[DallaRete] La Tunisia che vorrei

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INTERVISTA A LINA BEN MEHNNI, BLOGGER, GIORNALISTA E ATTIVISTA TUNISINA, A UNA SETTIMANA DALL’ATTENTATO DEL BARDO

“Le terrorisme est une tragédie qui peut frapper n’importe quel pays et à n’importe quel moment! C’est pour cela que nous devons nous unir face aux extrémistes criminels et tueurs!” (post da Facebook, Lina Ben Mehnni)

Lina ed io ci siamo conosciute a Tunisi nel 2013, poi ci siamo incontrate in diverse occasioni: alle manifestazioni contro il governo islamista, dopo l’assassinio di Chokri Belaid, in aula di tribunale al processo di Amina Sboui, durante le proteste per la liberazione di attivisti e bloggers, come Jabeur Mejri, incarcerato per aver liberamente espresso le sue opinioni.
Lina è stata in prima fila durante la rivoluzione dei gelsomini. Ha partecipato attivamente alle manifestazioni e alle lotte per la caduta del regime di Ben Ali. Da sempre è impegnata nelle battaglie per la difesa dei diritti umani e per la libertà di espressione.

L’ultima volta che l’ho incontrata è stato a Settembre 2014, in un caffè di Avenue Bourguiba, sempre a Tunisi. Lei, da anni minacciata di morte per il suo attivismo, era accompagnata dalla sua guardia del corpo. Davanti ad un caffè, abbiamo discusso della transazione democratica del suo paese qualche giorno prima delle elezioni politiche che hanno visto vincitore il partito laico Nidaa Tounes.
A una settimana dall’attentato terroristico al Museo del Bardo, dove hanno perso la vita 22 persone tra cui 4 italiani, l’ho raggiunta via skype.

Lina, è passata più di una settimana dal terribile attentato terroristico che ha colpito il tuo Paese. Passato il primo momento, come ti senti e quali sono le tue considerazioni?

Dopo una settimana, in realtà sono ancora scioccata e molto triste per il mio Paese. Ma, sono anche molto arrabbiata. Le autorità non hanno fatto quello che dovevano per proteggere le persone, i tunisini e gli stranieri. Sono anche arrabbiata per il risultato delle Rivoluzione, non ci aspettavamo questa situazione.

Dove siamo arrivati con il processo di transizione democratica in Tunisia?

Non sono completamente d’accordo con quello che scrivono sul successo del processo democratico in Tunisia.
È vero che abbiamo raggiunto e scritto la nostra nuova Costituzione, ed è vero che abbiamo avuto elezioni democratiche, ma non credo questo sia sufficiente per dire che abbiamo raggiunto l’obiettivo di un processo democratico. Per esempio, che dire del processo di transizione della giustizia oppure dei diritti delle persone che hanno fatto la rivoluzione, e di quello che la gente chiedeva durante le proteste? La gente chiedeva lavoro, diritti, dignità e giustizia sociale. Se guardiamo bene la situazione in Tunisia, possiamo solo vedere una regressione di questi aspetti. Per questo, credo di poter comprendere tutto quello che sta succedendo nel mio Paese.

Moltissimi giovani dalla Tunisia si sono arruolati nella jihad, sono più di tremila. Che cosa pensi abbia spinto i giovani tunisini ad andare a combattere nell’ISIS?

È “normale” che alcuni giovani si sentano delusi e tristi per la situazione sociale che c’è in Tunisia. Questo sentimento aiuta chi vuole manipolarli. I terroristi trovano terreno fertile. Molti giovani sono senza speranze per il futuro. Lasciami dire, è “parte della natura umana” trovare una speranza nella religione quando si hanno dei problemi. I terroristi trovano vantaggio da questa situazione manipolando alcuni giovani.
Per questo motivo si parla dei fighters che provengono dalla Tunisia. Molti giovani dopo la dittatura hanno creduto e sognato un Paese con un futuro, poi hanno visto che questo futuro non esisteva.
Nemmeno la politica è riuscita a cambiare la situazione. La povertà, la marginalizzazione, la mancanza di lavoro creano un terreno fertile per la radicalizzazione dell’estremismo e la nascita del terrorismo.
Non li difendo assolutamente. Devono assumersi le responsabilità di quello che hanno fatto! Per capire, dobbiamo però analizzare la situazione, il contesto in cui nascono e si radicalizzano certi fenomeni.

L’ultima volta che ci siamo incontrate parlavi della paura di ritornare ad uno “stato di polizia”. Pensi che con quello che è successo questo possa diventare un pericolo reale?

