Piacenza, indagini sull’Arma. Il ruolo della catena di comando

Il giorno dopo aver posto i sigilli ad un’intera caserma dei Carabinieri nel centro di Piacenza per mancanza di personale in servizio (tutti i militari tranne uno, infatti, sono stati denunciati e sospesi per reati ipotizzati che vanno dallo spaccio di stupefacenti alla tortura, nei casi più gravi, e dalla truffa al peculato per i soggetti più marginali dell’«associazione a delinquere», come è stata definita dagli stessi intercettati), i pm piacentini concentrano ora le indagini sulla catena di comando e controllo dell’Arma. Per capire come sia stato possibile che una tale mole di supposti reati e abusi commessi dal 2017 ad oggi, con un particolare picco tra gennaio e giugno 2020 – stando a quanto sostenuto dalla procuratrice capo di Piacenza Grazia Pradella e confermato dal Gip Luca Milani – non abbia mai suscitato l’intervento delle gerarchie dell’Arma. Neppure il minimo sospetto, si sarebbe sollevato riguardo all’alto tenore di vita di alcuni carabinieri della stazione Levante che, sembra, fosse assolutamente esibito (auto di lusso, fese e quant’altro) e non certo in linea con il modesto stipendio percepito.

«E’ la stessa domanda che ci poniamo anche noi», fa notare al manifesto l’avvocata Romina Cattivelli del foro di Piacenza che difende uno dei carabinieri denunciati per peculato d’uso e truffa aggravata ai danni dello Stato e sottoposto all’obbligo di dimora. Lei è stata una dei primi legali di fiducia ad essere nominata al posto di quelli d’ufficio con i quali si è dato seguito all’ordinanza del Gip che dispone misure cautelari varie per sei carabinieri della caserma sequestrata. L’avvocata pone l’accento per esempio sul fatto che, secondo quanto riportato in conferenza stampa, l’indagine denominata «Odysséus» sarebbe stata avviata in seguito al racconto riportato alla Polizia Municipale da un ufficiale dei Carabinieri di un’altra caserma, non coinvolto nelle indagini ma evidentemente ben informato di quanto accadeva all’interno della stazione di Via Caccialupo. «Come mai questo ufficiale non ha informato i superiori dell’Arma?», si chiede l’avvocata Cattivelli.

Ha invece incontrato il suo assistito nel carcere di Piacenza, l’avvocata Mariapaola Marro del foro di Milano. Il carabiniere, riferisce la legale, «è molto preoccupato, si professa totalmente estraneo ai fatti contestati: si è trovato improvvisamente dall’altra parte della sbarra senza aver fatto nulla e teme per le ripercussioni sul lavoro che svolge da anni». A partire da oggi, comunque, si terranno gli interrogatori di garanzia dei sei carabinieri arrestati, alcuni dei quali in carcere a Piacenza. Secondo fonti locali, non si esclude che nei prossimi giorni i militari reclusi possano essere trasferiti in altri istituti penitenziari. Ieri, intanto, al posto del comandante della stazione Levante, che è attualmente ai domiciliari, è stato nominato un sostituto, proveniente dalla provincia di Messina. Mentre la Procura militare di Verona, che ha competenza sui reati militari commessi tra le varie regioni anche in Emilia Romagna, ha aperto un fascicolo d’inchiesta sulla decina di carabinieri a vario titolo coinvolti, «in perfetta sintonia con i colleghi della magistratura ordinaria per ottimizzare le attività di indagine».

Oltre agli esponenti dell’Arma, tra le 22 persone arrestate o denunciate c’è anche il portavoce dei «Forconi» locali (movimento nato nel 2013 e oggi, a livello nazionale, confluito perlopiù nei gilet arancioni del generale Pappalardo) e del «Comitato 9 dicembre». L’uomo è ai domiciliari perché accusato, insieme a tre figli maschi, di spaccio di stupefacenti.

Ciò che appare comunque chiaro fin da subito agli inquirenti è che all’interno della caserma Levante si era instaurato uno “spirito di corpo” malato, un assoggettamento supino e criminale alla personalità di un appuntato che svolgeva, secondo l’accusa, il ruolo del boss: «La personalità dell’indagato – scrive il Gip di Piacenza Luca Milani – rivela come egli abbia la profonda convinzione di poter tenere qualunque tipo di comportamento, vivendo al di sopra della legge e di ogni regola di convivenza civile».

Il suo scopo era eseguire più arresti possibile; e per questo, sempre secondo i pm, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle violenze e sulle irregolarità che commetteva. Nulla di nuovo, è già accaduto, lo abbiamo visto anche nel caso Cucchi, per esempio. Che sia arrivato il momento di rimettere in discussione il modo in cui si fa carriera all’interno delle Forze dell’Ordine?

di Eleonora Martini

da il Manifesto del 24 luglio 2020

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