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Youssef Siher non è la mente del movimento 17 ottobre (e il giornalismo italiano ha un enorme problema)

Redazione_Mim

Italia

Nel weekend del 17 e 18 ottobre a Milano è nato un movimento e, come tutti i movimenti, la sua genesi è rintracciabile prima di tutto nelle rivendicazioni di chi quel movimento lo sta attraversando: carovita, precarietà lavorativa, futuro incerto, specie per i più giovani, ma non solo. In seguito al successo delle mobilitazioni di venerdì 16, sabato 17 e infine domenica 18 ottobre, sono proliferati una miriade di profili social che, a diverso titolo, rivendicavano le piazze.

Nella nostra redazione, già prima dello scorso weekend, abbiamo discusso a lungo su da dove provenisse questa chiamata, che aveva la particolarità di uscire dagli steccati sia della politica tradizionale sia delle strutture di movimento riconducibili, nelle loro diverse sfumature, alla cosiddetta sinistra extraparlamentare. Già prima del 17 ottobre erano diversi i profili social e i gruppi Telegram che chiamavano a raccolta per scendere in piazza, ma nessuno, preso singolarmente, aveva un seguito particolarmente rilevante.

La verità molto più semplice di qualsiasi geografia dei gruppi sociale è che in Europa da settembre le piazze calde sono moltissime. Dall’Albania alle tendi in piazza in Spagna e infine la rivolta generazionale francese hanno dato il via anche nelle nuove generazioni italiane allo scendere per le strade e alzare la propria voce. Il 17 ottobre infatti più che da singoli soggetti social italiani è stata una grande chiamata alla mobilitazione del movimento francese, a cui le piazze italiane hanno dato continuità.

Dopo gli scontri del weekend milanese, politica e stampa cercavano un mandante. Che una generazione senza futuro avesse deciso di prendersi i riflettori barricando le strade dello shipping meneghino non sembrava sufficiente: servivano dei cattivi maestri a cui attribuire la regia delle violenze che avevano scandalizzato i salotti televisivi italiani. La caccia, partita dalle accuse rivolte tra gli altri al Manifesto, è diventata così parte della psicosi collettiva che ha attraversato il Paese nell’ultima settimana.

Sono stati giorni in cui qualsiasi mitomane pubblicasse un post rivendicativo delle violenze trovava ampio spazio nei talk show italiani. Infine gran parte dei mass media ha forzatamente voluto ricondurre alla pagina Movimento 17 ottobre la regia occulta del movimento. Pagina che è nata dopo il 17 ottobre e che, pompata da tutta la stampa, contava un seguito assai misero. Se il profilo gestito da Yussef Siher è diventato così popolare è stato solo grazie ai media che gli hanno attribuito un ruolo che altrimenti non avrebbe mai avuto.

E’ in questo clima che arriva l’ennesimo decreto sicurezza, che colpisce, tra le varie cose, anche chi è accusato di sobillare sui social le violenze di piazza. Intanto, il dibattito televisivo compie un ulteriore salto: il 24 ottobre, a poche ore dalle manifestazioni, l’attenzione si concentra sul fermo di quello che viene definito “la mente del movimento”. Il profilo perfetto da consegnare alla politica e alla stampa: razzializzato, istruito, né troppo giovane né troppo vecchio. Un volto perfetto da accostare all’architettura delle piazze.

In questo disegno facilone preso acriticamente dalla maggior parte della stampa italiana Youssef diventa quindi una sorta di ingegnere del caos che avrebbe guastato una altrimenti tranquilla giornata di shopping. Le ragioni manifestate esplicitamente dalle piazze vengono completamente ignorate e chi ha deciso di riempire le strade del centro diventa automaticamente un burattino passivo manipolato dal nostro villain. Un disegno che denota la superficialità analitica e l’idiozia delle grandi (?) penne del nostro giornalismo.

La stampa è riuscita nell’impresa di gonfiare un profilo fino a quel momento sconosciuto, trasformandolo prima nella voce di una protesta senza rappresentanti e poi nel mandante non solo delle violenze, ma persino della frattura sociale emersa con forza lo scorso fine settimana a Milano.

Youssef Siher è responsabile di aver pubblicato dei post sui social e di aver provato a “intestarsi” un movimento. Le accuse di istigazione a delinquere con l’aggravante del terrorismo che gli vengono rivolte sono ridicole; la macchina mediatica costruita intorno alla sua figura, inquietante.

In tutta questa storia, il grande assente è la lucidità.

Già nel lontanissimo 1979 il giornale satirico “Il Male” ironizzava sulla costante necessità da parte di stampa e politica di trovare la figura del “grande vecchio” per spiegare i fenomeni sociali dell’epoca come la lotta armata. Oggi tutto è cambiato. In peggio.

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