11 settembre 1980 – Inizia la battaglia dei 35 giorni alla FIAT

Quasi tutti i paesi occidentali hanno vissuto, nei primi anni Ottanta, una vertenza capace di avere un forte carattere simbolico e terminata sempre, irrimediabilmente nello stesso modo: con la sconfitta dei lavoratori e con la vittoria delle aziende e delle forze politiche che le sostenevano. Piccole, ma il più delle volte gigantesche battaglie che rappresentano il punto di svolta nella storia dei rispettivi paesi. Il momento in cui la “classe operaia organizzata” viene sconfitta e la rivoluzione neo-liberista inizia a dilagare.

Se per il Regno Unito quella vertenza è rappresentata dallo sciopero dei minatori contro la Thatcher del 1984-85, per gli Stati Uniti si parla spesso della vertenza dei controllori di volo licenziati da Reagan nell’agosto del 1981. Anche la Spagna, ma sarebbe meglio dire i Paesi Baschi, hanno una loro vicenda poco nota di conflitto operaio. Si tratta della tenace resistenza alla chiusura dei cantieri navali Euskalduna nel 1984.

L’Italia non è da meno e anzi, in qualche modo, anticipa la “svolta” con uno scontro passato alla storia come la “battaglia dei 35 giorni” alla FIAT nell’autunno ’80. Una battaglia che vedrà una dura sconfitta del movimento operaio italiano sia come forza sindacale che politica. Quei giorni terminati con la famigerata “Marcia dei quarantamila” ribalteranno irreversibilmente i rapporti di forza tra capitale e lavoro nel nostro paese ristabilendo il “controllo d’impresa”. Da lì inizierà per tutti gli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, il progressivo smantellamento delle grandi fabbriche in Italia con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. A questo smantellamento fisico si accompagnerà quell progressivo, ma inesorabile delle conquiste ottenuti dai lavoratori durante tutti gli anni Settanta. Ma ci torneremo.

Facciamo qualche passo indietro per capire come la FIAT arriva a fine anni Settanta e perché la battaglia si svolge proprio nell’azienda della famiglia Agnelli.

Dopo l’Autunno Caldo del 1969 il punto più alto di conflittualità e di potere operaio all’interno della fabbrica viene probabilmente raggiunto nel 1973 con l’occupazione dei “fazzoletti rossi” del 29 marzo.

Nel 1975 ci fu un evento determinante per il futuro della storia che stiamo raccontando.

Quell’anno Confindustria (non a caso guidata da Gianni Agnelli) e i sindacati confederali firmarono il celebre accordo sul “punto unico di contingenza” per il quale ad ogni punto di crescita del costo della vita automaticamente scattava un adeguamento salariale (la cosiddetta scala mobile).

Molti a destra e tra i liberisti criticano ancora oggi quell’accordo, ma non si rendono conto di quanto fu un’operazione intelligente. Questo meccanismo infatti raffreddò notevolmente la conflittualità perpetua nelle fabbriche dando la possibilità agli industriali di rifiatare.

Ma non era finita. Ci pensarono la politica di solidarietà nazionale voluta da Berlinguer e Moro e che univa PCI e DC e la cosiddetta “svolta dell’EUR” della CGIL di inizio ’78 a frenare ulteriormente il conflitto sociale.

Molti tra i quadri operai più intelligenti, da metà anni Settanta iniziarono a rendersi conto che in fabbrica non si riusciva a spuntare più nulla. E anzi, dopo la grande aspettativa del 1976 di un possibile sorpasso del Partito Comunista ai danni del nemico storico democristiano, la prospettiva dell’unità nazionale deluse moltissimi. Tant’è vero che già nel 1977, nelle fabbriche si era sulla difensiva e il soggetto operaio della grande fabbrica è sostanzialmente assente dal movimento sociale di quell’anno. L’unità nazionale finisce a inizio ’79. I democristiani, in primis Andreotti, dopo aver “cucinato a fuoco lento” i comunisti per tre anni, garantendosi un consistente allentamento del conflitto sociale sui posti di lavoro in cambio del nulla più totale, scaricano il PCI che, non a caso, nelle politiche del giugno di quell’anno, perde voti per la prima volta dal 1948. La solidarietà nazionale ha deluso molti nella base comunista, specie i più giovani. Berlinguer correggerà la rotta con la politica di quella che verrà chiamata “alternativa democratica” e che nei primi anni Ottanta consentirà al PCI di riguadagnare consensi, ma la battaglia decisive della seconda metà degli anni Settanta nella società italiana risulterà già irrimediabilmente persa.

