Riflessioni su via Neera

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Mattina da delirio quella di oggi in via Neera, quartiere Stadera.
Le forze dell’ordine si sono presentate per rendere esecutivo lo sfratto nelle case popolari della via, case di fatto abitate da anni da famiglie sudamericane che le hanno occupate illegalmente per evitare la vita di strada e mettere un tetto sulla testa dei propri figli.
La palazzina occupata era inserita all’interno del piano di riqualificazione urbana e ormai anni fa è stata svuotata per essere ristrutturata.
Per anni i lavori non sono partiti e nel corso del tempo le famiglie, in particolar modo sudamericane, hanno iniziato a entrare e aprire le case.
Tutte case per altro abbandonate al totale degrado, senza acqua calda, riscaldamento e una serie di servizi igenici necessari.
Aler e Comune erano entrambi a conoscenza delle occupazioni e per anni non hanno agito.
Ieri, dichiarata la palazzina non agibile e avvisate dell’imminente sfratto, alcune famiglie hanno lasciato spontaneamente le loro case.
Alcune no.
Le famiglie che non se ne sono andate hanno deciso di resistere e questa mattina hanno cercato di opporsi allo sgombero difendendo di fatto quelle che erano le loro case.
E tutti insieme: donne, uomini e bambini.
Insieme a loro alcuni giovani dei centri sociali sensibili al tema della casa, esponenti dei diversi comitati per il diritto alla casa, alcuni sindacalisti del Sicet.
Il punto è che da qualche tempo assistiamo a una serie di sgomberi costanti nel tempo e che stanno coinvolgendo le situazioni e i gruppi più disparati.
Ieri le case occupate di via Gola, poi i campi Rom di mezza città, oggi i sudamericani nelle case di via Neera.
Unica nota di discontinuità, ma tutta spiegabile, è che quello di stamattina non è stato uno sgombero gentile, come da qualche tempo siamo abituati a sentirci dire.
Tutt’altro.
Data la resistenza delle persone nel difendere un diritto, quello della casa, la polizia non ha esitato a usare la mano a cui ci ha abituato per anni di governo di centro-destra della città e ha più volte caricato le persone che a questo sgombero si stavano opponendo con violente cariche e chiamate ai rinforzi, che puntualissimi sono arrivati.
Una volta rotto il cordone a protezione delle case, le forze dell’ordine sono entrate nella palazzina e da sotto le abitazioni le persone presenti hanno raccontato di donne che urlavano e  di bambini che piangevano.
La palazzina è stata subito blindata  e a parte i servizi sociali coinvolti, nè giornalisti nè sindacalisti sono potuti entrare e sincerarsi delle condizioni delle persone coinvolte o di assisterli in ciò che gli veniva proposto.
Ora mi domando con tutta la serietà del caso se il vento che doveva cambiare in questa città non sia stato tutto un fraintendimento.
Forse  qualcuno ha pensato che facendolo calare un po’, il vento, le navi avrebbero abbassato le vele e buttato le ancore magari perdendo il senso dell’orientamento.
Forse qualcuno ha pensato di parlare di forza gentile pensando di confonderci e di far sì che ci dimenticassimo qual era la forza a cui eravamo stati abituati e che forse, addirittura, ne avremmo dimenticato le sembianze e la durezza.
Oggi ci siamo sentiti dire che noi che facciamo, proviamo a fare, informazione, saremmo potuti entrare quando tutto era finito.
Parole che mi richiamano alla mente scuole che sono state blindate e dove una notte qualcuno è stato legittimato a compiere il peggior scempio degli ultimi anni di storia italiana perchè tanto erano gli unici dentro.
Altri anni, altre storie, ma stesso pensiero dietro.
Intere famiglie sgomberate e, quelle che accettano, di fatto lasciate come ormai la prassi ha dimostrato per qualche tempo presso la protezione civile e poi alla mercè degli eventi.
La casa è un diritto.
Le soluzioni si devono e si possono trovare senza passare per inutili quanto dannosi sgomberi.
Le alternative all’ illegalità devono essere un diritto.

Il vento deve iniziare a cambiare sul serio.

 

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