Non li avete visti arrivare e adesso togliete loro la parola
Esiste un prima e un dopo le rivolte sociali del 17 e 18 ottobre a Milano. È una consapevolezza diffusa: a scuola, sul luogo di lavoro, per strada non si parla di altro. Una generazione intera, che il 16 aveva anche scioperato, ha scaricato una rabbia accumulata per anni. La rabbia, senza inutili giri di parole, è la rabbia per un furto subito: del futuro; per il tradimento quotidiano delle possibilità di buona vita che questa società aveva promesso.
Dunque è una frattura, cioè una crisi difficilmente riparabile. Dalla percezione affettiva di questa crisi viene anche il panico morale, intergenerazionale, che si sta diffondendo: cosa succederà dopo?
Non è certo la prima crisi di questo genere. Franco Berardi Bifo in Disertate ha parlato in termini simili della pandemia di Covid19: il lockdown, la paura del contatto e della malattia, una nuova e stranita conoscenza della morte, la socialità frammentata e legittimata solo se economicamente utile. Sarebbe tornato tutto come prima? No, eppure è tornato tutto come prima, in una contraddizione che ha le caratteristiche del trauma.
E che dire del genocidio del popolo palestinese? L’orrore di qualcosa che non sarebbe mai più dovuta accadere ha invece esposto la complicità ideologica di un intero sistema, ha rotto il patto sociale. Da un genocidio non si può tornare indietro.
Cosa si può pensare dopo Gaza, per parafrasare ancora Bifo? Finalmente, forse, non si è pensato: le proteste dell’autunno scorso e la missione della Global Sumud Flotilla sono state possibili anche perché è finalmente diventato chiaro che non c’è nulla di riparabile. Che bisognasse agire.
La cura collettiva al trauma, al panico, è stata la rivolta, che non è ancora finita. Che dopo il 17 e 18 ottobre ha definitivamente superato una soglia: si è generalizzata e ha pervaso, ben oltre le istanze specifiche, una generazione.
Le immagini e le performance delle proteste dell’anno passato, rievocate dalle rivolte francesi, spagnole, belghe eccetera, hanno intercettato un sentimento trasversale a una generazione. Hanno suggerito alla rabbia una via per la sua espressione.

Alla violenza quotidiana di uno stato oppressivo, in nome di una libertà economica che raggiunge una parte minuscola della società, contro le persone, viene risposto con una violenza nel senso della libertà, contro le cose: simboli del potere, merce. E voi, sì voi, non l’avete visto arrivare? Parliamo di rappresentanti politici, istituzioni, università, scuole, partiti, sindacati, organizzazioni. Davvero non avete visto tutto questo all’orizzonte?
Certo che lo avete visto, e continuate a vederlo, ma preferite divertirvi, in senso etimologico: volgere la testa altrove. Arroccarvi sui binomi moraleggianti: violenza-nonviolenza, buoni-cattivi e via discorrendo. Non fate altro che condannare la “violenza inaccettabile”. Ma cosa, di grazia, ci sarebbe da “condannare” nelle azioni delle più giovani di una generazione che pretendono un cambiamento radicale? Quale dissenso immaginate? Solo il vostro?
Non ci servono piazze per la pacificazione sociale, né articoli che cercano di spiegare, di ricondurre al noto, di restaurare un realismo ormai compromesso.
Non riconoscete le rivolte perché avete preferito non vedere. Adesso contribuite con la vostra ignavia, con i vostri buoni sentimenti democratici, alla rimozione coatta di chi potrebbe darvi delle risposte: dove sono le persone scese in piazza? Sono nelle riprese cristallizzate, negli stereotipi razziali, nelle parole irresponsabili di una classe politica? No: quelle persone sono state rese invisibili. In due giorni, più di trecento fermi e circa cinquanta arresti. Da lunedì, presidi di polizia in ogni hotspot della città identificano, schedano, raccolgono informazioni spannometrice, notificano misure di allontanamento dalle zone rosse (che a Milano coincidono, praticamente, con l’intero centro).
Senza dimenticare il clima di odio razziale, alimentato da una stampa irresponsabile.
Questa città, questa società non potrà mai essere coesa, inclusiva e senza violenza, perché la sua divisione, la sua esclusività e la sua violenza oppressiva e repressiva sono normalizzate, cioè appartengono alla sua economia. Se chiedete un ritorno a questa idea di benessere, a tutti e tutte noi non interessa affatto.
Se è vero che si appartiene a una città soprattutto nel tempo della rivolta, è il momento di fare una scelta: appartenete a questa città o no? Appartenete alla città-vetrina, per questo quando se ne rompe una vi sentite feriti?
Con chi condividete lo spazio politico? Con chi vuole ribaltare l’ordine sociale o con chi, pur di preservarlo, è pronto a chiudere ancora di più lo spazio democratico, a militarizzarlo?
di Demetrio Marra
* foto di Bianca Albertini