Le scelte di “responsabilità” di PCI e CGIL danno il tempo agli industriali di tirare il fiato, di accumulare forza e di iniziare a mettere in campo quei mutamenti del sistema produttivo dal punto di vista tecnologico (la cosiddetta ristrutturazione) che in pochissimi anni scompagineranno e frantumeranno totalmente la classe operaia italiana.

Nel 1978 la FIAT riprende ad assumere. E assume un soggetto sociale che proveniva direttamente dalle piazze del ’77. E quindi giovane, insubordinato, poco amante del lavoro in catena, della gerarchia di fabbrica, ma anche di partito e sindacato.

E’ proprio questo soggetto sociale ribelle che guida le lotte per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici del 1979. A dieci anni dall’Autunno Caldo c’è una nuova esplosione di conflittualità operaia (assai poco indagata e conosciuta) che dilaga dalla fabbrica alla città con l’uso massiccio dei blocchi stradali. Non è un caso che il contratto del 1979 è l’ultimo contratto nazionale che riesce a “tenere” sulle conquiste del ’69.

Ma è il “canto del cigno”. La FIAT ha preparato il terreno per lo scontro, uno scontro che, non è un caso che si combatterà a Torino perché sede principale della più grande azienda italiana, un’azienda capace di “fare scuola” rispetto al resto del padronato e di dettare la linea alla politica. Un’azienda dove però il contropotere operaio ha raggiunto livelli inauditi per il capitalismo nostrano e dove le cose vanno rimesse a posto. Dicevamo che FIAT, che quell’anno ha ben 139.000 dipendenti in FIAT Auto, è pronta alla battaglia e inizia a tastare la reattività dell’avversario.

Il primo colpo viene affondato il 9 ottobre 1979 presentando le lettere di licenziamento a 61 operai accusati dall’azienda di violenze e “contiguità al terrorismo”. Si tratta, per la maggior parte, di figure che hanno guidato le lotte dei 10 anni precedenti. La reazione del sindacato è tiepida. Anzi, probabilmente qualcuno è contento di “togliersi dalle palle qualche testa calda”. Il sindacato però non si rende conto che scaricando i 61 in qualche modo sta tagliando il ramo su cui è seduto. Del resto solo gli anni della “caccia al terrorista” e con questa scusa decine di quadri di movimento e sindacali vengono indagati e incarcerati al punto che, nel momento dello scontro decisivo, coloro che meglio avrebbero potuto gestire politicamente la battaglia si troveranno o esiliati o nelle patrie galere o zittiti e emarginati. Anche la massa operaia non coglie la portata della sfida lanciata dal management FIAT. La reazione è tiepida. Romiti e i suoi capiscono che possono agire.

Tutto il 1980 è caratterizzato da uno stillicidio di licenziamenti per assenteismo che tocca la sua punta massima a luglio con 2.000 persone allontanate dalla fabbrica.

Anche coi media, il management FIAT inizia a preparare il terreno, lamentandosi della crisi del settore auto e della necessità di un poderoso taglio di manodopera per rendere efficienti gli investimenti previsti per la ristrutturazione industriale.

Il 31 luglio Umberto Agnelli  lascia la carica di amministratore delegato sostituito da Cesare Romiti. La famiglia Agnelli si defila lasciando strada al suo mastino per lo scontro finale.

Il 3 settembre riprendono le trattative e l’azienda propone 24.000 lavoratori in cassa integrazione a zero ore.

Passano pochissimi giorni e Corso Marconi fa saltare il tavolo. L’11 settembre vengono annunciati 14.469 licenziamenti che diventeranno effettivi il 6 ottobre. C’è quindi meno di un mese per trovare una soluzione negoziata.

La reazione operaia è furibonda e coglie di sorpresa sia il PCI che il sindacato.

Di fatto, dal 12 settembre, gli stabilimenti FIAT vengono completamente bloccati.

