La Val di Susa stretta tra militarizzazione, passerelle elettorali e accuse di terrorismo (che non c’è)

La Val di Susa è stata nuovamente militarizzata, forse come non mai. E mentre il dibattito politico e mediatico è pressoché unanime nell’attaccare chi sabato ha invaso i cantieri e sabotato i lavori del TAV, rischia di passare in secondo piano una gigantesca operazione di controllo e repressione che riassume la vita in questo territorio da tanti, troppi anni.

La Questura di Torino ha parlato di circa 1.800 persone identificate preventivamente nei giorni del Festival Alta Felicità. A queste si aggiungono le 436 identificate dopo la manifestazione di sabato 25 luglio e le oltre 800 fermate e identificate dalla Polizia nella sola mattinata di lunedì 27, mentre lasciavano Venaus. Oltre tremila identificazioni in pochi giorni. Lunedì mattina due posti di blocco sono stati istituiti sulle strade di accesso al paese: per alcune ore è stato sospeso anche il servizio di navette utilizzato da chi stava lasciando il Festival.

«Quest’anno il governo ha deciso di regalarci delle primizie», ironizzano all’inizio della conferenza stampa indetta dal movimento al presidio di Venaus. L’ultima è arrivata lunedì mattina, quando «è stato deciso di bloccare praticamente tutta la valle, tutte le vie di accesso e di uscita da e per Venaus, con un ingente dispiegamento di Forze dell’Ordine».

Nicoletta Dosio apre la conferenza dicendo «Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte e io vi dico che la devastazione noi l’abbiamo trovata».

In conferenza stampa il movimento respinge la narrazione che accompagna il movimento da anni: quella che separa locali e manifestanti “pacifici” dai cosiddetti professionisti della violenza arrivati da fuori.

«Questa divisione è assolutamente falsa», dice Guido Fissore. «Se avete visto il corteo che partiva da qua, siamo andati su in migliaia e migliaia verso Chiomonte. Quello che è successo là l’abbiamo fatto tutti, siamo tutti responsabili».

Il riferimento torna al 2011, quando dopo gli scontri attorno al cantiere il movimento scese in piazza a Torino dietro lo striscione “Siamo tutti Black Bloc”. «Non vuol dire che tutti andiamo a tirare pietre ai poliziotti», precisa Fissore, ma «entrare nel cantiere è stata una cosa condivisa da tutti».

Per il movimento il punto rimane quello di sempre: mentre cambiano le ragioni utilizzate per sostenere il TAV, il cantiere continua ad assorbire risorse che potrebbero essere destinate alla sanità e al trasporto pubblico locale.

«Sabato eravamo tutti in corteo a Chiomonte. È stata una manifestazione molto partecipata e una grande parte delle persone erano giovani e giovanissime, studenti e studentesse», racconta Matilde, dei Giovani NoTav. «Vogliamo dimostrare che questa lotta è una lotta ancora giovane» che poi aggiunge «Siamo nati in questa valle, sappiamo cosa vuol dire vivere in una valle militarizzata, in cui ogni tot chilometri esiste un cantiere nuovo. Vediamo strapparci il futuro giorno dopo giorno e noi non lo accettiamo».

È anche per questo che ridurre ancora una volta la Val di Susa alle immagini degli scontri racconta soltanto una parte di ciò che è accaduto sabato 25 luglio.

Come sempre, il Movimento No Tav rifiuta la divisione tra buoni e cattivi. E anche questa volta la rivendicazione è collettiva. Alla domanda se il movimento intendesse prendere le distanze da quanto accaduto sabato, Nicoletta Dosio ha risposto:

«Non c’è da prendere nessuna distanza. Noi, sia in presenza, sia comunque col cuore e con la partecipazione, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è capitato».

L’opera che ancora una volta viene raccontata come fondamentale è stata progettata più di trent’anni fa. Nel frattempo sono cambiati i traffici, le necessità e le tecnologie. Per il Movimento NoTav, oltre a essere inutile e nociva, è ormai figlia di un’idea tecnologica e infrastrutturale vecchia. A tenerla in vita sono l’ossessione per le grandi opere e gli interessi economici che vi ruotano attorno.

Le migliaia di persone che sabato hanno marciato da Venaus verso i cantieri hanno sostenuto, applaudito e accompagnato chi è riuscito a entrarvi. È questo il dato politico che le immagini degli scontri rischiano di nascondere: non un corpo estraneo arrivato da fuori a interrompere una manifestazione pacifica, ma una pratica che il corteo ha riconosciuto come propria.

Trent’anni dopo, il treno e la nuova ferrovia sono ancora lontani dall’essere realizzati. Anche sul versante francese il progetto accumula ritardi e difficoltà tecniche, mentre aumentano gli interrogativi sui tempi, sui costi e sull’impatto dell’opera. Persino editoriali de La Stampa aprono alla necessità di un cambio di passo e una parte consistente di chi vive la valle continua a mostrare la propria contrarietà al progetto.

Eppure i governi passano e il TAV rimane. Cambiano le ragioni utilizzate per giustificarlo, aumentano i costi, cambiano i traffici e le tecnologie, ma il progetto continua a essere difeso. E insieme all’opera si rafforzano gli strumenti utilizzati per imporla: militarizzazione, identificazioni preventive, Daspo e fogli di via. Una dinamica che si inserisce nel nuovo quadro repressivo costruito anche dal decreto sicurezza.

Forse è proprio questo il paradosso che racconta meglio la Val di Susa: dopo trent’anni non è il Movimento NoTav a dover spiegare perché continua a opporsi all’opera. È chi vuole ancora costruirla, e continua a ricorrere alla repressione per difenderla, a dover spiegare perché la considera ancora indispensabile.

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