stato il mio telefono. “Uoooo!”, un’esclamazione mi sfugge dalle labbra, mentre il suo corpo si affloscia a terra senza vita. Un compagno si sdraia nel bagagliaio dell’Humvee, mentre noi procediamo a piedi al riparo dietro ad esso. Questa volta non sono io a raccogliere il cadavere del malcapitato, poiché sono intento a fare fuoco di copertura verso le finestre che reputo nascondigli ideali. Daesh ha cecchini formidabili, e molto difficili da individuare. Raccolto il corpo e tornati un paio di case indietro saliamo su un piano sopraelevato, nel tentativo di capire da dove spara. C’è da stare ben attenti anche ai lati, per evitare eventuali manovre d’accerchiamento, altra specialità di Daesh. D’improvviso il suono di un missile sganciato da un aereo taglia l’aria proprio vicino alla nostra posizione. Il palazzo vicino al nostro va letteralmente in frantumi. Enormi blocchi di cemento armato volteggiano leggiadri nel cielo, facendosi evidenti beffe di ogni nozione di forza di gravità. Faccio appena in tempo a coprirmi con le braccia la testa, prima che i detriti c’investano. Una grossa pietra mi centra in pieno petto, facendo saltare la molla di uno dei caricatori, che a momenti quasi mi prende in faccia. Il caricatore se non altro attutisce l’impatto, assieme alla piastra antiproiettile che mi ha lasciato Kawa; non sarei morto, ma magari senza qualche costola me la incrinavo. Non si vede più niente; le polveri dell’esplosione ricordano le tempeste di sabbia. Riesco a distinguere solo le sagome dei compagni assieme a me.
“State bene?” gli chiedo.
“Tutto a posto!” rispondono.
Gli scontri vanno avanti per un paio di giorni. Ci siamo situati su un edificio dal quale si ha una buona visuale. Facciamo turni di guardia interminabili, almeno sei ore al giorno, a volte nove. La maggior parte dei nemici sono sepolti sotto qualche palazzo, falciati dagli airstrike, ma sono in diversi ad essersi arresi. I pochi sopravvissuti stanno ritirandosi nell’ultimo villaggio rimasto. Bruciano le munizioni che non possono portarsi appresso; le sentiamo scoppiettare nella notte, come pop corn, all’interno di grossi falò accesi dentro a buche profonde. Non passa giorno senza che qualcuno zompi su qualche mina. Per ogni casa che ripuliamo usiamo grosse bombe artigianali, dette “fitil”, simili a “palloni di Maradona” o ad altri botti napoletani, in grado di ripulire le stanze da eventuali ordigni. Ma a volte non bastano, o sono finite, e restano comunque inefficaci in ambienti esterni. Insomma, non è proprio una passeggiata salutare. Un pomeriggio avvertiamo il suono di un piccolo motore. I compagni dal tetto affianco urlano e si sbracciano indicando un punto nel cielo. È un drone di Daesh. Certo, non sarà all’altezza dei droni turchi, o della coalizione, ma è pur sempre utile a rivelare molto delle nostre posizioni. Iniziamo a sparare in aria come ossessi.
“Non lo prenderemo mai” penso dentro di me. Ma invece, quando passa una seconda volta sopra le nostre teste, un proiettile fortunato riesce a colpirlo. Iniziamo a ridere, saltare, e sparare per festeggiare. No, non saremo un’armata di professionisti, ma sapete cosa? È proprio questo il suo bello: tanta euforia, tanto cuore, e tanto coraggio, non sono sicuro si possano trovare tra le file degli eserciti regolari. Gli ultimi due giorni li passiamo a scalpitare lungo i bordi di Al Marashidah, ultimo paese ufficialmente controllato da Daesh, ma ogni volta che sembra partire l’attacco arriva un contrordine subito dopo. Intanto un nuovo battaglione è arrivato a darci il cambio. Non mi dispiace: fa freddo, sono stanco, e non mi lavo da una ventina di giorni; per quanto riguarda Deir ez Zor il mio contributo mi sembra di averlo dato. Sono pochi i nemici rimasti in quella zona, i più sono già scappati molto tempo addietro ad Idlib, o ad Afrin, o in Turchia. Alcuni sono riusciti a mimetizzarsi tra i civili.
Ripenso ai limiti che avevo, e a come questa lunga strada intrapresa in Rojava mi abbia aiutato a superarli; ma non come avrei fatto a casa, alzando l’asticella di volta in volta, ma prendendo la rincorsa e sfondando tutto quello che c’era. Sono sereno mentre torniamo verso la base. Dal finestrino dell’auto i bagliori del tramonto incendiano le cime delle palme, e il sole lentamente si spegne nelle fredde acque del fiume Eufrate.

2 febbraio 2019

Lorenzo Tekoser, combattente YPG

 

 

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