Utilizzeranno quanto è accaduto come una scusa per incrementare la sicurezza e ridurre le libertà personali. Oggi, ad esempio, ho sentito dire da molte persone “non abbiamo bisogno di libertà, non dobbiamo criticare la violenza della polizia perché ci proteggono dai terroristi, perché lottano contro i terroristi ” Sì, il pericolo del terrorismo esiste! Abbiamo avuto diversi attacchi terroristici. È vero, questa è la prima volta nella capitale, a Tunisi. Ma dire che non dobbiamo più criticare la polizia, che dobbiamo fargli fare quello che vogliono, è davvero un atteggiamento pericoloso. C’è un grande rischio di ritornare indietro ad uno stato di polizia come quando c’era Ben Alì.

Sei sempre sotto scorta?

Sì, un mese fa ho ricevuto un altra minaccia di morte. Una minaccia da un twitter account chiamato ISIS Tunisia, diceva che mi avrebbero “lapidata”.

Esiste l’ISIS in Tunisia?

ISIS è un gruppo organizzato armato. Secondo me ISIS è anche una mentalità che fa già fa parte di alcuni tunisini. Da un lato, non hanno necessità di raggiungere i gruppi jihadisti in Siria o in Iraq, e dall’altro ci sono già molti tunisini, ex combattenti in Siria, che sono rientrati nel Paese. Sono già in Tunisia e facevano parte dell’ISIS. Ci sono dei gruppi che si identificano con ISIS.

Questa situazione era nota anche prima del Bardo, e anche l’esistenza del terrorismo. C’è un legame tra l’uccisione di alcuni esponenti politici di sinistra, come Chokri Belaid e Mohammed Brami? L’obiettivo è lo stesso?

Il terrorismo è terrorismo. Non ci importa chi c’è dietro alla fine. È orribile, è la stessa cosa. L’obiettivo comunque è lo stesso. Distruggere lo stato civile e stabilire la sharia o uno stato islamico.

Cosa cambierà adesso in Tunisia, quali ripercussioni per il tuo Paese?

Quello che è successo è davvero pericoloso per l’economia del Paese che prevalentemente è basata sul turismo e l’agricoltura.
Ho visto però con piacere che gli stranieri stanno cercando di aiutarci. Spero che questa solidarietà e questo aiuto sia reale e non solo sui social media. Mi auguro, ad esempio che le persone che stanno partecipando alla campagna #I’m coming to Tunisia, vengano poi davvero in Tunisia. Il terrorismo può colpire ovunque. Come è successo a Parigi, in Danimarca, negli Stati Uniti, quindi, spero che non rinuncino a venire nel mio Paese solo per quello che è successo.
Se questo dovesse succedere, avrebbe un grave impatto sulla nostra economia, e porterebbe peggiorare ulteriormente la situazione.
Inoltre, spero che le autorità proteggano i tunisini e gli stranieri, e che questo attacco terroristico sia l’ultimo. Non abbiamo bisogno di altro sangue, di altra sofferenza.

Come pensi si possa risolvere il problema del terrorismo in Tunisia?

Nel breve periodo dobbiamo sicuramente far passare una legge contro il terrorismo ma sempre nel rispetto dei diritti umani. Le autorità dovranno essere più dure con i terroristi. Durante il governo precedente per esempio, i terroristi venivano arrestati dalla polizia, poi però venivano rilasciati dai giudici, messi sotto pressione del governo islamista. Praticamente erano impuniti. Spero che tutto questo finisca. La legge è legge. Devono applicarla anche con queste persone. Sono molto pericolosi, hanno ammazzato tunisini e stranieri. Devono arrestarli e giudicarli.
Quello che è successo però, è anche legato al fallimento del raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione. È legato alla povertà, alla marginalizzazione di una grande parte del popolo tunisino e alla mancanza di educazione. Quindi, come soluzione di lungo periodo, credo che il Governo debba iniziare a ragionare per trovare delle soluzioni per risolvere la situazione e investire nell’educazione dei giovani.

La vicina Libia invece è nel caos, quali sono le soluzioni e i rischi per il tuo Paese?

La situazione in Libia ha degli effetti diretti con il nostro Paese.
La maggior parte delle armi in circolazione in Tunisia arrivano dal confine libico. C’è anche un altro rischio. L’ISIS, come sappiamo, è presente in Libia, e naturalmente c’è la possibilità che entrino in Tunisia dai confini. Sono contraria ad interventi militari in altri Paesi. La situazione è caotica e molto complicata, ma dovremmo supportare il popolo libico a combattere i gruppi terroristici presenti nel Paese.

Dove eri quando c’è stato l’attacco terroristico al Bardo?

Ero a casa, ho saputo dell’attacco dai social media e dalla tv. Subito dopo sono uscita e sono andata in Avenue Bourguiba a manifestare contro il terrorismo, insieme agli altri tunisini.

http://www.qcodemag.it/2015/03/28/la-tunisia-che-vorrei/

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