Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (quinta parte)

Il 25 Novembre è la giornata contro la violenza di genere e la violenza maschile sulle donne.
Come collettiva transfemminista queer partecipiamo e contribuiamo come ogni anno alle iniziative, azioni e mobilitazioni messe in campo dal Movimento di NUDM e del nodo milanese.
Quest’anno abbiamo deciso di fare un passo oltre e unire le nostre voci, raccontarci.
La pagina ospiterà riflessioni e racconti riguardo la violenza di genere e tutti i modi in cui si manifesta e le conseguenze che può avere, in modo diverso, su ognun* di noi.
Partiamo da noi perché non ci arroghiamo il diritto di parlare per altr* ma con l’auspicio che questo permetta a chi è sopravvissut* di sentirsi legittimat* a narrarsi.
Crediamo che la condivisione sia strumento per svelare la realtà sommersa delle violenze e trasformare la percezione spesso sminuente e minimizzante che si ha delle stesse.
Crediamo anche che siano strumento utile per creare alleanze ed empowerment.
Invitiamo chiunque voglia a partecipare, scrivendoci un messaggio alla pagina, perché tutte le storie possano avere spazio e la libertà di essere raccontate.
P.S.  Questo è uno spazio safe e di rispetto.
Qualsiasi commento giudicante, stereotipo, pregiudizio, qualsiasi hater verrà bannat* senza pietà, perché con certa gente non si discute neanche.
Consigliamo nel caso di seguire gruppi come Maschile Plurale o di rivolgersi a Centri d’ ascolto per persone maltrattanti.

De Gener Azione


Durante un’estate salentina, su uno di quei treni regionali notturni che attraversano la Puglia, mi sono addormentata accanto all’amico di quel momento, che dormiva come un sasso, sbronzo. Nei sedili davanti a noi un padre e il suo bambino di 9-10 anni. Mi sono svegliata di colpo, con la mano dell’uomo infilata tra le gambe. Non ho urlato, mi faceva pena il bambino che gli dormiva lì accanto, così mi sono alzata e me ne sono andata. Mi ha seguita in uno scompartimento vuoto, attaccata al muro, infilato le mani ovunque, cercato di penetrarmi. Con il trambusto qualcuno negli scompartimenti accanto si è svegliato, ha gridato di fare silenzio, un cane abbaiava, e se n’è andato come un ratto. La mattina dopo, scendendo dal treno, ho scoperto che nel vagone accanto c’era un altro gruppo di amici, fratelli. Ero in una fase della vita in cui pensavo che con i miei compagni accanto non sarebbe mai potuto succedere niente di male. In quel momento ho sentito che se una cosa così poteva accadere a distanza di 5 metri da loro, non sarei mai più stata al sicuro. E non ho raccontato cos’era successo. Perché non volevo diventare la compagna violata, perché non avevo voglia di una rissa in stazione, per lo shock.
Ci ho impiegato qualche anno a capire che l’unica cosa che può proteggerci, davvero, è il femminismo
E a tornare a sentirmi al sicuro, sempre e comunque, accanto alle mie sorelle.

