Le lezioni delle Cinque giornate

174 anni fa, in questi stessi giorni, i milanesi insorsero contro gli occupanti dell’Impero austroungarico. Le famose 5 giornate di Milano.
La storia è ben nota e in caso contrario è caldamente consigliato un ripasso di una delle pagine più significative del Risorgimento italiano, da cui fuoriuscirono personaggi che ancora riecheggiano nei navigatori quando giriamo per le vie di Milano. Cattaneo, Correnti, Anfossi, Sottocorno, Morosini, Manara, Dandolo…
Simbolo delle 5 giornate di Milano furono le barricate, quasi 2.000 erette dai milanesi che all’epoca erano soltanto 200.000: una buona media.

Per una redazione che si definisce dalla parte giusta della barricata è giusto ricordare quelle giornate, perché da quelle giornate tuttora si possono trarre insegnamenti, come del resto spesso dalla storia.

Partiamo quindi dalle barricate, perché tutti – aristocratici, borghesi e proletari – contribuirono a crearle. Dalle finestre e dalle botteghe vennero gettati mobili lussuosi ed umili, divani damascati e sedie spagliate, attrezzature da laboratorio e qualsiasi oggetto voluminoso presente nelle case dei milanesi.
Addirittura le carrozze del ‘600 della Chiesa di San Giovanni in Conca dipinte da Rubens. Tutti si privarono di ciò che avevano per uno scopo comune, tutti rinunciarono alla proprietà privata per uno scopo pubblico. Furono le barricate a contribuire alla resistenza degli insorti e senza uno sforzo di tutti, senza una loro privazione, la cavalleria di Radetzky avrebbe spazzato via i male armati cittadini milanesi.
Tutti furono pronti a privarsi di ciò che era soltanto loro, per realizzare gli ideali e gli scopi preposti.

Torniamo poi a quei nomi che vediamo sulle targhe delle nostre vie, partendo da Cattaneo, un intellettuale che fu grande guida politica, Manara, un latin lover, figura simbolo di quelle giornate di eroismo, don Fava, un prete che incoraggiò i giovani a combattere, Sottocorno, un
calzolaio, protagonista di un atto simbolico delle Cinque giornate quale l’assalto incendiario del Palazzo del Genio.
E ancora Luigi Torelli, un contadino della Val Seriana che fece quello che meglio gli riusciva, scalare il Duomo per cacciare gli Alpenjäger che si erano appostati sul tetto, tra le guglie, e che cecchinavano chiunque violasse il coprifuoco. Augusto Anfossi poi, un veterano di guerra e uno dei pochi assieme a qualche vecchio ad avere esperienze militari, fu uno dei tattici delle barricate e con l’aiuto di uno scenografo del Teatro alla Scala, Gaetano Borgo Carati, realizzò delle barricate mobili che permisero la conquista di Porta Tosa. Memorabili furono i Martinitt, gli orfanelli, che contribuirono come staffette, e poi i seminaristi che innalzarono una delle barricate più efficienti a Porta Orientale: la meticolosità teologica non scherza nemmeno in ambito bellico.
Senza dimenticarci delle donne che combatterono sulle barricate talvolta vestite da uomini; più di cento donne diedero la vita durante le 5 giornate. Tutti parteciparono, tutti. La rivoluzione, il cambiamento, si ottenne tutti insieme.

Veniamo poi ad un avvenimento. Il 20 marzo, bloccati in uno stallo militare tra le forze in campo, gli Asburgo proposero una exit strategy agli insorti, certi che con poche concessioni i milanesi avrebbero accettato.
Cattaneo rifiutò categoricamente e alle minacce dei cannoni, che avrebbero raso al suolo la città, il conte Vitaliano Borromeo disse che i milanesi sarebbero stati in grado di seppellirsi nei loro palazzi.
Nessun compromesso, di fronte ad una lotta non si scende a patti.

Arriviamo quindi all’ultimo insegnamento: una volta cacciati con le proprie forze gli oppressori, i milanesi decisero di affidarsi al potere, che a quei tempi era rappresentato dai Savoia. Un potere che nella loro idea avrebbe potuto garantire la continuità della lotta.
“Continueranno loro la guerra contro gli Asburgo” – pensarono – “Ci difenderanno loro!”.
Dopo qualche scaramuccia Carlo Alberto rientrò a Milano, strinse un accordo con Radetzky per permettergli di rientrare in città, rischiò il linciaggio e fuggì nella notte, come un ladro (Carlo Alberto, del resto, non sarà l’ultimo Savoia a scappare nella notte come un ladro…). Come un ladro, sì, perché aveva rubato la speranza a migliaia di milanesi che avevano dato tutto per la libertà.

Ultimo insegnamento: mai fidarsi del potere.

Fonca

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