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14 Mag , 2016

[DallaRete] Milano, il degrado e il decoro

Decoro
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Aspettando #Nuitdebout a Milano che farà parte del #Globaldebout di domenica 15 Maggio, aspettando, dunque, che la città si alzi in piedi, pubblichiamo un articolo che ben descrive il clima “igienizzato” che si respira nel capoluogo lombardo. Si cancellano tensioni e contraddizioni, si nasconde la povertà come la polvere sotto i tappeti e si risponde alla “pancia” che vuole controllo e ordine.

In occasione della triste riproposizione di “Nessuno tocchi Milano” un anno dopo l’esordio delle “spugnette” per ripulire la città (Maggio 2015), brevi riflessioni sull’ideologia del decoro e sulle politiche sociali che riproduce.

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Il decoro e la lotta al degrado originariamente nascono come mantra della destra italiota. Oggi sono l’ordine del giorno anche – o meglio, soprattutto – delle sinistre. Da De Corato in giù l’imposizione di una città ordinata, silenziosa, pacificata, grigia, poco vissuta,  riproduzione del salotto di una perfetta casa borghese, pronta per una grande festa, per le destre passava unicamente attraverso pratiche repressive: sgomberi, controlli, divieti, leggi e delibere.

Il nuovo corso dell’ideologia del decoro, fatto proprio dalle sinistre di governo, si trasforma in campagna culturale, attivazione di cittadinanza e dibattito politico. Forzando il ragionamento potremmo anche dire che l’idea del decoro completa politicamente quella di “legalità”. I due termini si trovano spesso abbinati. Non da ultimo, in un libretto prodotto da ATM e Comune di Milano sul mondo del graffito e del writing. In quest’opuscolo, distribuito in scuole e biblioteche, si dice chiaramente che l’agire nella legalità è quello che differenzia gli “artisti” dai “vandali”.

Uno storico writer milanese recentemente ha scritto: “Le città fanno schifo e per questo ci sono le tag e le scritte, le città non fanno schifo perché ci sono tag e scritte”. Proprio in questa frase sta l’essenza dell’ideologia del decoro: imporre l’immagine della città perfetta negando le tensioni sociali che la percorrono. La lotta per la pulizia dei muri risponde appieno a questa logica.

Il decoro, nel nome di una città bella e presentabile, agisce laddove le delibere comunali della stagione della paura e l’azione legalitaria non sono mai arrivate. Trasforma i cittadini negli attori principi delle campagne contro il degrado. Cittadini armati di spugnette puliscono muri e staccano adesivi. Cittadini chiamano le forze dell’ordine per denunciare chi occupa una cosa o chiedere lo sgombero di un campo rom. I cittadini costruiscono assieme alle giunte comunali le delibere per il decoro. Grandi Stazioni, con l’appoggio ed il plauso delle giunte comunali, è arrivata a mettere cancelli che limitano l’accesso notturno ai clochard in alcune stazioni, come Milano Centrale. Con la stessa logica si sono creati gate interni che impediscono l’accesso ai binari a chi non ha un biglietto valido. Spostare il problema senza risolverlo. Rispondere allo stomaco di chi vive la città infastidito da povertà e differenze sociali. L’operazione di limitazione della fruizione delle stazioni ci dice questo, ma ci dice anche una cosa fondamentale: che nel nome del decoro si ristringono lo spazio pubblico e le libertà.

Riporto uno stralcio di un’intervista realizzata da Radio Popolare a Massimo Conte, ricercatore di Codici: “Forse è proprio questa la tendenza culturale degli ultimi anni: a essere vittime del processo di resa igienica degli spazi sono proprio le persone che portano negli spazi gli usi più irrituali e meno istituzionalmente codificati. In questo caso oggetto dell’igienificazione sono proprio le persone che alla stazione accedono non per viaggiare ma perché hanno altri bisogni, legati alla sfera della sopravvivenza e non a quella del consumo. Io vedo in questa scelta di Grandi Stazioni una traduzione letterale di questo processo di igienizzazione degli spazi e di messa ai margini di chi non rientra nelle funzioni solitamente centrate sul consumo, una tendenza che riguarda tutta la società. Dietro le politiche del decoro mi pare ci sia proprio il tentativo di nascondere il fatto che ci sono più o meno ampi settori della nostra società che non vivono in quanto consumatori ma in quanto portatori di altre esigenze e bisogni”.

Si nega il disordine intrinseco all’idea stesse di metropoli e città. Si negano le differenze sociali. Si nega la necessità d’espressione. Si negano i differenti gusti. Esistono solo il giusto, il legale, il pulito e l’ordinato. Il resto è il nemico da combattere. Chi subisce in maniera diretta “il decoro” sono i migrant@, senza tetto, sex workers, pover@, e attivist@ social@.

Chiudere una stazione e limitare l’accesso ai suoi spazi significa definirla come spazio privato e non pubblico. Recintare i parchi delle città, nel nome della sicurezza e della lotta al degrado, limita la “pubblicità” dello spazio, regolandone utilizzo e tempistiche. Mettere a disposizione dei graffitari un numero limitato di muri, reprimendo chi ne usa altri, delimita gli spazi d’espressione. Creare zone (o periodi) franchi nella città per musica, intrattenimento e artisti di strada restringe possibilità e creatività. Assegnare spazi limitati e condizionati impone la definizione di margini e confini decisi a tavolino, aprendo allo stesso tempo ad azioni repressive nei confronti di chi pretende e/o usa luoghi in altre zone urbane.

La lotta al degrado e per il decoro così si trasforma in uno strumento d’imposizione di ordine e controllo delle e nelle città.  Imponendosi nello spazio pubblico nel suo significato più esteso.

Decoro che diventa ideologia e forma di disciplinamento collettivo, tra ordine e disciplina nel sogno di trasformare strade e città in un salotto, dove tutto ha il suo posto, dove non esiste conflittualità sociale e tutto è al sicuro nel focolare domestico. L’inseguimento delle politiche di destra trasforma le giunte “progressiste” in sceriffi e moralizzatori. Ormai quando si parla di decoro urbano non ci si limita quindi alla pulizia e alla cura della città in senso stretto, ma si parla di ordinanze, politiche di buon costume e securitarie, azioni culturali nel nome della costruzione, senza opposizione possibile, di una città ordinata e pacificata. Ovvero, si praticano politiche d’esclusione.

L’articolo da Effimera

 

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