Era un mio compagno di classe, condividevamo la stessa aula da 5 anni, 6 ore delle nostre giornata da 5 anni, parte del nostro tempo libero e le stesse amicizia. In questi anni non sono mai mancate battute, non sempre piacevoli e richieste sessuali fatte ridendo, come se fosse la cosa più normale del mondo, che se ripetutete troppe volte nello stesso giorno mi innervosivano parecchio; mi innervosivano come la serie di toccatine indesiderate che mi venivano fatte quotidianamente ma che ormai mi ero abituata a schivare oppure a gestire con un bel po di rabbia celata dall’ironia. Quando rispondevo troppo aggressiva, alzavo le mani per difendermi o lo insultavo, perché magari quel giorno ero veramente arrivata al limite, mi veniva detto, non solo da lui, che esageravo, che stava scherzando; col tempo mi ero autoconvita anche io di questo. A gennaio questo rapporto ha iniziato a mostrarsi per quello che era, mi ha insultata pesantemente per giorni, con appellattivi che penso tutte conosciamo e che non voglio stare qui ad elencare, solamente perché avevo deciso di iniziare ad uscire con un suo amico, perché mi ero permessa di baciarlo. Mi arrivavano messaggi lunghi chilometri con scritto quanto io fossi una merda, quanto io mi fossi comportata male nei suoi confronti, lui che, a detta sua, mi aveva dato tutto. Le persone intorno a me dicevano che, poverino, si era preso una bella cotta, che forse ero io ad aver lasciato intendere qualcosa, che i miei comportamenti potevano essere stati fraintendibili. Io ero sicura che non fosse questo il motivo ma ho lasciato perdere e siamo tornati “amici”. All’inzio della quarantena la situazione di gennaio si è ripresentata, per un motivo più o meno simile, avevo avuto un rapporto con un ragazzo una sera e questo aveva fatto ritornare in lui la rabbia di gennaio, più forte di prima. Ho ricevuto per settimane messaggi di insulti, e quando io cercavo di spiegare che semplicemente avevo la libertà di scegliere con chi avere un rapporto la pronta risposta che ricevevo da parte sua era che anche lui allo stesso modo aveva la libertà di insultarmi, di raccontare a tutti quello che io facevo nella mia intimità, perché me lo meritavo, come mi meritavo di essere lasciata sola dalle mie amiche. A questo si sono aggiunte minacce nei confronti del mio migliore amico, mi diceva che se l’avesse picchiato mi sarei dovuta sentire in colpa, minacce nei confronti dello spazio che frenquento, a detta sua aveva la libertà di dargli fuoco. Ho così bloccato il suo profilo Instagram e il suo numero, sperando che capisse, ma invece no ad ogni profilo che bloccavo ne spuntava uno nuovo, fino ad arrivare a 6 profili creati per scrivermi e chiamarmi; ma ovviamente tutto questo per lui non bastava così ha deciso di iniziare a minacciare di presentarsi sotto casa mia per poi venire davanti al centro sociale dove sapeva di trovarmi. Ovviamente sono intervenute compagne e compagni, non solo in quel momento, ma anche prima e dopo. Ha continuato a scrivermi per tutta l’estate, un giorno erano messaggi di scuse e il giorno dopo di accuse, così anche per tutto settembre e ottobre, quando di nuovo ha iniziato a dirmi che per vendermi sarebbe tornato davanti a casa oppure davanti al centro sociale. Questi mesi sono stati abbastanza destabilizzanti, sentivo di non aver fatto nulla di realmente sbagliato o scorretto ma allo stesso modo non mi capacitavo della situazione in cui mi trovavo, mi sono sentita impotente davanti a una personache non ascoltava ciò che dicevo ma che continuava imperterrito a ferirmi di proposito, a sminuirmi come persona e come donna, a negarmi una serie di libertà e di decisioni che credevemo mi spettasero di diritto, che non avrei mai voluto fossero messe in discussione. L’idea di passare nelle zone che so che lui frequenta mi fa ancora un po’ rabbrividere, come mi fa rabbrividire vedere qualche sua foto per caso, è come se mi mancasse l’aria per qualche secondo e mi immobilizzassi, sono le stesse cose che ho provato d’istinto l’unica volta che l’ho visto dopo marzo, un senso di paura e di oppressione insieme. Nonostante, da qualche settimana i messaggi assillanti si siano fermati, grazie anche all’aiuto di alcune compagne che mi hanno davvero dato una mano per gestire una situazione che da sola non sarei statain grado di contenere, non ho la certezzache sia veramente la fine o che i suoi atteggiamenti violenti non si ripresentino nei confronti di un’altra ragazza.


Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (prima parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (seconda parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (terza parte)

Verso il 25 novembre e oltre. Narrare la violenza a partire da noi (quarta parte)

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