Gli operai entrano in azienda, si riuniscono in assemblea e di giorno in giorno decidono le modalità di lotta.

Ai cancelli di Mirafiori compare un ritratto di Marx.

Il punto più altro della mobilitazione  operaia si registra probabilmente in 25 settembre con lo sciopero generale dei metalmeccanici che vede in piazza 100.000 persone a Torino in una delle più grosse manifestazioni sindacali mai viste in quella città e, adesioni nazionali allo sciopero, elevatissime.

A quel punto, nel giro di due giorni succede di tutto. Il 26 settembre c’è la famosa visita di Berlinguer ai cancelli di Mirafiori mentre il giorno successivo il governo Cossiga cade e la FIAT, con una mossa strategicamente dirompente, annuncia la sospensione dei licenziamenti fino alla fine dell’anno. Dal 6 ottobre metterà in cassa integrazione a zero ore 24.000 lavoratori per 3 mesi.

 

Si tratta della vera mossa vincente della lunga partita a scacchi che indebolisce irrimediabilmente il fronte di lotta. Molti, tra cui i confederali e il PCI, cantano vittoria. I quadri operai più avveduti si rendono conto che è una mossa, che spostando nel futuro lo spauracchio della perdita del posto di lavoro, butta una secchiata d’acqua su una lotta incandescente.

La FIAT a questo punto, si muove in due direzioni. Denunce alla magistratura contro il blocco dei cancelli e organizzazione diretta della grande zona grigia di quadri, capi e capetti intermedi (molte migliaia).

Il 9 ottobre l’azienda saggia ancora una volta la tenuta della forza operaia mandando circa 200 tra capi e crumiri a sfondare di notte il cancello 31 della meccanica 2 di Mirafiori. L’operazione riesce.

Il 10 ottobre il padronato ha una nuova dimostrazione di come la mobilitazione stia perdendo forza. Viene finalmente attuato lo sciopero generale che tanti richiedevano già dall’inizio, contro la FIAT. La partecipazione all’astensione del lavoro è discreta, ma i cortei meno partecipati di quelli di 15 giorni prima.

Il 14 ottobre arriva il colpo decisivo.

Scendono in piazza migliaia di capi, capetti, quadri intermedi, proprietari delle fabbrichette dell’indotto FIAT, commercianti e simili in quella che passerà alla storia come la “Marcia dei quarantamila”.

Inutile discutere sui numeri. Se fossero 15.000 o veramente 40.000.

Il significato politico della giornata è dirompente e chiaro. C’è una parte, magari non maggioritaria, ma consistente e determinata della cittadinanza, che gode di ampia copertura politica e aziendale, che vuole farla finita una volta per tutte con “il casino”.

A questo punto, il sindacato, invece che rilanciare sbraca totalmente.

Nel giro di pochissime ore si raggiunge l’accordo a livello nazionale in cui, di fatto, vengono accettate le proposte iniziali della FIAT.

A quel punto l’accordo deve essere votato dalle assemblee operaie.

In un clima tesissimo si vota. Gli operai si sentono traditi e abbandonati e non sono poche le contestazioni ai leader sindacali.

Solo chi crede alla favole può pensare che gli operai, dopo 35 giorni di lotte durissime e sangue sputato abbiano potuto votare positivamente all’accordo raggiunto a Roma, nonostante quanto sostiene la leadership sindacale.

L’Unità, organo del Partito Comunista tenta di abbozzare e ha pure il coraggio di pubblicare un articolo di Adalberto Minucci intitolato “La FIAT non ha vinto”, ma pure ai più sprovveduti è evidente che quella appena subita è una sconfitta totale che avrà conseguenze catastrofiche sul mondo del lavoro e sindacale in Italia.

Basti dire che dei 22.000 operai messi in cassa integrazione dopo l’accordo nessuno più rientrerà in fabbrica.

Se si può sottolineare la grande differenza tra gli operai FIAT in Italia e i minatori inglesi è che, nel paese della Thatcher, si è riusciti a costruire un epica, romantica e appassionata, di quella tragica sconfitta, con film incredibilmente coinvolgenti. Da noi, come sempre, solo rimozione e silenzio.


* in copertina una celebre foto di Tano D’Amico scattata ai cancelli FIAT durante la vertenza dei 35 giorni

 

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *