[DallaRete] Cucchi torturato come Regeni

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Processo d’appello. Dura requisitoria del pg contro i medici dell’ospedale Pertini. La pubblica accusa chiede la condanna dei sanitari che lo hanno «lasciato morire». E oggi nuova riunione dei periti dell’inchiesta sul pestaggio.

«Stefano Cucchi è stato vittima di tortura come Giulio Regeni, è stato ucciso dai servitori dello Stato, si tratta di stabilire solo il colore delle divise». L’eco delle parole pronunciate ieri dal procuratore generale Eugenio Rubolino davanti alla III Corte d’assise d’appello che celebra il processo bis ai medici dell’ospedale Pertini rimbombano nelle aule parlamentari italiane, dove la parola tortura rimane ancora un tabù o quasi. Al pari, dal punto di vista legislativo, dell’Egitto.

Forse nemmeno Ilaria Cucchi e il suo avvocato Fabio Anselmo si aspettavano di sentire finalmente parole così forti e liberatorie nell’aula del tribunale che emetterà sentenza il 12 Luglio prossimo. Per la pubblica accusa i cinque medici che ebbero “in cura” per cinque giorni il geometra romano arrestato per spaccio e morto sotto i loro occhi nel reparto detentivo il 22 Ottobre 2009 «sono responsabili di omicidio colposo».

«Per loro, nessuna attenuante generica», esorta il Pg Rubolino che ha chiesto di riformulare la precedente sentenza, annullata dalla Cassazione nel dicembre scorso, e condannare senza attenuanti il primario del reparto Aldo Fierro a 4 anni di reclusione (due, in primo grado), e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo a tre anni e mezzo ciascuno (un anno e quattro mesi ciascuno, le pena inflitta loro nel giugno 2013, quando la stessa Corte aveva assolto anche gli altri imputati, tre infermieri, tre agenti penitenziari e un sesto medico, «perché il fatto non sussiste»).

«Cucchi è stato pestato, ucciso quando era in mano dello Stato, ucciso da servitori dello Stato in camice bianco. Occorre restituire dignità a Stefano e all’intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta», ha aggiunto Rubolino che nella sua requisitoria ricostruisce passo per passo perché «quell’ospedale per Stefano è stato un lager».

«Già all’ingresso al Pertini sono state riportate circostanze chiaramente false sulla cartella clinica di Cucchi: era un bradicardico patologico, con 40 battiti cardiaci al minuto eppure i medici non gli hanno mai preso il polso». Se poi è vero, sostiene Rubolino, che tra le concause della sua morte c’è la sindrome di inanizione, come riconosciuto dai giudici di primo grado, allora va sanzionato il comportamento dei medici che «presenta profili di colpa ai confini di un dolo eventuale, una colpa con previsione, una colpa gravissima».

I sanitari, infatti, sono stati «lontani non solo dal formulare una corretta diagnosi, ma anche dal verificarla». Il giovane geometra con lo stigma di “drogato” «è stato trascurato durante la degenza, non è stato per nulla curato. Gli imputati potevano e dovevano intervenire e invece fino all’ultimo al ragazzo è stata somministrata solo acqua, quando ormai era già cominciato quello che i periti hanno definito un catabolismo proteico “catastrofico”. Viene privato anche del pane in quanto ciliaco. Stefano, cioè, si stava nutrendo delle sue stesse cellule e stava perdendo un chilo al giorno. Al momento del decesso il suo peso si aggirava intorno ai 37 kg».

E ancora: «Presentava una frattura alla vertebra sacrale per il pestaggio avvenuto nelle fasi successive all’arresto, aveva un forte dolore fisico in conseguenza di quell’aggressione, eppure al Pertini gli è stato solo somministrato un antidolorifico che ha contribuito a rallentare il cuore, già indebolito. L’apparato muscolare nel suo complesso, in quella cartella clinica fasulla, venne definito tonico e trofico ma il paziente non aveva neppure i glutei per poter avere una iniezione».

Cucchi, ricorda infine Rubolino – rifiutava le terapie e non mangiava perché nessuno lo metteva in contatto col suo avvocato. Nessuno si è preoccupato di riferire ad altri le sue esigenze. Non doveva stare in quel reparto perché non era stabilizzato. Eppure si è fatto in modo che venisse ricoverato in quella struttura protetta lontana da occhi e orecchi indiscreti. La sua morte è arrivata dopo 5 giorni di vera agonia».

«La verità finalmente in aula», ha commentato l’avv. Anselmo che oggi attende l’esito della nuova riunione dei periti incaricati dal gip di accertare la natura, l’entità e l’effettiva portata delle lesioni subite da Stefano, nell’ambito dell’inchiesta bis che vede indagati 5 carabinieri. Per concludere il lavoro, i periti guidati da Francesco Introna (contestato dalla famiglia Cucchi) hanno chiesto altri 90 giorni. Tutto tempo guadagnato per la prescrizione.

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